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18.03.2022 - 05:30
Aggiornamento: 15:16

Resistenza o resa, la decisione del popolo ucraino

Nel dibattito su guerra e pace si nota molta confusione nel ricorso a concetti e nozioni tipici delle relazioni internazionali. Proviamo a chiarire

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(Keystone)

Perché gli ucraini non si arrendono? Perché continuano a fronteggiare una potenza mille volte più grande e spaventosa come quella russa? Quali ragioni nazionali e fattori internazionali contribuiscono al protrarsi di questo conflitto apparentemente così impari? E qual è il ruolo della diplomazia, spesso rappresentata come un’entità astratta e taumaturgica? Cercare almeno qualche risposta a queste domande è fondamentale per capire non solo le radici del conflitto in Ucraina, ma anche cosa possiamo aspettarci quando parliamo di guerra e di pace. Qualche indizio utile lo troviamo impugnando gli strumenti propri delle relazioni internazionali e dell’analisi strategica: a farlo ci aiuta Mauro Gilli, ricercatore associato in tecnologia militare e sicurezza internazionale presso il Politecnico di Zurigo.

Molti osservatori sono scettici circa l’utilità di continuare a combattere contro le truppe russe. Con forze in campo così diverse, per gli ucraini non sarebbe meglio capitolare?

Intanto occorre precisare che la decisione spetta al popolo ucraino, non a noi. Sta a loro stabilire il prezzo che sono intenzionati a pagare per cercare di sfuggire a un destino di Paese satellite, una sorta di simil-Bielorussia che potrebbe essere priva della libertà e vincolata a una potenza declinante come quella moscovita. Mi pare fuori luogo calare dall’alto considerazioni in merito. Quello che si può fare è notare che qualsiasi conflitto implica il rifiuto di scendere a patti giudicati inaccettabili tra interessi del tutto divergenti: il più forte valuta allora che la guerra sia una soluzione più efficace della politica per portare a casa un risultato favorevole, mentre il più debole ha nello scontro una possibilità ultima per affermare le sue posizioni e potenzialmente ottenere concessioni. È in questa prospettiva che possiamo osservare l’impegno ucraino, che cerca di riequilibrare la differenza militare con la Russia attraverso una guerra d’imboscata, invece di cedere immediatamente ai termini di quella che sarebbe una resa incondizionata.

Con quali risultati?

Finora abbiamo visto che esercito e milizie di Kiev sono riusciti a rallentare molto la campagna russa, purtroppo con costi umani enormi da entrambe le parti. Anche se le forze in campo sono sproporzionate, può bastare ad esempio un missile anticarro per colpire quei lunghi convogli russi che vediamo dispiegati verso le maggiori città, costretti a muoversi con lentezza dagli stessi carri armati che vanno a impiegare.

C’è però chi teme che la disponibilità occidentale ad armare le truppe ucraine rischierebbe d’inasprire il conflitto senza agevolare una via d’uscita. Cosa ne pensa?

Chiaramente la fornitura di armi costituisce un incentivo ulteriore a combattere, ma ripeto: la scelta di continuare a resistere non viene da fuori, è compiuta e confermata ogni giorno dagli stessi ucraini. Da un punto di vista politico, per molti Paesi è anche difficile opporsi alle forniture: si verrebbe accusati per così dire di omesso soccorso nei confronti di una vittima d’aggressione.

La logica del sostegno, però, a un certo punto rischia di scontrarsi con la sicurezza dell’intera Europa, che infatti teme l’escalation. Lo vediamo con la no-fly zone, che Kiev reclama ma che si è molto restii a concedere. Prudenza giustificata?

