Estero

Trump detta le condizioni a Delcy

‘Guido io la transizione. Presto per il voto’. Retromarcia Usa sul ‘cartello Maduro’. Caracas blindata: è caccia ai collaboratori dell’azione militare

Cammino pieno di incognite
(Keystone)
6 gennaio 2026
|

Donald Trump assume il comando della transizione in Venezuela, avvisando che durerà a lungo, e assicura che la presidente ad interim Delcy Rodríguez “sta collaborando”, lasciando intendere che gli Usa potrebbero lanciare una seconda incursione se smettesse di farlo. Mentre il tycoon dettava la linea in un’intervista a Nbc News, la leader dell’opposizione e premio Nobel per la pace María Corina Machado annunciava in una intervista a Fox News di voler tornare in patria “il prima possibile” tendendo la mano a Trump e attaccando duramente Rodríguez, “una delle principali artefici di tortura, persecuzione, corruzione e narcotraffico”.

Quetso dopo che lunedì Nicolas Maduro si è dichiarato non colpevole davanti a un tribunale federale di New York, definendosi “presidente del Venezuela” e denunciando di essere stato rapito a Caracas. Comparso in aula con la moglie Cilia Flores, anche lei imputata e dichiaratasi innocente, l’ex leader ha respinto le accuse di narco-terrorismo e traffico di armi in un processo che riprenderà il 17 marzo. E sempre lunedì il Consiglio federale svizzero ha deciso il blocco immediato di eventuali averi nella Confederazione di Maduro o di persone a lui legate.

Intanto oggi il Dipartimento di Giustizia americano ha fatto una clamorosa marcia indietro su una dubbia accusa nei confronti di Maduro che la Casa Bianca aveva promosso lo scorso anno nel preparare il terreno per rimuoverlo dal potere: guidare un cartello della droga chiamato Cartel de los Soles. I procuratori continuano ad accusare il deposto presidente di aver partecipato a una cospirazione di narcotraffico, ma hanno abbandonato l’affermazione secondo cui il Cartello sarebbe un’organizzazione vera e propria, definendolo ora solo come un “sistema di patronato” e una “cultura della corruzione” alimentata dal denaro della droga. Un passo indietro che mette ulteriormente in discussione la legittimità della designazione del Cartel de los Soles come organizzazione terroristica straniera da parte del Dipartimento di Stato.

‘Dobbiamo prima sistemare il Paese’

Nell’intervista a Nbc, The Donald ha ribadito che gli Stati Uniti non sono in guerra con il Venezuela, ma che potrebbero essere coinvolti nel Paese per un certo periodo di tempo. Trump ha escluso la possibilità di elezioni nei prossimi 30 giorni: “Dobbiamo prima sistemare il Paese”, ha spiegato, senza fornire scadenze, tranne che la faraonica ricostruzione delle infrastrutture energetiche venezuelane potrebbe richiedere meno di 18 mesi. A farsene carico sarebbero le major Usa (finora scettiche), che si è detto disponibile a rimborsare tramite i contribuenti americani o attraverso i ricavi. Il presidente ha quindi indicato che il team della transizione comprenderà il segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth, il vice chief of staff Stephen Miller e pure il vicepresidente JD Vance. Miller ha riferito che Rubio guiderà il team ma alla domanda di Nbc su chi sarà la “figura principale” al comando, Trump ha risposto: “Io”. Quindi ha annunciato che presto verrà presa una decisione sull’eventuale mantenimento o revoca delle sanzioni contro Rodríguez, ma ha osservato che Rubio sta parlando con lei in spagnolo e che il loro “rapporto è molto forte”.

‘Con l’opposizione forte rischio di caos’

A suggerire di puntare su ‘Delcy’ è stata la Cia, secondo cui i fedelissimi del regime di Maduro, inclusa la presidente ad interim, sono nella posizione migliore per guidare il Venezuela e garantire la stabilità a breve termine. A differenza dell’opposizione, che avrebbe comportato il rischio di caos e richiesto quindi una robusta presenza militare Usa sul territorio. Ora c’è chi pensa addirittura che gli Usa abbiano aiutato la fuga di Machado a Oslo per togliere di mezzo una figura ingombrante.

Intanto la calma surreale che ha dominato Caracas i giorni successivi il raid americano è scomparsa alle prime ore del giorno di ieri. Gli uomini del potere chavista si sono ripresi la scena blindando la città. Forte del decreto di eccezionalità varato lunedì subito dopo il giuramento della presidente ad interim, gli uomini della sicurezza hanno lanciato la caccia ai possibili collaboratori coinvolti nell’azione militare statunitense.

GroenlandiaF

Accordo con Nuuk?

I principali leader europei, da Macron a Meloni, da Merz a Starmer, prendono posizione e, dopo la timida reazione dell’Unione europea, respingono le mire degli Stati Uniti sulla Groenlandia nel timore che, dopo il Venezuela, Donald Trump decida di usare la forza anche per prendere il paese artico. “Il Regno di Danimarca, compresa la Groenlandia, fa parte della Nato. La sicurezza nell’Artico deve quindi essere garantita collettivamente, in collaborazione con gli alleati della Nato, compresi gli Stati Uniti”, sostengono i leader europei rispondendo proprio al punto sostenuto dal tycoon che gli Usa “hanno bisogno” dell’intera isola per ragioni di sicurezza nazionale. Ma, mentre la Danimarca prova a dare garanzie agli Usa decidendo di rafforzare la presenza militare in Groenlandia, gli Stati Uniti stanno lavorando, secondo l’Economist, a un accordo di associazione con la Groenlandia che escluda la Danimarca. Un’intesa di tipo politico e militare per consentire a Washington di schierare più liberamente truppe ed espandere le sue infrastrutture militari.