laR+ la guerra in ucraina

Acqua, fuoco e veleni a Kherson, dove si muore tre volte

Nella stessa zona colpita dalle inondazioni dopo il crollo della diga, ci sono anche i bombardamenti sui civili e la paura dei liquidi tossici

Le case inondate dopo il crollo della diga
(Keystone)

Kherson – A Kherson il suono della sirena antiaerea è continuo. E anche i bombardamenti sono continui, soprattutto sulla zona costiera della città, nel distretto di Korabelny e sull’isola di Karantynnyi. Le stesse aree della città che sono state inondate dopo che, lo scorso 6 giugno, la diga di Kakhovka, sotto controllo russo, è saltata. È una catastrofe ambientale, la più grave avvenuta nel Paese dopo quella di Chernobyl.

Le immagini dei soccorritori, di chi cercava di portare in salvo persone e animali, finiti sotto il fuoco russo, hanno fatto il giro del mondo. Questa guerra è una tragedia collettiva formata da milioni di storie. E come in tutte le guerre, solo una parte infinitesimale viene raccontata e portata in superficie. Come quella di Valeria, che continua, senza sosta, a cercare di spostare rottami e macerie in quella che fino a poche ore prima era la sua casa. Un uomo a petto nudo e in pantaloncini, il corpo ricoperto di vernice rossa, esplosa da un contenitore che stava sul tetto della casa, cerca di spazzolare con una scopa calcinacci e mattoni da quello che rimane della sua vecchia Lada. Il garage le è crollato sopra. Un colpo di artiglieria russo. Tre case distrutte. E un morto, il marito di Valeria. Per nulla, perché qui ci sono solo abitazioni.


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Una donna chiede aiuto dal tetto di casa

Come sempre si tratta di terrorizzare, punire, uccidere civili. “La guerra è guerra, io lo capisco, succedono tante brutte cose, ma sono così triste e disperata che mio marito non è morto di morte naturale ma in quel modo orribile. Ho sempre pensato che sarei morta io prima di lui, e invece mi ha lasciata così... Ero appena tornata dal mercato e mi ero messa a parlare un po’ con lui e a un certo punto gli ho detto ‘Vitaly, vai a guardare se funziona il generatore’, perché qui spesso manca la luce ed è stato un attimo dopo che hanno colpito. E mi sono messa a urlare: dove sei, dove sei? L’ho trovato per terra, in casa”.

Vite che non valgono nulla

Valeria scoppia a piangere. Forse per la prima volta dall’esplosione che le ha portato via, in un soffio, tutta la sua vita. Poi si ricompone, si sistema la camiciola leggera che porta addosso e ricomincia a spostare macerie. “Me lo porti fuori quel materasso?”, chiede. C’è acqua per terra. Il soffitto, fatto di paglia e legno, come nelle case tradizionali, è saltato. Le mura pericolanti, gonfiate dall’esplosione. Un’abitazione povera, tre piccole stanze, una credenza piena di libri. Le foto di famiglia. Fuori dal cancello di casa si raccolgono alcuni vicini. Qualcuno entra in silenzio, per portare un messaggio di cordoglio.

Dall’altra parte di Kherson, in un magazzino un gruppo di uomini sta scaricando un tir carico di aiuti umanitari. Sono quelli di Front Line Kitchen, una organizzazione fondata dall’inglese Richard Woodruff, 29 anni, cuoco. L’organizzazione produce, grazie a decine di volontari che arrivano da tutto il mondo, cibo liofilizzato per le truppe ucraine, ma nel corso dei mesi Richard si è occupato un po’ di tutto: dagli aiuti umanitari alle collette per finanziare acquisti di droni e altro materiale medico.

C’è anche un gruppo di militari che sta dando una mano a impilare nel magazzino scatole con prodotti di prima necessità. Sono quelli della Legione Nazionale Georgiana, un battaglione di circa mille uomini attivo nei combattimenti sin dal 2014 come unità di volontari e poi integrata nell’esercito ucraino nel 2016.

Nella Legione non ci sono solo georgiani, ma anche centinaia di stranieri. Tra loro anche dei giapponesi. “La nostra unità era di riposo dai combattimenti a sud di Zaporizhzhia e non volevamo rimanere con le mani in mano, abbiamo una organizzazione parallela che si occupa di aiuti umanitari e siamo venuti qui per dare una mano”, dice Henri, uno dei responsabili. Ha una zia che vive in Italia ed è molto interessato ad avere informazioni sulla propaganda russa nel Paese.

Il pericolo di fare la fila

Il giorno seguente nel parcheggio di un magazzino più di mille persone sono in attesa di ricevere quei pacchi. È pericoloso creare assembramenti del genere qui a Kherson, i russi hanno già bombardato luoghi affollati come il mercato centrale e un supermercato. Una donna passa davanti alla folla urlando: “Siete pazzi, potete morire, andate via, via!”. Nessuno la ascolta, nessuno si muove. Tantissime donne con i loro bambini sono in fila. Molti anziani, anche.

