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19.10.2021 - 19:460

Libia, 10 anni fa l’uccisione di Gheddafi

Il despota libico, dopo 42 anni di dittatura, venne linciato dai ribelli nei pressi di Sirte, al culmine della rivoluzione iniziata a febbraio

a cura de laRegione

Dieci anni fa moriva linciato il despota libico Muammar Gheddafi, dopo oltre 42 anni di potere: il brutale epilogo di una brutale dittatura che però non ha donato democrazia alla Libia, bensì innescato altre due guerre civili e un’instabilità che ancora perdura a poche centinaia di chilometri dalle coste italiane dove approdano decine di migliaia di migranti.

Gheddafi fu catturato e ucciso nei pressi di Sirte, sua zona d’origine, nel nord della Libia sull’omonimo golfo. Vi era stato localizzato già ad agosto 2011, quando le forze ribelli stavano per conquistare Tripoli, al culmine della rivoluzione iniziata a febbraio.

Il 20 ottobre, vista l’inutilità degli sforzi per difendere Sirte nella quale si era asserragliato, Gheddafi tentò di fuggire nel deserto per continuare la resistenza fra le dune, ma il convoglio in cui viaggiava fu individuato da droni statunitensi e attaccato da aerei francesi.

Secondo un rapporto Onu fu ferito alle gambe da una granata lanciata malamente da uno dei suoi uomini e catturato vivo: l’odiato despota fu picchiato a lungo in un’aggressione caotica condotta da molti ribelli di Misurata, oltraggiato e infine ucciso con un colpo di pistola alla testa. I suoi ultimi momenti di vita, che lo vedono seminudo, insanguinato, strattonato, mentre farfuglia “Dio, perdona tutto ciò”, furono registrati in almeno quattro video.

Il cadavere dell’ex rais, uno dei politicamente più longevi del pianeta, fu trasportato a Misurata, esposto al pubblico per quattro giorni nell’ambiente refrigerato di un mercato locale assieme a quello del figlio Mutassim e infine sepolto in una località nel deserto libico tenuta segreta per evitare profanazioni. Con la sua morte l’allora Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt), l’organo politico della ribellione, proclamò la “liberazione” del Paese.

Il “capo della rivoluzione” che nel 1969 aveva rovesciato la monarchia era stato spazzato via dai venti della primavera araba, ma soprattutto da un controverso intervento internazionale, lanciato nel 2011 sotto l’egida della Nato.

Raid che però hanno fatto anche precipitare il Paese nordafricano in altre due guerre civili dopo il conflitto interno della rivoluzione anti-Gheddafi: quella del 2014 in cui una coalizione di milizie soprattutto islamiste cacciarono a Tobruk il neoeletto parlamento e il fallito attacco del generale Khalifa Haftar a Tripoli nel 2019-2020.

La spirale di violenze e divisioni alimentate da ingerenze straniere si è interrotta solo l’anno scorso quando è stato istituito un governo di transizione, sotto l’egida delle Nazioni Unite, per guidare il Paese verso elezioni previste per il 24 dicembre.

Ma la contrapposizione fra la Cirenaica haftariana e l’ovest tripolino persiste anche a livello di scontro istituzionale: le leggi per le elezioni presidenziali e legislative varate dal Parlamento (Hor) insediato nell’est dominato da Haftar sono state però respinte da quella sorta di Senato insediato a Tripoli che è l’Alto Consiglio di Stato (Hsc).

Il Parlamento ha cambiato il calendario mantenendo le presidenziali per la vigilia di Natale e facendo slittare le legislative al mese dopo.

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