laR+ lo storico shlomo sand

‘Israele pratica l’apartheid nei territori occupati’

Lo scrittore, figlio di due sopravvissuti all’Olocausto, è critico con Tel Aviv: ‘Impressionato dalle crudeltà del 7 ottobre, ancor più dalla reazione’

Un soldato israeliano tiene sotto tiro un palestinese che protesta contro i coloni
(Keystone)
27 febbraio 2024
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Lo storico israeliano Shlomo Sand, autore di numerosi libri sulla storia del Medio Oriente (tra cui il recentissimo “Deux peuples pour un État”, Parigi Seuil 2024), non fa sconti al suo governo, responsabile in ultima analisi del deterioramento della situazione. La soluzione dei due Stati non sarebbe più realistica e Shlomo Sand caldeggia, come diversi pacifisti, la costituzione di un unico Stato binazionale.

Lo storico, lo studioso che ha consacrato la sua vita ad analizzare le radici del conflitto, si aspettava quanto successo il 7 ottobre? O è stato preso alla sprovvista?

Sono rimasto colpito dalla forza dell’azione e da una crudeltà che non mi aspettavo. Attaccare dei civili non armati mi ha ricordato il massacro di Sabra e Chatila da parte delle falangi cristiane nel 1982. Non ho ovviamente esitato a condannare il massacro di Hamas. Ma mi ha impressionato ancor più la crudeltà della reazione israeliana che ha continuato a bombardare i civili, uccidendo almeno ventimila donne e bambini.

L’attacco di Hamas, secondo molti in Israele, sarebbe la prova di un millenario inveterato “antisemitismo” insito nell’islam.

Come studioso posso dirle che il rapporto tra islam ed ebraismo è stato storicamente migliore di quello tra ebraismo e cristianesimo. Nella storia di lungo periodo, attraverso Saladino e fino alla modernità non vi è stato odio diffuso contro gli ebrei.

Sembra purtroppo esserci oggi... a quando risale questa ostilità?

Risale alla colonizzazione sionista iniziata alla fine del XIX sec. Vede, se si considerano i tre leader storici di Hamas, Sheik Ahmed Yassin, il presidente del governo Ismail Haniyeh e Yihia Sinwar il vero comandante militare di Gaza, ecco tutti e tre provengono o direttamente o attraverso i loro genitori, da un villaggio che è poi diventato Ashkelon, città israeliana. Dunque, per rispondere alla sua domanda, l’odio trae origine dalla tragedia che i palestinesi hanno vissuto negli ultimi 100 anni e soprattutto a partire dal 1948-49. Il sionismo considera che 2’000 anni fa gli ebrei sono stati strappati dalle loro terre dai Romani. E oggi non possiamo capire chi è stato strappato dalla propria terra 75 anni fa?

Lei come storico si spinge addirittura a negare che 2000 anni fa vi sia stato un esilio in massa degli ebrei da quelle terre. L’esilio sarebbe dunque un mito? E chi sarebbero allora i discendenti degli ebrei se non i palestinesi arabi?

L’esilio non è solo un mito è quasi un farsa. Se un popolo intero fosse stato costretto all’esilio, come mai oggi non vi è neanche una sola ricerca storica seria che lo dimostri? Dunque è molto probabile che i contadini arabi della Palestina siano almeno in parte i discendenti degli ebrei dell’antichità biblica: ebrei convertiti all’islam o al cristianesimo.


Keystone
Un cartello che prende di mira il muro costruito da Israele

Nel suo libro lei già dall’inizio cita Tamir Pardo, ex dirigente del Mossad secondo cui in Israele vi è un sistema di apartheid, tesi questa sostenuta anche dallo scrittore Abraham Yehoshua. Non le pare eccessivo storicamente fare un parallelismo tra quanto succede in Israele e l’apartheid?

No, non è eccessivo. Il regime di apartheid esiste, lo dicono non solo Pardo e Yehoshua, ma tanti altri. Come ha detto l’ex dirigente del Mossad, se due popolazioni vivono una accanto all’altra e non hanno gli stessi diritti, una beneficia di tutti i diritti, l’altra non benefica né di diritti civili, né politici, significa che vi è apartheid. L’apartheid esiste dal 1967 nei territori occupati, non nel territorio israeliano dove dal ’49 sono stati concessi i diritti civili anche agli arabi. Ma anche in Israele ci sono delle discriminazioni: un arabo israeliano non può identificarsi con l’inno nazionale che parla di animo ebraico. Se lo Stato è ebraico, chi non è ebreo non può sentirsi parte integrante.

Nel suo libro lei ricorda che un palestinese dei territori occupati non può sposare un’ ebrea, o un ebreo una palestinese. Ma questa situazione di separazione diciamo razziale non pone problemi a una popolazione vittima storicamente del razzismo?

La maggioranza degli israeliani non lo considera un problema. Purtroppo. Il sionismo ebraico si definisce su base etnica e non nazionale. Si immagina una legge in Italia ad esempio che stabilisce che i veri italiani sono quelli che sono cattolici? No, sarebbe inimmaginabile.

