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27.04.2022 - 08:32
Aggiornamento: 19:12

Germania e Russia, relazione complicata

Berlino, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, ha impresso una svolta nella politica di difesa decidendo di investire 100 miliardi in armamenti

di Edoardo Toniolatti
germania-e-russia-relazione-complicata
Keystone
Il Panzer Gepard, il modello di carro offerto all’Ucraina

Quando a fine febbraio, pochi giorni dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, Olaf Scholz ha tenuto al Bundestag l’ormai celebre discorso in cui ha annunciato una Zeitenwende, un "punto di svolta" della politica tedesca, l’impressione era che davvero si stesse assistendo a un momento epocale. La Germania abbandonava la sua tradizionale reticenza e decideva di investire sulla difesa, e soprattutto di assumere finalmente in politica estera quel ruolo che le sue dimensioni – politiche, economiche e territoriali – le imporrebbero. "L’egemone riluttante", come la definì tanti anni fa l’Economist, sembrava pronta a mettere in soffitta la sua riluttanza.

Con il susseguirsi delle settimane è diventato sempre più evidente che una cosa è annunciare una svolta epocale, un’altra realizzarla davvero. E il Cancelliere si è trovato accerchiato da accuse di immobilismo provenienti da tutte le parti: alleati di governo, alleati internazionali, la stessa opinione pubblica tedesca. Al netto delle dichiarazioni, sembrava che il corso della politica tedesca fosse invece rimasto lo stesso di sempre – altro che Zeitenwende.

In realtà la guerra in Ucraina sembra fatta apposta per far precipitare alcune delle questioni più centrali e delicate della Germania contemporanea. Una rete inestricabile in cui si intrecciano piani diversi e molto complessi, che per semplificare possiamo ricondurre a tre aspetti principali. Le armi, l’energia e la politica.

La questione delle armi

Per i tedeschi parlare di armi non è mai facile, per ovvie ragioni storiche. E l’idea di avere carri armati o addirittura soldati tedeschi impegnati militarmente contro la Russia risveglia ricordi tragici. Non è possibile scindere la questione dell’invio di armi da questo macigno simbolico che abita la coscienza collettiva tedesca. Olaf Scholz non manca mai di evidenziarlo. Già la scelta di inviare in Ucraina mezzi anticarro e missili antiaerei è stata tremendamente sofferta, e ha rotto un vero e proprio tabù: ora l’obiettivo principale è scongiurare un’ulteriore escalation, che – sostiene la Cancelleria – potrebbe essere innescata dall’invio di armi pesanti e porterebbe dritti alla Terza Guerra Mondiale.

Eppure se c’è un tema su cui il divario fra il Cancelliere e l’opinione pubblica si fa sempre più ampio è proprio questo. Secondo gli ultimi sondaggi, il 51% dei tedeschi è favorevole all’invio di armi pesanti all’Ucraina, solo il 34% si dice contrario. La resistenza ucraina è sempre più popolare in Germania, e l’interprete principale di questo sentimento è soprattutto il partito pacifista per eccellenza, quello dei Verdi. Fra le voci più ferme e autorevoli a favore dell’invio di armi pesanti figura infatti quella della Ministra degli Esteri Annalena Baerbock, ora in cima ai sondaggi di popolarità insieme al suo collega di partito Robert Habeck, Ministro per l’Economia e la Protezione del Clima.

Il problema però, oltre a essere simbolico, è anche e soprattutto di ordine pratico: come tutti sanno, l’esercito tedesco, la Bundeswehr, è in condizioni pietose. Magari non siamo più ai livelli di sette anni fa, quando per le esercitazioni i soldati erano costretti a usare manici di scopa perché mitragliatrici non ce n’erano, ma l’assenza cronica di fondi, investimenti e attenzione dipinge un quadro impietoso. In questo contesto l’annunciato Sondervermögen, il "contributo speciale" di 100 miliardi di euro, così come l’impegno a dedicare il 2% del Pil alla difesa, sono soprattutto un modo per riportare l’esercito a standard accettabili, per ammodernarlo e per migliorarne l’immagine, gravemente danneggiata da numerosi scandali di infiltrazioni estremiste e neonaziste. Ma per adesso l’equipaggiamento è quel che è. Sono state redatte diverse liste con i mezzi disponibili a essere spediti in Ucraina, ma sono tutte custodite sottochiave – i parlamentari che vogliano consultarle devono prima consegnare cellulari e smartwatch, e diffonderle è un reato penale. Naturalmente si tratta di materiale confidenziale, ma l’impressione che si cerchi di nascondere una realtà poco lusinghiera è molto forte.

Sotto pressione sia all’interno che dall’esterno, il governo tedesco ha però cercato soluzioni alternative. Ha redatto una lista di mezzi prodotti da industrie tedesche e l’ha condivisa con Kiev, offrendosi di pagare gli acquisti; e ha organizzato una serie di Ringtausch, cioè "scambi circolari", con Slovacchia e Slovenia, i cui mezzi pesanti inviati in Ucraina verranno rimpiazzati da Berlino. E ora sembra che un altro muro sia destinato a cadere: durante il vertice a Ramstein di martedì la Ministra della Difesa, la socialdemocratica Christine Lambrecht, ha confermato che la Germania invierà in Ucraina circa 50 panzer Gepard, mezzi pesanti adatti sia alla difesa antiaerea che al combattimento a terra. Il problema però sono le munizioni: a quanto pare ne sarebbero disponibili solo 23mila, che basterebbero per una ventina di minuti di utilizzo.