In effetti una no-fly zone – dunque l’impiego di aerei, radar e strutture antiaeree di terra per impedire che la Russia possa sorvolare l’Ucraina – rischia di essere tanto inutile quanto pericolosa. Inutile, perché di fatto la Russia sta usando l’artiglieria di terra, non l’aeronautica per i suoi attacchi, e la difesa antiaerea ucraina almeno in parte sta comunque reggendo e fungendo da dissuasore contro una guerra aerea. Pericolosa, perché basterebbe un incidente – un aereo russo abbattuto dalla Nato, o viceversa – per trascinare formalmente in guerra l’alleanza atlantica. Per capirci: gli operatori di batteria di missili terra-aria potrebbero trovarsi costretti a decidere in una ventina di secondi se abbattere o meno un aereo. Il potenziale per errori disastrosi è insomma enorme.

Fuori dal campo di battaglia ci sono invece le sanzioni economiche, già introdotte contro la Russia in modo molto più massiccio che in passato: ma basteranno?

È impossibile rispondere in modo univoco, ma di certo il colpo all’economia russa – così dipendente dall’importazione di merci a elevato valore aggiunto e dal generale scambio economico e finanziario con l’estero – è enorme, molto maggiore del prezzo che dovranno pagare le economie occidentali. Se allo stallo sul campo si aggiungesse un collasso economico, è chiaro che il potere negoziale di Putin risulterebbe molto indebolito, permettendo all’Ucraina di strappare qualche concessione in più.

Prima o poi si dovrà pur arrivare a un compromesso.

Il problema è che questo è reso molto difficile dalla posta in gioco. La Russia non sta combattendo per evitare l’ingresso dell’Ucraina nella Nato – escluso per statuto già dal fatto che vi sia un conflitto in corso sul suo territorio dal 2014 –, né per ottenere territori che di fatto già controlla come il Donbass. La Russia vuole imporre il suo predominio politico ed economico – direttamente o più realisticamente attraverso l’insediamento di un governo fantoccio – all’Ucraina, sottraendola così alla sfera di influenza dell’Unione europea. È comprensibile che molti ucraini non vogliano saperne, e sperino che combattendo si possa ridurre Mosca a più miti consigli. Si vedrà poi come lo scontro influenzerà il risultato, il cui esito non è necessariamente dicotomico: tra l’‘occidentalizzazione’ totale dell’Ucraina e il suo pieno vassallaggio sotto la Russia ci sono diverse sfumature di indipendenza e neutralità.

Il presunto ‘accerchiamento’ Nato non c’entra proprio nulla?

Da un punto di vista militare è discutibile parlare di accerchiamento: fino all’invasione della Crimea nel 2014 la Nato non aveva neppure truppe nei Paesi membri dell’Est europeo, ora ne dispiega solo alcune a rapida rotazione e il confine tra Nato e Russia è limitato ad alcune centinaia di chilometri (a titolo di paragone, il totale dei confini russi è di oltre 20mila chilometri, ndr). Non è poi stata la Nato a occupare un Paese indipendente. Non è neppure vero che la sua presenza a est costituisca un ‘dilemma di sicurezza’ per la Russia, una di quelle situazioni di incertezza e instabilità che la mette a rischio di conflitti futuri: la stessa tecnologia militare di oggi, unita all’intelligence, dirada di molto le nebbie di questa incertezza e scoraggia un confronto diretto. Non si vede infine perché si voglia risolvere un presunto dilemma di sicurezza abbattendo condomini e ospedali.

La vera ‘minaccia’ per Mosca è quindi l’Unione europea?

In effetti, la situazione in Ucraina ha iniziato a precipitare quando il Paese ha sviluppato gli accordi commerciali con Bruxelles: segno che quello che davvero spaventa la Russia è la ‘fuga a Ovest’, verso migliori prospettive politiche ed economiche, di un Paese così legato a sé anche da una matrice linguistica. Basti pensare all’effetto politico di uno sviluppo economico ucraino, con tante famiglie che avranno da una parte del confine chi gode di sempre più libertà e benessere, dall’altra chi in Russia affronterà sempre più miseria e oppressione. Naturalmente, la propaganda pro-Cremlino preferisce utilizzare la scusa dell’accerchiamento da parte dell’alleanza atlantica, perché in quel caso trovare un sostegno politico anche in Occidente è più facile: se tutti riconoscessero invece il vero interesse russo – quello, appunto, di impedire a un Paese di scegliere ‘con chi stare’ in tutta libertà, pur di mantenere una sfera di influenza – va da sé che difendere le mosse del Cremlino equivarrebbe in fin dei conti a giustificare apertamente una sorta di Anschluss.

