Estero

Attacco alla Sumud Flotilla, droni e gas contro le barche

Gli attivisti: ‘La rappresaglia di Israele non ci fa desistere’. Cassis: ‘Il riconoscimento della Palestina una leva per il futuro’

(Keystone)
24 settembre 2025
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La notte tra martedì e mercoledì al largo di Creta è stata squarciata da una pioggia di polveri urticanti e bombe sonore che ha sconvolto per diversi minuti gli equipaggi della Sumud Flotilla, danneggiando vele e rande. Un attacco sferrato attraverso quindici droni con l’obiettivo di dissuadere gli attivisti diretti a Gaza con cibo e medicine. Una “rappresaglia di Israele”, la definiscono gli attivisti, che non li ha dissuasi dal proseguire verso la Striscia. L’unico effetto sortito finora è una condanna unanime a livello internazionale, a partire dall’Onu, che già annuncia un’indagine sulla vicenda.

Panico fra gli equipaggi

Anche se non ci sono stati feriti, la tensione innescata non accenna a diminuire da quando i quindici droni si sono fermati in volo sopra le teste di attivisti e alcuni parlamentari a bordo delle navi, scatenando il panico tra gli equipaggi di Italia, Inghilterra e Polonia, colpiti con rumori acuti e gas che hanno causato bruciori alla pelle e agli occhi. Cinque le imbarcazioni danneggiate. Una posizione netta è arrivata oltre che dall’Onu dalla Commissione europea, per la quale “non è accettabile l’uso della forza”.

Intanto in Italia la rete della Flotilla ha incassato ancora l’appoggio dei sindacati, che minacciano di bloccare il Paese. L’Usb ha annunciato un nuovo sciopero generale mentre la Cgil farà lo stesso in caso di ulteriori attacchi, blocchi o sequestri delle imbarcazioni o dei materiali.

Nonostante l’offensiva dissuasiva di Israele, le cinquantuno navi che compongono la Flotilla non desistono, dopo i due tentativi già bloccati da Israele a giugno e luglio. L’ultimo più recente attacco nei confronti degli stessi equipaggi era stato invece denunciato al largo di Tunisi lo scorso 9 settembre. “Sono operazioni psicologiche, ma non ci lasceremo intimidire”, spiegano gli attivisti rilanciando per una protezione marittima e la richiesta di osservatori diplomatici delle Nazioni Unite.

Cassis

‘Il riconoscimento una leva per il futuro’

Per il Consiglio federale non è ancora giunto il momento di riconoscere ufficialmente la Palestina, ha detto Ignazio Cassis. Il Governo mantiene così “la coerenza” della sua linea e può essere “utile al mondo”, ha dichiarato il ministro degli esteri ticinese al programma ‘Forum’ della Rts. Il Consiglio federale ha analizzato i vantaggi e gli svantaggi di un riconoscimento ufficiale della Palestina, ha spiegato Cassis, e vuole mantenere la coerenza della sua linea che ha a priori riconosciuto la Palestina con il riconoscimento di una soluzione a due Stati: “La questione non è quindi se, ma quando”, ha sintetizzato il ministro degli esteri.

Riconoscere la Palestina è un atto simbolico e politico che può dare speranza. Il Consiglio federale ritiene tuttavia che sia meglio tenere questa leva a disposizione per il momento in cui ci sarà sul tavolo un piano di pace. In questo modo sarà possibile fornire un incentivo maggiore, ha continuato Cassis. Questa posizione permette anche alla Svizzera di svolgere un ruolo diverso dal mainstream. E ha concluso che se si vuole “essere utili al mondo, la soluzione migliore è quella che il Consiglio federale ha scelto”.