Alla COP30 di Belém è il leader indigeno Raoni Metuktire a riaccendere la polemica sul via libera alle trivellazioni petrolifere al largo della foce del Rio delle Amazzoni, decisa a pochi giorni dall'inizio della Conferenza delle Nazioni Unite, tra le proteste degli ambientalisti.
"Questi progetti distruggono fiumi e terre e continuano ad avanzare. Non mi piacciono", ha tuonato il massimo leader indigeno brasiliano, che nei suoi 93 anni ha guidato numerose battaglie in difesa della foresta, meritandosi anche la candidatura al Premio Nobel per la Pace. "Avevo detto molto tempo fa che ci sarebbero state conseguenze molto negative per noi e anche per voi", ha aggiunto il capo della tribù Kayapó, mettendo in guardia: "state causando voi stessi queste conseguenze".
Sullo sfondo, l'incoerenza ambientale del governo. Da un lato l'impegno per la transizione energetica, il contrasto alla deforestazione e la difesa dell'Amazzonia, simboleggiato anche dalla più ampia partecipazione indigena mai vista a una conferenza sul clima. Dall'altro, la concessione per le perforazioni esplorative lungo la nuova frontiera petrolifera del margine equatoriale, rivendicata da Brasilia come un atto di sovranità e una necessità economica.
Per Lula - ed è questo uno dei mantra ripetuti alla COP30 - il Paese e le economie emergenti non possono rinunciare al petrolio senza un sostegno finanziario adeguato da parte delle nazioni più ricche. Una posizione di compromesso che i popoli originari non accettano, come hanno mostrato. Presenti con 400 leader e oltre 3.000 rappresentanti da Brasile, Africa e Asia, gli indigeni hanno affermato a chiare lettere di non essere venuti solo per figurare o fare foto, ma di voler essere ascoltati.
Lo ha gridato anche ieri sera un gruppo dei militanti più intransigenti, che dopo la Marcia globale per il clima e la salute ha forzato le barriere della zona blu (area diplomatica della conferenza), scandendo slogan contro lo sfruttamento petrolifero e chiedendo di "tassare i miliardari". Manifestanti allontanati dopo momenti di tensione.
La concessione, in un'area di altissimo valore biologico, approvata dopo diversi rinvii e i ripetuti pareri negativi dell'agenzia ambientale, è stata accolta con dure critiche dagli attivisti brasiliani, che la considerano un rischio di sabotaggio per la conferenza, in contrasto con il ruolo di leader climatico che Lula rivendica sulla scena internazionale, anche attraverso l'evento in corso. Una COP30 in cui il richiamo di Raoni suona come un avvertimento: il futuro dell'Amazzonia resta sospeso tra promesse di progresso e la lotta per la sopravvivenza dei suoi popoli.