Cosa le fa dire che il destino della Russia sia il declino?

La Russia è già oggi un Paese in piena discesa economica, demografica, sociale, politica e tecnologica. Vive di materie prime e combustibili, mentre dipende dall’estero per tutto il resto: auto, macchinari e, appunto, ogni sorta di tecnologia. Più il resto del mondo si svincolerà da gas e petrolio russo, più la bilancia commerciale sarà destinata a peggiorare e le condizioni di vita, con un’economia così limitata e sbilanciata, si deterioreranno. Questo aiuta a spiegare anche la tempistica del conflitto in corso: si tenta di riaffermare con un colpo di coda la propria influenza territoriale ed economica su un ex Paese satellite ora, invece di trovarsi tra una decina d’anni a dover affrontare la situazione in una condizione di ulteriore debolezza e perifericità. Naturalmente, però, non sempre i calcoli ‘ex ante’ che portano a un conflitto si dimostrano corretti.

Se però la Cina dovesse continuare a sostenere la Russia, gli equilibri tra potenze dalle cui faglie sprigionano certi conflitti potrebbero cambiare, e con essi l’esito dell’occupazione. Oppure la Cina non avrebbe voluto questa guerra?

Dopo due anni di Covid, con i problemi sanitari, sociali ed economici che la pandemia ha portato, è difficile pensare che la Cina potesse volere questa guerra, che tra l’altro arrecherà ulteriori strozzature alle catene di approvvigionamento internazionali dalle quali dipende la sua economia. D’altro canto, la guerra potrebbe in un certo senso farle comodo perché impegna le risorse economiche, politiche e militari occidentali su un fronte che non è quello asiatico. Questo piace a Pechino, minacciata dalla strategia americana del ‘Pivot to Asia’: da Bush figlio a Trump passando per Obama, gli Usa hanno spostato sempre più risorse militari ed economiche dall’Europa e soprattutto dal Medio Oriente all’Asia orientale, per contrastare la sfera di influenza cinese. Ora una parte di queste risorse, tornando in Europa, potrebbe lasciare maggiori margini di manovra alla Cina proprio in Asia. In ogni caso, in questi movimenti la Russia appare destinata a diventare una nazione periferica e l’impatto effettivo della vicinanza Mosca-Pechino sul campo di battaglia risulta incerto.

Intanto, come spesso capita nei confronti tra grandi potenze, di mezzo ci vanno i civili di Paesi terzi come l’Ucraina. Per questo c’è chi implora: fate tacere le armi e fate parlare la diplomazia. Pia illusione?

I diplomatici non restano fermi in panchina neppure mentre cadono le bombe: abbiamo già visto diversi tentativi di imbastire un tavolo negoziale. La pressione diplomatica – ad esempio nella gestione degli aiuti all’Ucraina e delle sanzioni alla Russia – può avere un ruolo nella soluzione del problema. Ma al di là della retorica e della mistica che la circondano, la diplomazia – sia essa israeliana, francese, turca – non può costituire essa stessa la soluzione: finché i belligeranti non riterranno di trovarsi in una posizione che rende possibile un compromesso accettabile, un accordo non sarà possibile. Le strette di mano arriveranno magari più avanti e saranno utili per le foto e le autobiografie, ma non si può scindere il dialogo diplomatico dagli equilibri impliciti nella struttura internazionale, né dai conflitti esacerbati dalla politica di potenza del Cremlino.

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