Un ragazzino dalla chioma riccioluta saluta tutti i soldati e i volontari che vede e porta un regalo a uno di loro: una macchinina di plastica. La folla aumenta, arrivano altri furgoni carichi di pacchi. Più di 1’800 sono quelli che vengono distribuiti. Per oggi è andata bene, nessun attacco. I russi sono oltre il fiume, in alcune zone a neanche mille metri di distanza.

Ridare speranza

Finita la distribuzione, Richard e quelli della Legione Georgiana salgono in macchina e si dirigono verso Korabelny, per distribuire del pane nelle zone in precedenza allagate dalla piena della diga. E trovano la casa di Valeria. In poche ore, ripuliscono tutto dalle macerie. Ma fanno una cosa ancora più importante, si prendono l’impegno di ricostruirle la casa. Il marito di Valeria è morto e nessuno può farci nulla, nessuno può riportarlo in vita.


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Una casa in fiamme dopo un bombardamento

Ridare una speranza a una donna che ha perso tutto invece si può fare. Ed è quello che è successo in questa piccola storia. È bastato un appello su twitter e in un giorno sono stati raccolti più di diecimila dollari. Richard e i suoi ripartono per Leopoli, mentre i soldati della Legione Georgiana tornano a Zaporizhzhia.

Oksana, la volontaria incontrata qualche mese prima in città, continua a dirigere il suo gruppo di civili, soprattutto donne che si muovono indaffarate in uno scantinato a contare e separare viveri, medicinali, prodotti per neonati. Hanno anche una panetteria poco distante, vicino al fiume, dove producono pane che poi viene distribuito alle persone in difficoltà. Poco prima dell’inondazione della città i russi hanno colpito proprio l’edificio dove si trova. “Hanno danneggiato uno dei forni industriali che ci hanno donato, ma siamo riusciti a sostituirlo”, dice Oksana. “Prima l’occupazione, poi i bombardamenti e adesso l’inondazione. Pensano di poterci piegare, di farci andare via dalle nostre case, ma non succederà mai”.

La diga e l’ecocidio

La rottura della diga, le cui cause non sono ancora state accertate – se sia stata presa di mira come parte della guerra della Russia in Ucraina o se si sia trattato di un cedimento strutturale – ha causato uno dei più grandi disastri ecologici che l’Europa abbia visto negli ultimi decenni. Ecocidio è un termine che descrive l’intenzionalità nel danneggiamento e nella distruzione del tutto o in parte di un ecosistema o ambiente naturale. Viene adoperato anche per indicare una catastrofe o un disastro naturale causato indirettamente, ma ricollegabile alla mano dell’uomo.


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Abbracci e solidarietà, anche così si sopravvive all’orrore

L’origine del termine viene da un territorio di guerra, quello del Vietnam. È infatti stato utilizzato per la prima volta in quel contesto per descrivere la devastazione di parte della fauna e delle foreste tropicali attraverso l’uso dell’Agente arancio (defoliante militare tossico contenente diossina) che ha causato per decenni anche gravi danni all’essere umano.

La parola ecocidio si adatta perfettamente a quanto è avvenuto in Ucraina con la distruzione della diga di Kakhovka e dell’omonimo bacino che si trova più a nord, una enorme riserva d’acqua di diciotto chilometri cubi, un polmone idrico che ha permesso la coltivazione di terre nelle regioni aride del sud dell’Ucraina, senza contare l’approvvigionamento di acqua alla Crimea. “Se parliamo appunto della distruzione della diga di Kakhovka l’elemento che più ha subito danni è proprio l’essere umano”, dice il professor Ihor Pylypenko, preside della facoltà di biologia, geografia ed ecologia dell’Università statale di Kherson. Insieme a un gruppo di colleghi, ha organizzato una spedizione scientifica per verificare i processi di cambiamento del paesaggio causati dalla distruzione della diga e nelle zone della riserva idrica.

“Abbiamo due conseguenze a livello temporale: la prima è quella a breve termine, dove parliamo di vite umane perse e dei danni subito derivanti dall’inondazione. Queste conseguenze chiaramente sono disastrose, ma immediatamente identificabili, e pertanto si può capire come contrastarle. Sul lungo termine invece si parla di effetti che potrebbero durare decenni. Vorrei concentrarmi su quattro aspetti importanti: il primo è quello energetico. Dal bacino dipendevano tre stazioni idroelettriche: una è andata persa, che è quella dell’ex diga di Kakhovka, che produceva circa l’1 per cento di tutta l’energia elettrica dell’Ucraina. Vista così sembra una cifra irrisoria ma in realtà l’energia idraulica è molto maneggevole, la puoi produrre quando ti serve, per esempio durante i picchi energetici”.

