Donald Trump sogna un Venezuela rifondato sul petrolio, ma le grandi major petrolifere americane sono tiepide rispetto al piano. A renderle scettiche rispetto al progetto trumpiano sono le incertezze geopolitiche del progetto e i miliardi di dollari che saranno necessari per realizzarlo.
Il Venezuela è il Paese che ha le più grandi riserve di oro nero del mondo. La produzione petrolifera è crollata però da quando, nel 2017, Trump ha imposto le prime sanzioni. Nonostante ciò il Paese detiene ancora oltre 300 miliardi di barili di riserve accertate, più dell'Arabia Saudita. Da anni la Cina è il suo principale cliente e la Russia è un partner fondamentale. Il Paese poi abbonda di minerali critici. L'accesso a queste risorse ingenti cambierà necessariamente gli equilibri sullo scacchiere politico mondiale.
Per la riuscita del suo progetto, l'amministrazione Trump ha scommesso sulle compagnie energetiche statunitensi, chiamate ad invertire il calo della produzione di greggio venezuelano. Le grandi compagnie statunitensi, ha assicurato ieri Trump, "spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture petrolifere gravemente danneggiate, e inizieranno a generare profitti per il Paese". Per invogliarle ad aprire il portafogli l'amministrazione Usa ha detto alle compagnie che potranno recuperare gli asset nazionalizzati da Hugo Chavez.
Ma, paradossalmente, se da un lato i mercati petroliferi mondiali favoriscono la riuscita del piano del tycoon, dall'altro lo ostacolano. I mercati infatti ad oggi sono saturi di offerta e i prezzi sono ai minimi da quasi cinque anni. Grazie a ciò gli Usa hanno di fatto avuto mano libera per l'azione militare, proprio come era successo per gli attacchi a giugno all'Iran. Dall'altro lato però i bassi prezzi rendono le grandi major diffidenti davanti all'idea di buttare miliardi di dollari nel pozzo senza fine delle fatiscenti strutture petrolifere venezuelane. Non è un caso se l'Opec, di cui il Venezuela fa parte, confermerà i livelli di produzione: nel 2025 l'eccessiva offerta ha portato ad un calo di oltre il 18% dei prezzi.
Un po' di conti sull'entità degli investimenti necessari nel settore del petrolio pesante venezuelano non convenzionale li ha fatti il Financial Times. "Solo per mantenere la produzione ai livelli attuali fino al 2040 ci vorrebbero circa 65 miliardi di dollari e oltre 100 miliardi solo per riportare la produzione a 2 milioni di barili al giorno", ha detto Schreiner Parker, della società di consulenza energetica Rystad. Inoltre, fanno notare gli analisti, interventi simili in Libia, Iraq e Iran, hanno solo portato ad anni di instabilità politica. Una prospettiva che certo non invoglia gli investimenti.
Mercati e geopolitica sono quindi le due chiavi di riuscita del progetto dell'amministrazione americana. Non a caso Trump ha lanciato un ramoscello d'ulivo alla Cina, assicurandole che continuerà ad avere il petrolio venezuelano. La stessa apertura del presidente verso la vice di Maduro, Delcy Rodriguez, va letta in questa prospettiva: è lei che ha gestito l'industria petrolifera venezuelana. Resta da vedere cosa farà per convincere Big Oil, a partire da Chevron che opera già in Venezuela.