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Lessico di guerra. Oltre cent’anni di conflitto

Tentiamo di rispondere ad alcuni interrogativi che alimentano il dibattito sull’annosa questione del degrado dei rapporti tra israeliani e palestinesi

Famiglia araba in fuga dai villaggi della Galilea verso il Libano, 1948
(Keystone)
21 novembre 2023
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Perché tutto iniziò? Ormai è inadeguata anche l’espressione “guerra dei cent’anni”. È in effetti condivisa la data del 1917 come momento fondatore del conflitto. Fu in quell’anno che il ministro degli Esteri inglese Lord Balfour scrisse una lettera al referente del movimento sionista Lord Rothschild per segnalargli che Londra era favorevole alla creazione di una “dimora nazionale per il popolo ebraico” in Palestina. Il fatto è che dal VII secolo d.C. quella era considerata terra araba. La fine della potenza ottomana, sancita dalla sconfitta nella Prima guerra mondiale, aveva stimolato gli appetiti delle potenze occidentali, che già nel 1916 con gli accordi segreti Sykes-Picot avevano predisposto la spartizione dell’area mediorientale tra Francia e Gran Bretagna. Gli inglesi con la loro cinica ambiguità portano una grande responsabilità sulla nascita del conflitto, in particolare per le promesse non mantenute soprattutto nei confronti degli arabi: prima schierati con gli ebrei, poi dopo le rivolte arabe del 1935 favorevoli a una limitazione dell’immigrazione ebraica in quelle terre. Alla svolta filo-palestinese gli estremisti ebraici rispondono con una serie di micidiali attentati terroristici commessi dai movimenti clandestini dell’Irgun e del gruppo Stern. Ma il parziale riavvicinamento non soddisfa neppure gli arabi: il Gran Mufti di Gerusalemme si schiera con il Terzo Reich. Il mandato britannico iniziato nel 1920 diventa insostenibile, finirà nell’immediato dopoguerra.

La creazione di Israele e la ‘Naqba’

Il 29 novembre del 1947 con la celebre risoluzione 181, l’Assemblea generale dell’Onu a maggioranza dei due terzi sancisce la nascita di due Stati in Palestina, uno arabo, l’altro ebraico. Gerusalemme sarebbe stata amministrata dall’Onu. Meno di un anno dopo, il 15 maggio 1948 all’indomani della proclamazione da parte di David Ben Gurion, al neonato Stato dichiarano guerra Egitto, Siria, Libano, Iraq, Transgiordania. Lo smacco arabo consentirà a Israele di estendere notevolmente il proprio territorio. Gaza è sotto controllo egiziano, la Cisgiordania è integrata nella Giordania. L’enorme esodo di arabi palestinesi (750mila) dalla loro terra è oggi terreno di scontro ideologico: per gli israeliani quegli abitanti partirono spontaneamente, per i palestinesi la “Naqba” (catastrofe) fu il risultato della spietata repressione dell’esercito israeliano. Quest’ultima versione è di fatto quella più vicina alla realtà: Benny Morris, uno dei maggiori storici israeliani, ha stabilito che nella stragrande maggioranza dei 369 villaggi palestinesi abbandonati, la popolazione fuggì per gli attacchi e i massacri di Tsahal. Quello dei profughi del 1948 è uno dei grandi temi sui quali si è infranto il processo di pace: oggi la maggioranza degli abitanti di Gaza è costituita da discendenti dei profughi della Prima guerra israelo-araba.

A chi appartiene storicamente la Palestina?

La questione sarebbe razionalmente assurda, la terra dovrebbe appartenere a chi ci vive, ma purtroppo le rivendicazioni in base a un passato vero o fittizio sono alla base di innumerevoli conflitti. Basti pensare fra i tanti al dibattito sulle terre ucraine. Il nome Palestina fu dato dall’imperatore romano Adriano (II secolo d.C.) all’area che nella Bibbia viene indicata come terra di Canaan. Palestina deriverebbe da Filistei, una stirpe forse di origine greca, i grandi nemici biblici degli Ebrei. Il sionismo messianico rivendica tutte le terre dal fiume Giordano al mare. L’idea di Eretz Israel trae origine da un’interpretazione letterale della Bibbia. Anche se biblisti (tra cui lo svizzero Thomas Römer), storici e archeologi (tra cui il più noto di tutti, Israel Finkelstein) hanno sfatato innumerevoli miti dicendoci in sostanza: i patriarchi come pure Mosè non sono personaggi storici, l’esodo dall’Egitto è leggenda, il primo grande regno di Israele (quello di Davide e Salomone) non è mai esistito, il successivo piccolo regno di Israele è stato cancellato dagli Assiri nel 722 a.C. e il Regno di Giuda un po’ più a sud è sì esistito, ma era ancor più piccolo e la sua capitale Gerusalemme era di fatto un modesto borgo. Purtroppo i fatti storici non bastano a smorzare le rivendicazioni messianiche. Quanto alla popolazione, Israele considera che chi è ebreo (per madre) ha diritto a vivere in Israele, indipendentemente dalla sua provenienza, anche su territori sottratti agli autoctoni arabi.

Chi viola il diritto internazionale?

