Bruxelles conferma il sostegno a Kiev, studia garanzie legali per i beni congelati e un mini-prestito ponte mentre valuta opzioni di sicurezza
Ci sono due binari sui quali corre il destino dell'Ucraina. Il primo porta, in un momento futuribile, a un negoziato tra Usa e Russia. Il secondo porta all'Europa. L'intersezione di questi due binari, in questi giorni confusi, di riunioni segrete o in remoto, di bozze ufficiose che circolano vorticosamente, non è ancora chiara. Ma una cosa è certa: nel grande contesto negoziale l'Ue non è parte terza. È al fianco di Kiev, convinta che la sicurezza dell'Ucraina equivalga a quella dell'intero continente. È da questo assioma che partiranno le prossime azioni dell'Ue. Azioni che, nella strategia della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, dovrebbero portare all'uso degli asset russi per la ricostruzione ucraina. Ma su questo punto la partita resta aperta. E in tanti, ora, dubitano che possa chiudersi entro la fine dell'anno.
La giornata brussellese è stata segnata da due riunioni. La prima, in videocollegamento, dei ministri degli Esteri dei 27. La seconda ha coinvolto i rappresentanti permanenti dei Paesi membri. Ed è in quest'ultima che va cercato il filo rosso che porterà l'Ue al cruciale summit del 18 dicembre. Un vertice che partirà da specifici punti cardinali: il sostegno incrollabile a Kiev, comunque vadano i negoziati; l'impegno per una pace giusta e duratura; la promessa di non lasciare l'Ucraina in rosso; la determinazione a non permettere che il percorso di Kiev nell'Ue sia ostaggio di tavoli negoziali ai quali l'Ue non è seduta. Di più, al momento, si può fare poco. A Bruxelles, sullo stato dei negoziati, si vive alla giornata. Ma, a dispetto di quanto affermato dal segretario generale della Nato Mark Rutte, non filtra ottimismo sulla fine della guerra entro l'anno. «Una guerra finisce se si comincia dal cessate il fuoco, e dalla Russia non arriva alcun segnale», ha osservato l'Alto Rappresentante Kaja Kallas.
L'ex premier estone, a dispetto di von der Leyen, rappresenta l'ala meno incline al trumpismo all'interno dell'esecutivo europeo. Su Steve Witkoff e sulla telefonata svelata da Bloomberg, Kallas ha preferito soprassedere. Ma, a taccuini chiusi, in tanti in Commissione non si sono detti neppure sorpresi dell'accaduto. Più concretamente, a Palazzo Berlaymont ci si sta concentrando a mettere paletti e a rimarcare principi di diritto internazionale in un possibile piano di pace. L'uso degli asset russi, in questo senso, per i vertici Ue è una questione di principio riassumibile un po' così: «Se vogliamo che tutto ciò non accada più, serve una pace giusta e duratura. Se lo stato aggressore non pagherà, sarà un invito a farlo di nuovo», ha sentenziato Kallas.
Eppure tra il dire e il fare c'è sempre di mezzo il Belgio. Il premier Bart De Wever non ha smorzato i suoi timori - finanziari, legali e legati a eventuali ritorsioni - sull'uso dei beni russi congelati come prestiti di riparazione a Kiev. La Commissione, a stretto giro, è chiamata a presentare una proposta che abbia anche delle rassicurazioni giuridiche. Ma il tempo stringe: a inizio 2026 le casse di Kiev cominceranno a piangere. Per questo, a Bruxelles «si lavora a un piano B, a una soluzione ponte», spiegano diverse fonti europee. Un mini-prestito, per prendere un po' di tempo e scavallare l'anno. E con l'incognita del veto ungherese che pende come una spada di Damocle. Ma sul sostegno finanziario a Kiev non ci saranno passi indietro.
E potrebbero non esserci nemmeno sulle garanzie di sicurezza, sulle quali, più che Bruxelles, a decidere sono i "volenterosi". Secondo fonti ben informate l'iniziativa europea potrebbe dispiegarsi su due piani: l'addestramento, in loco, dei militari ucraini e la presenza di una forza multinazionale sul terreno. Il primo sarebbe una decisione dell'Ue. La seconda un'iniziativa di chi, appunto, si autodefinisce "volenteroso". Ma l'ipotesi dei boots on the ground, a Bruxelles, ha una concretezza finora sconosciuta.