Scontri accesi nella riunione-fiume dei ministri di Netanyahu, ma alla fine – come previsto – vincono i falchi. Manifestazioni di piazza contro il governo

Dieci ore di discussioni, schermaglie e scontri a tratti accesi per arrivare alla decisione che Benjamin ‘Bibi’ Netanyahu, spalleggiato dai suoi alleati di estrema destra, aveva già preso: ordinare l'escalation finale nella Striscia di Gaza, l'occupazione di ciò che resta di Gaza City e l'espulsione di un milione di esseri umani verso l'ignoto. In barba alle riserve dello Stato maggiore di Tsahal (o Idf, secondo la traslitterazione inglese), alle proteste delle opposizioni interne, alla collera disperata delle famiglie degli ostaggi tuttora nelle mani di Hamas, ai mugugni più o meno credibili delle cancellerie europee. E con il conforto del silenzio dell'unico partner davvero vitale, gli Usa di Donald Trump.
Si è consumata così la notte fatale del gabinetto di guerra israeliano, convocato dal premier per disegnare il futuro della devastante campagna militare in atto da oltre 20 mesi nel territorio palestinese da cui era partito il sanguinoso attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
KeystoneNetanyahu ha ottenuto quel che volevaA tratteggiarne lo spartito sono state tanto le informazioni ufficiali, quanto le indiscrezioni fatte filtrare in presa diretta sui media nazionali e internazionali, dall'israeliano Canale 12 alla britannica Bbc. Indiscrezioni che raccontano del duro botta e risposta fra il capo di Stato maggiore, generale Eyal Zamir, e alcuni ministri; con il primo deciso a mettere agli atti, a futura memoria, le sue contestazioni e gli altri a richiamarlo all'ordine. Fino alla conclusione favorevole ai falchi, sottoscritta da Netanyahu con la sola ‘concessione’ al mondo di escludere – almeno per ora – una volontà di annessione della Striscia.
"Non esiste una risposta umanitaria per il milione di persone che sposteremo dentro Gaza. Sarà tutto estremamente complesso. Propongo di rimuovere il ritorno degli ostaggi dagli obiettivi della guerra", pare abbia esclamato a un certo punto il generale Zamir, come a volersi liberare della responsabilità di ciò che attende i prigionieri superstiti sepolti nei tunnel di Hamas a causa del nuovo piano governativo. Parole che, come ha appreso Canale 12, hanno scatenato i ministri Ben Gvir e Smotrich, pretoriani rumorosi della destra nazionalista-religiosa ultrà in seno alla coalizione di governo. Ma pure il collega Zeev Elkin, esponente sulla carta di una costola più pragmatica della compagine, il partito che fa capo al titolare degli Esteri, Gideon Saar. "Siamo tutti preoccupati per gli ostaggi, ma anche per i soldati e i combattenti che chiedono la vittoria.
Ci sono continui briefing da parte dei militari, smettetela di parlare con i media, siete subordinati al potere politico: imparate dalla polizia a obbedire", sembra sia sbottato Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale. "Dobbiamo parlare di vittoria. Se optiamo per un accordo temporaneo, è una sconfitta. Dobbiamo esigere un prezzo da Hamas per ciò che ha fatto", ha rincarato Smotrich, responsabile delle Finanze. Mentre Elkin si affrettava a dare manforte, liquidando come inadeguato il piano alternativo suggerito dall'esercito e invocando un'occupazione sul modello di "Giudea e Samaria", ossia della Cisgiordania punteggiata da insediamenti di coloni; per poi ammettere che "questa (a Gaza) non è una guerra".
KeystoneIl falco Itamar Ben GvirPosizioni che nella sostanza Netanyahu ha fatto sue. Come fin dai giorni scorsi avevano paventato in un pronunciamento pubblico senza precedenti circa 600 veterani dei comandi delle forze armate e dei servizi segreti d'Israele, definendo apertamente "catastrofica" la prospettiva di un'ulteriore escalation nella Striscia. E arrivando ad appellarsi al presidente americano Trump per fermare il loro primo ministro.
Fuori dai palazzi del potere, intanto, gli oppositori hanno provato a muoversi come potevano: con alcune centinaia di manifestanti raccolti a Gerusalemme sotto la sede del governo a scandire slogan anti-Bibi e migliaia radunati nella più laica Tel Aviv. Arringati da leader centristi quali l'ex generale Yair Golan o l'ex premier Yair Lapid secondo cui "la decisione di queste ore è un disastro che porterà a molti altri disastri: alla morte degli ostaggi, all'uccisione di tanti soldati, che costerà decine di miliardi ai contribuenti e innescherà un collasso politico". "Il governo – è insorto da parte sua il Forum delle famiglie degli ostaggi – ha condannato a morte gli ostaggi vivi e alla scomparsa i resti dei caduti". Salvo miracoli o ripensamenti.