La questione energetica...

Il tema dell’approvvigionamento energetico è la vera corda che lega le mani della Germania. La nettezza con cui tutti gli esponenti del governo hanno finora escluso un embargo del petrolio e del gas russo è dovuta a una semplice considerazione: al momento, alternative non ne esistono. Il gas naturale copre circa il 26% del fabbisogno energetico tedesco, e di questo la quota proveniente dalla Russia si aggirerebbe intorno al 55%, ma secondo altri report raggiungerebbe il 75%. In queste settimane molti hanno suggerito di ritardare il processo di phaseout dall’energia nucleare, e magari di riattivare le tre centrali dismesse a fine 2021. Ma come ha ricostruito il Financial Times, non si tratterebbe in realtà di una soluzione. Se anche fosse possibile saltare tutto l’intricato iter burocratico necessario, bisognerebbe comunque comprare nuovo combustibile, nuove barre di uranio: e chi è il secondo produttore mondiale di barre di uranio? Esatto, la Russia. E poi, l’energia di quelle centrali, e delle tre ancora in attività, è usata per produrre elettricità e per l’industria, mentre il gas serve per il riscaldamento.

Qualcosa comunque lo si sta facendo. Annalena Baerbock ha confermato lo stop all’acquisto del carbone e del petrolio russo entro fine anno, e per quanto riguarda il gas Robert Habeck sta lavorando febbrilmente per trovare fornitori alternativi, come ad esempio il Qatar, uno dei maggiori esportatori mondiali di Lng, il gas naturale liquefatto per cui la Germania pianifica di costruire in tempi record due stabilimenti di stoccaggio e distribuzione. E si parla anche di accordi con Canada e Norvegia, per ampliare il "parco fornitori" dell’energia tedesca.

La faccenda però inevitabilmente fa sorgere una domanda. Perché la Germania ha scelto di consegnare il suo futuro energetico alla Russia di Putin? Ecco, è qui che entra in gioco la politica.

... e quella politica

La politica energetica tedesca recente è stata modellata da due demiurghi principali.

Il primo è Gerhard Schröder, Cancelliere socialdemocratico fra il 1998 e il 2005. Cresciuto nella Spd della Ostpolitik di Willy Brandt, Schröder è stato lo sponsor principale di Nord Stream, il gigantesco gasdotto che dall’inaugurazione nel 2011 porta ogni anno in Germania 55 miliardi di metri cubi di gas. Amico personale di Putin, Schröder ha fatto seguire alla carriera da Cancelliere una altrettanto di successo da lobbista per i colossi energetici russi, di alcuni dei quali siede addirittura nei consigli di amministrazione.

La seconda protagonista è invece la Kanzlerin, l’ex Cancelliera Angela Merkel. Nel 2011, dopo che l’incidente di Fukushima ha rinfocolato nei tedeschi la paura dell’atomo, Merkel decide di scippare il tema della transizione ecologica ai Verdi e di accelerare sulla Energiewende, la "svolta energetica", sancendo l’abbandono del nucleare. È necessario però trovare fonti alternative, e in attesa che bastino le rinnovabili la Cancelliera sceglie di raddoppiare la strada del gas russo, favorendo la costruzione di un nuovo gasdotto – il famigerato Nord Stream 2, finito pochi mesi fa ma mai entrato in funzione a causa di problemi burocratici prima e dello scoppio della guerra poi. Il progetto di Merkel va inquadrato all’interno della sua strategia principale nell’avere a che fare con Paesi, diciamo così, problematici: Wandel durch Handel, "cambiamento attraverso il commercio" – l’idea cioè che instaurare stretti rapporti commerciali con regimi come quello russo o quello cinese rendesse economicamente svantaggiosa un’escalation della conflittualità, e anzi aiutasse principi democratici e liberali a farsi strada in quei Paesi. La realtà si è incaricata di rivelare l’inefficacia di questa strategia, che invece del promesso cambiamento ha solo aumentato la dipendenza strategica della Germania, riducendo drasticamente il suo spazio di manovra nelle situazioni di crisi.

La Zeitenwende promessa da Olaf Scholz deve fare i conti con snodi cruciali su tutti e tre questi piani, tra l’altro all’interno di un partito, quello socialdemocratico, in cui la tradizionale vicinanza alla Russia è ancora diffusa. Partito della pace e del dialogo con l’Est, la Spd viene spesso attaccata in questo periodo per la sua alta concentrazione di Russland-Versteher, quelli che "capiscono la Russia" e pur condannando l’aggressione ne riconoscono le "legittime" preoccupazioni. Un ulteriore livello che sottolinea la complessità e la magnitudine dell’impresa: ribaltare la prospettiva di un partito, di un orizzonte politico, e di tutto un Paese.

*) Questo contributo è stato realizzato in collaborazione con Kater Collective, blog collettivo che prova a raccontare la Germania al mondo italofono, al di là dei soliti stereotipi. katercollective.com

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