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20.07.2022 - 20:37
Aggiornamento: 21.07.2022 - 10:47

Draghi bocciato, verso la crisi di governo

Cinquestelle, Lega e Forza Italia non votano la fiducia. Draghi rassegnare domani le dimissioni al Presidente della Repubblica

draghi-bocciato-verso-la-crisi-di-governo
Con le mani ciao ciao (Keystone)

Mario Draghi non ce l’ha fatta: al Senato la fiducia al suo governo ha ottenuto soltanto 95 sì, perdendo il supporto di Lega, Forza Italia e Cinquestelle, fino ad ora partner di governo (Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni era già all’opposizione rispetto al governo di unità nazionale in carica dal 13 febbraio 2021). Con ‘soli’ 39 no in teoria la fiducia ci sarebbe, ma l’ampliarsi dell’opposizione pone di fatto fine al governo ‘di unità nazionale’. Il Presidente del consiglio italiano ha però rimandato a domani – dopo il voto alla camera – la sua salita al Quirinale per rassegnare le dimissioni di fronte al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Un risultato arrivato dopo il duro discorso col quale il Presidente del consiglio italiano, questa mattina, aveva ribadito la volontà di restare al timone solo se si fosse confermata l’agenda del governo, dalle armi all’Ucraina al termovalorizzatore a Roma, dalle liberalizzazioni alla politica energetica. Sono rimasti vicini all’uscente i partiti di centro e centrosinistra.

Di seguito un’analisi commentata della giornata, fino a ora e per quel che ne capiamo.

***

Tra iguana e conigli

Un maestro di scuola davanti a una classe indisciplinata, che si appresta con voce ferma, ma un po’ stanca a fermare gli aeroplanini con l’ennesimo cazziatone. Non dovrebbe essere fatto così, il rapporto tra un Presidente del Consiglio e il Parlamento che lo elegge, anzitutto per il bene e la credibilità di quest’ultimo: in fondo non può essere il governo a riempire il vuoto del legislativo, se non con grandi rischi per gli equilibri dell’intero sistema. Eppure è stato difficile dare torto a Mario Draghi, quando stamattina ha portato a Palazzo Madama le sue occhiaie da iguana e ha piazzato sul muso dei senatori il più classico dei richiami all’ordine, ripetendo le sue – e non solo sue – priorità per l’Italia: completare un piano di rilancio credibile per non perdere il sostegno europeo; concretizzare la riforma degli appalti per evitare che siano le mafie a mettere le mani su quei soldi; ripensare la concorrenza per limitare le rendite in settori come quello dei taxi (degenerato ormai nell’insurrezione violenta) e degli stabilimenti balneari; riformare il ginepraio fiscale; tutelare il potere d’acquisto a partire dai salari medio-bassi; rinnovare i contratti collettivi scaduti da anni; adottare un salario minimo; evitare che le pensioni e un debito pubblico al 150% del Pil collassino sotto il loro stesso peso; raddrizzare le storture del ‘reddito di cittadinanza’ ma senza eliminarlo; completare i rigassificatori e cercare maggiore autonomia energetica. E poi – il tema più scottante soprattutto per i tanti putiniani nascosti tra grillini e leghisti – sostenere con le armi la resistenza ucraina e arginare la palese interferenza di Mosca sull’attività politica del paese.

Nel corso del suo discorso Draghi è parso prendersela più con la Lega che con il Movimento Cinquestelle, anche perché sarebbe stato come uccidere un uomo morto, dopo che l’avventatezza del loro capo Giuseppe Conte ne ha accelerato l’evaporazione. Risultato: in questa ennesima aria di un’operetta politica tanto temeraria quanto abborracciata, è stata soprattutto la Lega a metter su il muso, ritirandosi subito dall’aula per i soliti conciliaboli (gli stessi nei quali i Cinquestelle erano impegnati da giorni. Un’infinita assemblea del liceo, con troppi stonati e poche chitarre).

La giornata di ieri è iniziata così, ed è finita come doveva finire nel Paese dell’arabesco come linea più breve tra due punti (copyright Ennio Flaiano): con una crisi di governo e Draghi che andrà al Quirinale per dimettersi. È stato proprio il centrodestra a sfilarsi, rifiutandosi di votare la mozione dell’immarcescibile Pier Ferdinando Casini – oggi nel centrosinistra – che chiedeva di dire semplicemente se l’aula fosse d’accordo con Draghi: o sì, o no.

Sulla carta ha vinto il sì, ma venendo a meno l’unità istituzionale, a trionfare nei fatti è stato un pavido ‘no, ma non è colpa nostra’, pronunciato dopo l’ennesima giornata passata a scaricarne le responsabilità su qualcun altro. Più precisamente, leghisti e berlusconiani hanno deciso di non partecipare al voto di fiducia perché volevano un governo Draghi, sì, ma diverso: con un nuovo programma – verosimilmente più vicino a quell’accolita di evasori, rentier e bei tomi col colbacco che li manovrano – e senza grillini. I quali a loro volta si sono dichiarati "presenti, non votanti", ma con altre motivazioni ancora: non siamo stati noi a strappare, la è colpa di Draghi, è lui che non ci ha coinvolto nelle sue decisioni, e poi le armi, il termovalorizzatore, le cavallette…

Fedeli alla linea sono rimasti il Partito democratico – che ormai da mesi trova in una sorta di ‘immobilità responsabile’ il suo modo per sfuggire agli attacchi dei predatori –, più Liberi e Uguali, i renziani di Italia Viva, Autonomie e Insieme per il futuro (il gruppo di Di Maio). Coerentemente all’opposizione, fin dall’inizio, è rimasta l’estrema destra di Fratelli d’Italia (Giorgia Meloni) che i sondaggi danno in vantaggio casomai si andasse alle urne.

Ma ci si andrà? E se sì, quando? Boh. Una possibilità sarebbe quella del voto a ottobre, che però in Italia non si è mai visto, per un motivo molto semplice: tra leggi di bilancio e altre scadenze cruciali – incluse quelle che riguardano il ‘Piano nazionale di ripresa e resilienza’ che è l’Unione europea a pagare – l’autunno sarebbe il periodo peggiore per consegnare il Paese al vuoto istituzionale e al frastuono della campagna elettorale. Magari – chissà però comee – si tirerà avanti fino alla prossima primavera, scadenza fisiologica di questa legislatura che ha già visto cadere tre governi, uno sulla destra (il Conte 1 gialloverde), uno sulla sinistra (il Conte 2 giallorosso) e ora quest’ultimo tentativo di ‘unità nazionale’. Una formula d’auspicio bella tonda e ragionevole, ma evidentemente non una bacchetta magica: infatti i soliti conigli son rimasti nel cilindro.

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