Estero

Un anno senza Assad, la Siria di Sharaa resta divisa

5 dicembre 2025
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A un anno dalla dissoluzione del regime dinastico degli Assad, rimasto al potere per oltre mezzo secolo, la Siria rimane un paese segnato da conflitti interni, devastato dalla guerra e dalle sanzioni, frammentato lungo trincee comunitarie acuite dalla presenza di quattro eserciti stranieri e da milizie solo in parte entrate sotto l'autorità dell'ex jihadista Ahmad Sharaa.

Quello che dodici mesi fa era noto come Abu Muhammad Jolani, con una taglia da dieci milioni di dollari sulla testa, è oggi l'uomo delle prime volte: primo leader siriano ricevuto alla Casa Bianca, dove Donald Trump lo ha definito "grande leader" e "partner della lotta al terrorismo", e primo presidente siriano a parlare all'Onu dopo decenni.

Ma alla legittimità internazionale non corrisponde un sostegno interno solido. Dietro la retorica della "liberazione dalla dittatura sanguinaria", la sua politica è spesso vista come una continuità, più nelle pratiche che nelle forme, con il sistema accentratore del deposto regime.

Dopo la cavalcata militare che lo ha portato da Idlib a Damasco tra fine novembre e l'8 dicembre 2024, Sharaa e i suoi colonnelli hanno occupato ogni ganglio istituzionale con spregiudicate operazioni costituzionali, finanziarie ed elettorali, culminate nella creazione di un parlamento, tramite elezioni-farsa, interamente controllato dalla presidenza.

Intanto nuove forze governative e milizie ausiliarie si sono macchiate di massacri di oltre duemila civili, inclusi anziani e bambini, nella regione costiera e nel sud del paese. Gli eccidi di marzo nelle zone di Tartus, Latakia e della valle dell'Oronte hanno preso di mira comunità alawite, a lungo associate al potere degli Assad.

Tra maggio e luglio è stato il turno dei drusi della periferia di Damasco e di Sweida, al confine con la Giordania, dove combattenti locali hanno resistito ai tentativi governativi di imporre la propria autorità in un'area nelle mire di Israele.

Anche i cristiani vivono un clima di incertezza: l'attentato contro la chiesa di Dweila, a inizio estate, alla periferia di Damasco, con diversi morti e feriti, ha riacceso il timore che in questa fase caotica le comunità cristiane, spesso associate alle potenze occidentali, possano diventare bersaglio di messaggi politici.

Sul fronte politico, i curdo-siriani restano fuori dal progetto nazionale: dopo l'accordo-quadro del 10 marzo non si registrano progressi, e la trincea dell'Eufrate si fa ogni settimana più tesa. Il nord-est continua a funzionare con proprie strutture, nonostante pressioni statunitensi per riaprire un negoziato.

Su questo sfondo si sovrappongono le trincee regionali. L'occupazione israeliana del sud-ovest, prolungamento di quella del Golan dal 1967, si è estesa lambendo la periferia di Damasco. Con l'uscita di scena degli Assad e dei loro alleati iraniani e Hezbollah, il governo Netanyahu ha trovato margini per tentare un accerchiamento delle forze filo-iraniane nella Bekaa libanese.

La Turchia, sponsor storico di Jolani/Sharaa, dirige parte delle attività militari e di intelligence delle nuove forze governative, inonda il paese di prodotti a basso costo e rafforza la propria influenza culturale. Sul terreno, unità turche continuano a operare lungo il confine settentrionale in funzione anti-curda. La Russia resta presente, seppur ridimensionata, con le basi di Tartus e Humaymim sulla costa.

E mentre Arabia Saudita, Qatar ed Emirati aprono a investimenti mirati, gli Stati Uniti mantengono la cornice diplomatica generale, mediando tra Turchia e Israele, tra Damasco e lo Stato ebraico e con le forze curdo-siriane. Ma Washington non ha rimosso le sanzioni: le ha soltanto sospese per altri sei mesi, lasciando l'economia in un limbo che scoraggia investimenti e non manda segnali di una vera ripresa.