Caos infrastrutture

Grazie alla diga è stata costruita la centrale nucleare di Energodar, la più grande in Europa, in grado di produrre circa il 25 per cento dell’energia elettrica in Ucraina. E poco distante c’è un’altra stazione idroelettrica che produce un altro 3,5 per cento. Il secondo aspetto riguarda le infrastrutture sul fiume Dnipro. Attualmente non esiste più un passaggio stradale sul fiume. Oltretutto sulla diga passava anche la linea ferroviaria, un importante snodo logistico per il trasporto delle merci tra le due sponde.

La riserva idrica e il fiume Dnipro permettevano, prima dell’invasione russa, il trasporto fluviale di merci e prodotti agricoli, come il grano, fino a Kherson. Ma il letto del fiume si è modificato a causa dell’enorme mole di fango e detriti che ha trascinato a valle, mentre il bacino si è quasi completamente svuotato. Diversi porticcioli e attracchi, sia turistici sia commerciali nella città di Zaporizhzhia, sono ormai in secca.

Il fiume Dnipro attraversa la città dividendola a metà, creando una serie di canali secondari dove ormai l’acqua è sparita. In una di queste, dove il fiume prima formava una insenatura, i pontili galleggianti sono appoggiati sul fondo, così come case e ristoranti. Le navi piegate di lato, trattenute dagli ormeggi, le chiglie piantate nella melma e nel fango seccato al sole. “Il terzo aspetto è quello del rifornimento di acqua potabile e di quella destinata all’irrigazione – dice il professor Pylypenko. Parliamo di un’area composta principalmente da steppa secca.


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La moria di pesci nella zona

Adesso immaginate che all’improvviso scompaia un enorme serbatoio d’acqua di 18 km quadrati, lungo 243 km e largo fino a 23. La produzione agricola è intrinsecamente legata a questa presenza d’acqua. Ci sono tre importanti canali idrici artificiali che partono dal bacino di Kakhovka: il primo è quello che rifornisce di acqua la zona di Kryvyj Rih, l’area metallurgica del paese. Un secondo canale, oltre all’acqua per i sistemi di irrigazione del sudest, riforniva anche aree urbane di città sopra i centomila abitanti, come Melitopol e Berdiansk. Il terzo canale è quello della Crimea settentrionale. Ovviamente questi non sono più in funzione. Il quarto aspetto riguarda le conseguenze socioeconomiche. Se non abbiamo più disponibilità di un certo quantitativo di acqua per l’irrigazione, cambierà la produzione agricola dell’area e di conseguenza la quantità di manodopera. Solo nella regione di Kherson con la distruzione della riserva parliamo di circa duecentomila persone che hanno perso ogni mezzo di sostentamento economico”.

L’inquinamento

Se a nord il problema è la desertificazione del territorio, a sud invece si è assistito al problema opposto. A Kherson incontriamo anche Mikola Vlasenko, vicecapo dell’ispettorato statale per l’ambiente del distretto meridionale. “Sin dalle prime ore abbiamo capito che si stava profilando non solo un disastro ambientale a livello locale ma anche internazionale. A Kherson abbiamo decine di fabbriche sul fiume e sono presenti due porti, quello marittimo e quello fluviale, dove si trovavano una elevata quantità di prodotti industriali di ogni tipo e ingenti quantità di prodotti chimici e fertilizzanti. Inoltre centinaia di tonnellate di oli lubrificanti presenti nelle turbine e nei depositi della diga sono state rilasciate nelle acque. Tutti questi agenti inquinanti non sono solo arrivati a Kherson, ma seguendo le correnti del fiume Dnipro, oltre l’estuario, sono poi confluiti nel Mar Nero. E poi abbiamo anche un altro problema del quale stiamo cercando di valutare le conseguenze. Se l’acqua che arriva all’estuario del fiume Dnipro sarà troppo poca, c’è il rischio che quella salata proveniente dal mare risalga il corso del fiume. E se succederà sarà una seconda devastazione a livello ambientale”.

Terre protette uniche, riserve naturali e molti animali e uccelli sono stati spazzati via, minacciando l’estinzione di alcune specie. Centinaia di isole, aree di foresta alluvionale e di steppa, prati e pendii con tutti i loro abitanti sono stati cancellati. Un flusso tossico di mine inesplose, migliaia di tonnellate di sostanze chimiche, liquami, animali morti, alberi sradicati, depositi di limo velenoso contenente diossina e altre sostanze tossiche si sono riversate tutte nel Mar Nero. Dalla fine della guerra ci vorranno almeno sette anni tra la ricostruzione della diga e la ricostituzione del bacino.

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