Il piano di partizione della Palestina del 1947 era stato respinto dai Paesi arabi, e dunque la prima violazione del diritto è indubbiamente araba. Nel frattempo l’esistenza di Israele è stata riconosciuta dall’Egitto e dalla Giordania. Ma non da Siria, Libano o Iraq. O da Hamas. Dal canto suo Israele con la “Guerra dei sei giorni” estende il suo controllo a Gerusalemme, Gaza e Cisgiordania, quest’ultima rivendicata dagli ebrei oltranzisti in quanto biblica “Giudea e Samaria”. Se la guerra del ’67 consente la cooptazione di ampi territori del nemico, segna anche la fine dell’ideale di un sionismo laico e democratico. Tel Aviv si appiglia a un cavillo linguistico per respingere la celeberrima risoluzione 242 che stabilisce il principio “territori in cambio di pace”, in altre parole restituzione ai palestinesi delle terre conquistate con la forza in cambio del riconoscimento da parte araba dello Stato ebraico. La 194 che riconosce il diritto al ritorno dei rifugiati non viene neppure presa in considerazione: Israele si sente minacciata nella sua esistenza e chiede dapprima il riconoscimento arabo. Tra le violazioni del diritto internazionale vi è da annoverare quella della massiccia colonizzazione delle terre palestinesi della Cisgiordania: infrange in modo indiscutibile l’articolo 49 della Quarta convenzione di Ginevra.

Gli accordi di Oslo. Perché sono naufragati?

La guerra del ’67, con la storica sconfitta dell’Egitto di Gamal Abdel Nasser, è all’origine della crescente centralità dell’Olp che diverrà l’unico attore riconosciuto della resistenza araba. Il ricorso al terrorismo (presa d’ostaggi, attentati, dirottamenti aerei) da parte delle sue frange più radicali alienerà all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina molti sostegni: cacciati dalla Giordania e poi dal Libano, dall’esilio tunisino i dirigenti palestinesi riusciranno comunque a tener vivo lo spirito di resistenza. La svolta moderata di Arafat, la pressione americana (George H. W. Bush e poi Bill Clinton) e l’ascesa al potere nel 1992 di Yitzhak Rabin renderanno possibili gli storici accordi raggiunti a Oslo l’anno successivo. L’idea dell’intesa era di costruire progressivamente la pace, iniziando dalle questioni più facili da affrontare, a cominciare da un ritiro progressivo e parziale dai territori occupati, dal riconoscimento palestinese dello Stato ebraico e da parte di Israele da quello dell’Olp come interlocutore. La Cisgiordania viene provvisoriamente divisa in tre zone: solo in una di esse e a Gaza l’autorità palestinese può esercitare competenze relativamente importanti. Poco, ma si tratta di un inizio: i dossier più scottanti verranno trattati più tardi. L’uccisione nel 1995 di Rabin per mano di un estremista ebreo segna l’inizio della fine delle speranze di pace. Il naufragio di Oslo si consumerà a Camp David nel 2000: Ehud Barak e Yasser Arafat non hanno il coraggio di fare concessioni impopolari. Il primo non cede abbastanza su Gerusalemme e la Cisgiordania, il secondo non ce la fa a rinunciare almeno in parte al principio del ritorno in Israele dei profughi del 1948. Purtroppo indebolito a fine mandato, Bill Clinton non è riuscito a far passare le sue proposte, indubbiamente le più sensate: Stato palestinese su 95% della Cisgiordania con qualche colonia israeliana nel 5% rimanente a ridosso della linea verde; in cambio Israele consegnerebbe un 5% ai palestinesi per collegare Gaza alla Cisgiordania. Gerusalemme: ai palestinesi la parte araba, agli ebrei quella ebraica. Sulla questione rifugiati: possibilità di tornare nel nuovo Stato palestinese, in piccola parte anche in Israele e compensazione per chi rimane all’estero. Il buon senso di Clinton non piace agli estremisti: Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu guideranno poi il Paese verso la progressiva intolleranza: speculare sul fronte palestinese la radicalizzazione islamista.

Perché Gaza è diventata Hamastan?

All’origine il movimento Al-Mujamma (da cui nel 1987 nascerà Hamas) era ben visto e sponsorizzato dagli israeliani: organizzazione caritatevole, islamista certo, legata ai Fratelli Musulmani, ma occupata a gestire moschee (che crescevano come funghi), scuole, ospedali. Il suo leader Cheikh Yassin non esitava ad apparire in pubblico accanto al governatore militare israeliano di Gaza. Sostenere Hamas per indebolire l’Olp: la strategia era semplice, poco importa se la carta costitutiva del movimento era un condensato di odio antiebraico. Con gli accordi di Oslo la prospettiva cambia: per Hamas quell’intesa è un tradimento, il suo braccio armato organizza attentati suicidi a Gerusalemme e Tel Aviv. Inizia l’esclamino. Cheikh Yassin viene ucciso da un missile israeliano, un mese dopo il suo successore fa la stessa fine. Agli assassinii mirati Hamas risponde con gli attacchi kamikaze: la micidiale spirale porta a blindare la Striscia. Gli israeliani la abbandonano nel 2005, ma mantengono il controllo dell’aria, dei confini, dell’energia, delle acque territoriali.

La vittoria elettorale degli islamisti nel 2006 cambia definitivamente le coordinate. L’autorità palestinese viene cacciata da Gaza, Hamas e i diversi clan delle grandi famiglie si spartiscono l’economia del territorio. Dal Qatar i leader più potenti arrotondano un po’ gli spigoli della carta costitutiva che proclamava la distruzione di Israele. Ma la miseria, il sovrappopolamento e la mancanza di prospettive alimentano l’estremismo e il terrorismo, fino agli eventi dello scorso 7 ottobre e la risposta militare israeliana che precipitano la Striscia e i suoi abitanti nell’inferno.

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