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09.11.2022 - 17:08
Aggiornamento: 21:48

Cinque Stati Usa dicono sì all’aborto

In altrettanti referendum sul tema, con quesiti un po’ diversi ma tutti proposti dopo il rovesciamento della Roe v. Wade. Al voto anche sulla schiavitù

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(Keystone)

Ma quindi l’aborto ha pesato sulle scelte elettorali? Lo scandalo destato dalla decisione della Corte Suprema – che ha rovesciato la storica sentenza Roe v. Wade del 1973, demandando ai singoli Stati la regolamentazione dell’interruzione di gravidanza – risale a fine giugno: spesso a influenzare il voto sono polemiche più recenti e nel frattempo altre preoccupazioni hanno preso il sopravvento, dall’inflazione alle tante emergenze sociali sul territorio. Eppure gli exit poll dicono che la ferita brucia ancora. E che la maggioranza degli americani non la pensi come i suoi giudici, lo si è visto martedì in cinque referendum: in California, Michigan, Vermont, Kentucky e Montana – Stati assai diversi tra loro per composizione sociodemografica e ‘ideologia’ – gli elettori si sono espressi a favore del diritto all’aborto, sia pur pronunciandosi su quesiti talora molto diversi.

In California, Stato liberal quant’altri mai, si è votato per inserire in Costituzione la piena protezione della libertà riproduttiva, dalla contraccezione all’interruzione di gravidanza. Risultato, scontato: si prospetta un 65% di sì. Nel Vermont, governato da quei ‘country club Republicans’ così lontani dalla Right Nation di Bush prima e di Trump poi, è stato il 77,2% dei votanti – col beneplacito dello stesso governatore – a scegliere di scrivere nella carta fondamentale che “il diritto di un individuo all’autonomia riproduttiva personale è fondamentale per la libertà e la dignità di decidere il proprio corso di vita e non può essere negato o violato se non per un interesse statale imperativo, da raggiungere con i mezzi meno restrittivi possibili“. Musica assonante in Michigan, dove il 56,7% degli elettori ha deciso – con buona pace della governatrice repubblicana – che la Costituzione deve difendere “il diritto individuale alla libertà riproduttiva”, diritto che riguarda l’aborto e "tutte le decisioni relative alla propria gravidanza”

Diverso il caso dell’oggetto in discussione in Kentucky: nello Stato del bourbon e delle corse di cavalli l’aborto è diventato automaticamente illegale allo ‘scadere’ della Roe v. Wade. L’emendamento costituzionale messo al voto mirava a rendere irreversibile questo divieto. Oltre il 52% dei Kentuckians ha deciso che non era il caso. Resta da capire quali saranno le conseguenze indirette di questo verdetto.

Particolarmente confuso il tema al voto in Montana, dove si direbbe ormai bocciata (con oltre il 52% di no) una legge che avrebbe imposto pene fino a vent’anni per medici e personale sanitario che non forniscono supporto attivo – ad esempio un’intubazione – ai bambini nati vivi anche dopo un tentativo di aborto. Il ‘referendum 131’ pareva riguardare solo pochissimi casi (stando a quanto riporta il ‘Post’ citando i dati del Center for Disease Control, i bimbi nati vivi durante una procedura di interruzione di gravidanza sono stati 143 in 12 anni in tutti gli Stati Uniti e nel 96% dei casi sono morti entro 24 ore). Il New York Times ricorda che la protezione di base del neonato è già inserita nella legge federale, mentre la nuova legge avrebbe limitato le cure palliative e giustificato un accanimento terapeutico. Il timore dei contrari, inoltre, era che la campagna servisse come primo passo per mobilitare e compattare ulteriormente il fronte antiabortista in Montana, dove l’aborto resta comunque legale anche dopo la decisione della Corte Suprema.

Decisione che nel frattempo ha già reso automaticamente illegale l’aborto in 12 Stati americani, stando alla conta dell’associazione ‘Planned Parenthood’: Texas, Oklahoma, Louisiana, Mississippi, Alabama, Arkansas, Missouri, Tennessee, Kentucky, West Virginia – tutti nel Sud-est – e più a Nord-ovest Idaho e South Dakota. Negli altri Stati le restrizioni variano. Da giugno, le testate americane riportano numerosissime storie di donne costrette a vagare per il Paese in cerca di una clinica che consenta loro di abortire al di fuori dello Stato ‘proibizionista’ di residenza: viaggi estenuanti per accedere a procedure costosissime, unica alternativa a cure pericolose e clandestine.

Schiavitù e marijuana

Sembrerà strano, ma altri cinque Stati americani hanno votato anche sull’abolizione della schiavitù, decidendo in quattro casi – Alabama, Oregon, Tennessee e Vermont – di imporre un divieto costituzionale. Se infatti l’abolizione federale della schiavitù risale al Tredicesimo emendamento del 1865, in molti Stati i detenuti sono costretti a lavori forzati che molti ritengono un trattamento analogo. Si ritiene dunque che un emendamento costituzionale statale, seguito dalle opportune sentenze su casi concreti, possa progressivamente limitare il lavoro carcerario solo a mansioni effettivamente giustificabili entro un piano di riabilitazione sociale. A votare contro è stata solo la Louisiana, Stato nel quale la maggioranza ritiene evidentemente che una misura del genere sarebbe troppo costosa per lo Stato – imponendo di retribuire o commissionare altrove il lavoro che oggi svolgono i carcerati – oppure che semplicemente “i criminali se la meritano”, la schiavitù.

Infine, per l’ennesima volta, la marijuana. Il Maryland è il ventesimo Stato ad approvare l’uso ricreativo con oltre il 65% dei voti. A seguirlo dovrebbe essere anche il Missouri (53%). Probabile no, invece, in North Dakota, South Dakota e Arkansas. L.E.

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