Estero

Iran: paura in Iran per l'attivista Erfan, "ucciso in carcere"

18 gennaio 2026
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A dieci giorni dall'arresto in Iran, il destino di Erfan Soltani continua a preoccupare. Perché le notizie sul conto di questo giovane, diventato simbolo delle proteste contro il regime, arrivano poche e incerte, vista anche la spessa coltre di opacità sulla situazione nel Paese innalzata dalle autorità con il blocco del web.

Intanto, Teheran è tornata a tuonare contro Washington, all'indomani di un botta e risposta di fuoco tra Ali Khamenei e Donald Trump. "Un attacco alla Guida suprema equivale a una guerra totale contro il popolo iraniano", ha avvertito il presidente Masoud Pezeshkian dopo che il presidente americano aveva definito l'ayatollah "un uomo malato" ed evocato la necessità di "una nuova leadership in Iran".

Nelle ultime ore segnali contraddittori sono arrivati sulla di Erfan, arrestato lo scorso 8 gennaio a Karaj, ad ovest di Teheran. Per lui era stata inizialmente annunciata la condanna a morte, poi ritrattata dalle autorità iraniane, tanto che lo stesso Trump aveva "ringraziato" il regime per aver fermato le esecuzioni dei manifestanti arrestati. Ma a riaccendere la preoccupazione era stata la notizia che fosse stato "brutalmente ucciso sotto la custodia della Repubblica Islamica", forse in seguito a un pestaggio in carcere, diffusa da ambienti dell'opposizione iraniana e rilanciata anche dall'account ufficiale su X in farsi del ministero degli esteri israeliano. Poco dopo è arrivata la smentita: "Erfan è vivo e ha potuto incontrare la sua famiglia", ha fatto sapere l'ong Hengaw citando Somayeh Malekian, una donna che in un video inviato dall'estero dice di essere una sua parente. Il ministero israeliano ha quindi cancellato il post sul conto di Erfan.

Resta tuttavia l'ansia per il 26enne ancora in carcere per aver protestato in piazza, mentre secondo un funzionario iraniano, citato dalla Reuters, è di almeno 5000 persone uccise, tra cui circa 500 membri delle forze di sicurezza, il bilancio delle manifestazioni degli ultimi giorni. La magistratura continua a promettere il pugno duro contro chi ha appoggiato le proteste. "Gli arresti proseguiranno", ha detto il portavoce Asghar Jahangir, aggiungendo che alcuni atti sono configurabili come reato di "guerra contro Dio", punibile con la pena di morte.

Tuttavia sembrano arrivare anche indicazioni di una calma apparente: oltre al graduale ripristino di alcune funzionalità di Internet, tra cui le ricerche su Google, le autorità hanno autorizzato la riapertura delle scuole, chiuse da una settimana, e delle università. Il regime intanto sembra perdere i primi pezzi: secondo Iran International il vicecapo di fatto della missione iraniana presso l'Onu a Ginevra, Alireza Jeyrani Hokmabad, ha chiesto asilo in Svizzera e manifestato l'intenzione di non tornare in patria per il timore di potenziali ripercussioni legate ai continui sconvolgimenti nel paese.