Sul fronte politico assistiamo a una impasse da decenni. Lei stesso afferma di aver sostenuto la soluzione dei due Stati fino al ’67, ma poi di aver cambiato idea. Perché? È in fondo l’unica soluzione ancora caldeggiata a livello internazionale...

Non è che sono contrario, non ci credo. Ho lottato con tutte le mie forze per anni, con i miei libri, articoli, interventi pubblici per un spartizione delle terre tra palestinesi e israeliani. Ma come altri intellettuali pacifisti, sono giunto alla conclusione che questo sogno è ormai svanito. Tutti sanno che ormai questa prospettiva è diventata un grande bluff.

Perché?

Ma perché ci sono ormai 800mila coloni israeliani in Cisgiordania. Nessun forza politica sarebbe in grado di farli rientrare in Israele.


Keystone
La costruzione di nuove case nell’insediamento di Givat Ze’ev, in Cisgiordania

Alcuni coloni potrebbero però essere integrati in uno Stato palestinese...

Non lo accetterebbero mai. Oltretutto Israele non accetterebbe uno Stato palestinese che per esser realmente uno Stato dovrebbe avere Al-Quds, cioè Gerusalemme est come capitale. Non sono dunque contrario, ma realista. Oltretutto l’autorità palestinese di Ramallah è sostenuta da Israele ma non dalla popolazione palestinese.

Che sosterrebbe Hamas secondo lei?

Sì purtroppo, ne sono certo.

Come lo spiega?

Ma perché l’Autorità palestinese non è né democratica, né liberale ed è totalmente corrotta.

Uno dei grandi problemi è costituito dalla demografia, incompatibile con una visione che mette al centro di Israele l’aspetto etnico, la sua natura ebraica.

Se prende tutta l’area dal mare al Giordano, ci sono 7,5 milioni di israeliani d’origine ebraica, e lo stesso numero di arabi palestinesi, di cui 2 milioni sono cittadini israeliani. L’unica possibilità a mio avviso è quella di costituire uno Stato federale unico.

Che tuttavia rischia di mettere in minoranza gli ebrei.

No, non penso a uno Stato unico democratico sulla base di “un essere umano un voto”, ma a un sistema che tenga in considerazione le specificità nel quadro di uno Stato binazionale che rispetti le diverse comunità.

Potrebbe essere un sistema simile a quello federale svizzero?

Sì, esattamente. Fino al 1948 la Svizzera era lacerata da conflitti interni, da odio confessionale. Nel quadro di una federazione (più che una confederazione) gli svizzeri riescono convivere anche quando non si amano...

C’è una lunga tradizione pacifista in Israele, da Ahad Adam a Hans Kohn, da Hahnnah Arendt a Martin Buber che propugnava uno Stato binazionale. L’impressione è che questa corrente sia evaporata e con lei il pacifismo...

Sì, lei ha ragione. Rimangono alcuni esponenti come Gideon Levy di Haaretz che sostengono la mia tesi: non si può spartire questo fazzoletto di terra. Lo Stato binazionale è un’utopia, ma a volte le utopie sono più realiste della realpolitik. Il 7 ottobre ha dimostrato che i problemi non vengono dal ’67 ma dall’idea di uno Stato ebraico esclusivo. Per gli abitanti di Gaza, i villaggi ebraici al di là del muro sono delle colonie, ai tempi erano i loro villaggi. Questo dobbiamo capirlo, loro sono rifugiati che vivono nel degrado più estremo.

Vi è stato un grande momento di speranza dopo gli accordi Oslo del 1993, naufragati nel 2000 a Camp David. In Israele si afferma spesso che la colpa è del capo dell’Olp Yasser Arafat che ha perso un’occasione unica per giungere alla pace. Lei nel suo libro attribuisce invece la responsabilità a Israele.

Assolutamente. A meno che non si pensi che Israele avesse il diritto di mantenere i coloni in Cisgiordania. Lo stesso Rabin non aveva pensato di togliere neanche una sola colonia in Cisgiordania. Israele non ha neppure voluto cedere la Spianata delle moschee. Oltretutto Israele voleva concedere solo il controllo del 28% della Palestina e non aveva accettato né di rientrare nei confini del ’67 né di smantellare le colonie in Cisgiordania.

Dunque anche Yitzhak Rabin non ha fatto abbastanza?

Lui ha capito che uno Stato ebraico basato sull’apartheid non avrebbe mai potuto vivere in pace. Ma non ha avuto abbastanza coraggio. E il premier Ehud Barak nel 2000 ha osato anche meno di lui. Lo scacco di Oslo dimostra che l’offerta israeliana non poteva essere accettata dalla controparte.

Ma non pensa che il massacro del 7 ottobre dimostra in realtà che Israele possa fidarsi dei palestinesi?

Ma vede, se fossi un giornalista palestinese, potrei chiederle se la carneficina israeliana di donne e bambini non dimostra che gli israeliani non vogliono la pace. Un atto selvaggio e crudele come quello di Hamas non ha giustificazioni, ma si iscrive in quell’odio creato dalla colonizzazione e dalla mancanza di futuro. Successe una cosa analoga con i Vietcong in Vietnam o il Fnl in Algeria.


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Lo storico Shlomo Sand

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