"C'è la libertà di parola e poi c'è il discorso d'odio, ma nella nostra società non c'è posto per quest'ultimo, soprattutto ora, dopo ciò che è successo a Charlie Kirk: vi perseguiremo se prendete di mira qualcuno con discorsi d'odio",
Con queste parole l'attorney general Pam Bondi, ultra fedelissima di Donald Trump, ha scatenato una bufera facendo una seconda gaffe politica dopo quella sul caso Epstein. E diventando un nuovo motivo di imbarazzo nel governo, insieme al ministro della sanità Robert Kennedy Jr., di cui oggi l'ex capa del Cdc Susan Munarez ha denunciato al Senato le indebite pressioni sui vaccini che hanno portato al suo siluramento.
La ministra della giustizia è finita sulla graticola per aver messo in discussione la libertà di parola garantita dal primo emendamento della costituzione americana, contraddicendo sentenze consolidate dei giudici della corte suprema, tra cui quella dell'icona conservatrice Samuel Alito, e persino le dichiarazioni dello stesso Kirk. La libertà di parola negli Stati Uniti non è assoluta, ma le eccezioni sono ristrette, e il "discorso d'odio" non ne fa parte.
In un famoso caso del 1969, Brandenburg v. Ohio, la Corte Suprema ha stabilito che il governo può punire un discorso come incitamento all'odio solo se è diretto a produrre probabilmente "un'azione illegale imminente". Espressioni generali di odio su internet sono spregevoli, ma non costituiscono motivo di incriminazione. Protetto persino il rogo della bandiera Usa. Nemmeno Kirk sarebbe stato d'accordo con Bondi.
"La mia posizione è che anche il discorso d'odio debba essere completamente e totalmente consentito nel nostro Paese. Anche il discorso più disgustoso dovrebbe essere assolutamente protetto", aveva detto in uno dei suoi comizi. Perché, spiegava Kirk, "non appena si usa la parola 'odio', essa diventa un termine molto soggettivo: a quel punto, tutto dipende dagli occhi, o meglio dall'interpretazione, di chi detiene il potere".
L'attorney general ha fatto infuriare anche i commentatori conservatori perché ha vanificato decenni di campagne contro i tentativi dei progressisti di sancire l'incitamento all'odio nella giurisprudenza. Il Wall Street Journal l'ha umiliata con un editoriale dal titolo "Pam Bondi ha bisogno di una lezione sulla libertà di parola", chiedendosi se sia "troppo aspettarsi una conoscenza basilare del primo emendamento da parte della procuratrice generale della nazione" e invitandola a "smettere di partecipare a podcast su Charlie Kirk finché non avrà ascoltato qualche podcast di Charlie Kirk".
Bondi ha contraddetto anche l'ordine esecutivo firmato da Trump per "ripristinare la libertà di parola e porre fine alla censura governativa", "intollerabile in una società libera". Parole in linea con la battaglia conservatrice per la piena libertà di espressione, anche sui social, che con il ritorno del tycoon alla Casa Bianca hanno ridotto o cancellato la moderazione, da Elon Musk a Mark Zuckerberg.
Certo, poi la visione di Trump sulla libertà di parola è selettiva, come dimostrano le sue intimidazioni ai reporter, le minacce di perseguire le organizzazioni della sinistra radicale, i licenziamenti e le revoche dei visti per i commenti controversi su Kirk. Tutte azioni condannate da Barack Obama nel suo ultimo intervento pubblico. E, se si dovessero perseguire i discorsi di odio, molti degli interventi di The Donald potrebbero ricadere in questa categoria, dall'istigazione ai suoi fan a "combattere come dannati" nella marcia al Capitol al "Lock her up!" (arrestatela) contro Hillary Clinton nei comizi.
Bondi ha provato a correggere il tiro e ha precisato che "il discorso d'odio che supera il limite e diventa minaccia di violenza non è protetto dal primo emendamento", denunciando che "per troppo tempo abbiamo visto la sinistra radicale normalizzare le minacce, incitare all'assassinio e incitare alla violenza politica". Ma poi ha confusamente mescolato concetti che andavano dalla "retorica violenta" al doxing (raccolta e pubblicazione di dati online), fino allo swatting (i falsi allarmi per far intervenire un'unità speciale swat a casa di qualcuno).