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24.01.2022 - 19:47
Aggiornamento : 20:45

Assange potrà fare ricorso contro l’estradizione

Il giornalista avrà un’ultima possibilità. Per ora resta in Gran Bretagna

Ansa, a cura de laRegione

Un’ultima chance per provare a sfuggire alla vendetta americana. L’Alta Corte di Londra ha accordato oggi a Julian Assange la possibilità di presentare un estremo ricorso dinanzi alla Corte Suprema del Regno Unito contro il via libera all’estradizione a Washington, autorizzata in appello a dicembre con un ribaltamento della sentenza favorevole di primo grado. La decisione rinvia di almeno qualche mese – salvo sorprese – la prevedibile consegna britannica dell’artefice di WikiLeaks al grande alleato d’oltre oceano. A quegli Stati Uniti dove egli è inseguito da un decennio, come una sorta di primula rossa, per la pubblicazione di montagne di file segreti intercettati in particolare al Pentagono e contenenti anche evidenze di crimini di guerra americani perpetrati in Afghanistan o in Iraq: e dove rischia sulla carta una condanna fino a ben 175 anni di galera dopo essersi visto contestare persino un’inopinata accusa di spionaggio (violazione dell’Espionage Act), senza precedenti per un caso di pubblicazione di documenti riservati sui media.

Esulta la compagna

“Julian ha vinto”, ha commentato a caldo con uno sforzo di ottimismo la sua compagna Stella Morris, avvocata sudafricana e madre dei due figli avuti dal 50enne attivista australiano durante i 7 anni trascorsi da rifugiato fino all’aprile 2019 nella sede dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. Consapevole peraltro, in quanto giurista, di quanto la partita sia in effetti appesa a un filo; e come spetti adesso alla stessa “Corte Suprema decidere” ancora in via preliminare se accettare di ridiscutere tutto o meno. Diversi simpatizzanti, radunati di fronte al Palazzo di Giustizia, hanno comunque festeggiato, innalzando slogan e cartelli contro l’estradizione: epilogo potenziale – già criticato da organismi internazionali, attivisti dei diritti dell’uomo e associazioni per la tutela del giornalismo – denunciato ancora una volta a gran voce alla stregua di un abuso, di una resa a un atteggiamento “persecutorio” e d’una grave offesa alla “libertà d’informazione”.


La compagna di Assange, Stella Morris (Keystone)

I tempi per arrivare a una pronuncia dei supremi giudici dell’isola sull’ammissibilità della procedura, e quindi eventualmente a un nuovo verdetto, sono al momento da stabilire. Di certo lo spiraglio odierno dell’Alta Corte – che ha accolto uno dei tre punti sollevati dai legali della difesa, quello “dell’interesse pubblico” sulla vicenda, a sostegno del diritto a esplorare il nuovo ricorso – concede un po’ di margine e qualche speranza al cofondatore di WikiLeaks. Il quale tuttavia resta nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, alle porte di Londra, dove è detenuto in custodia cautelare da oltre due anni e mezzo pur non avendo più alcuna pena da scontare nel Regno Unito; e in barba alle allarmate perizie mediche di parte sulla sua salute sia fisica sia psichica.

L’ultima carta

In caso di mancato accoglimento dell’appello da parte della Corte Suprema, Assange non avrebbe d’altronde più carte da giocare dinanzi alla giustizia britannica; che avrebbe allora le mani libere per procedere – in teoria anche in presenza di un ricorso alla Corte europea dei diritti umani – a trasmettere il fascicolo al ministro dell’Interno per il necessario placet politico finale (scontato da parte della titolare attuale, Priti Patel) alla consegna agli Usa.

L’esecuzione dovrebbe poi avvenire, normativa del Regno alla mano, entro i successivi 28 giorni. E a quel punto a Julian non rimarrebbe che affidarsi alle garanzie verbali (promessa di una sentenza che eviti il massimo della pena, di una reclusione non in isolamento in un carcere duro e della possibilità di scontare parte dell’eventuale condanna in Australia) offerte dalle autorità Usa. Garanzie che i giudici d’appello britannici si sono fatti bastare, il mese scorso, per rovesciare il no all’estradizione opposto in primo grado sulla base di un potenziale rischio di suicidio; ma che per i suoi sostenitori hanno la consistenza della fuffa.

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