Estero

45 aziende di carne e latticini hanno emesso oltre un miliardo di tonnellate di gas serra

Il 51% delle emissioni è metano; JBS, Marfrig, Tyson, Minerva e Cargill hanno prodotto 480 milioni di tonnellate nel 2023 e il rapporto chiede misure vincolanti prima della COP30

21 ottobre 2025
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Tra il 2022 e il 2023, le 45 maggiori aziende produttrici di carne e latticini al mondo hanno generato complessivamente oltre un miliardo di tonnellate di emissioni di gas serra (in CO2 equivalenti), più di quelle dell'Arabia Saudita, secondo produttore petrolifero globale, e più emissioni di metano di quelle generate da tutti i paesi dell'Unione Europea e del Regno Unito nel solo 2023.

Sono le nuove stime pubblicate in un'analisi a firma di Foodrise, Friends of the Earth U.S., Greenpeace Nordic e Institute for Agriculture and Trade Policy, in vista della Conferenza delle Parti sul Clima (COP30) in programma a Belém, Brasile, dal 10 al 21 novembre.

Oltre la metà delle emissioni stimate (il 51%) deriva dal metano che, secondo gli scienziati, deve essere drasticamente ridotto entro la fine del decennio per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C. Secondo l'analisi, soltanto i primi cinque emettitori in classifica — JBS, Marfrig, Tyson, Minerva e Cargill — hanno prodotto insieme circa 480 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra nel 2023, superando quelle generate dai colossi petroliferi Chevron, Shell e BP.

Per rispettare l'obiettivo climatico del contenimento della temperatura media globale entro 1,5 °C stabilito dagli Accordi di Parigi, gli autori del rapporto chiedono di introdurre dati obbligatori e trasparenti sulla produzione aziendale e la rendicontazione delle emissioni; di stabilire obiettivi vincolanti per la riduzione totale delle emissioni di gas serra provenienti dall'agricoltura; di attuare politiche che limitino la sovrapproduzione e il consumo eccessivo di carne e latticini; e di sostenere una giusta transizione verso l'agroecologia, la sovranità alimentare e gli alimenti di origine vegetale, spostando i fondi pubblici dall'agricoltura industriale su larga scala.