Dal papavero deriva oggi almeno al 60% degli introiti dei talebani. Il giro d'affari complessivo è arrivato a superare i 6,5 miliardi all'anno.

È la principale fonte di finanziamento dei talebani, copre circa il 10% del Pil afgano e il valore delle sue esportazioni supera quello di tutti i prodotti legali. La promessa dei sedicenti studenti coranici di soffocare la diffusione del papavero da oppio, in un Paese da cui secondo le Nazioni Unite proviene oltre l'80% della produzione mondiale, si presenta oggi come una chimera. Se le intenzioni si rivelassero sincere, per riuscirci servirebbe comunque un enorme piano di riconversione delle coltivazioni. Non a caso, la prima clausola posta dal gruppo jihadista per togliersi l'etichetta di 'narco-stato' è il sostegno in questa iniziativa della comunità internazionale.
Da Helmand a Kandahar, passando per Oruzgan e Badghis, le province sudoccidentali dell'Afghanistan rappresentano da decenni l'Eldorado del papavero da oppio, da cui si produce anche l'eroina. In quelle zone, gli ettari consacrati a queste piantagioni sono decine di migliaia. In tutto il Paese oltre 220 mila, aumentati di un terzo tra il 2019 e il 2020, con due province su tre coinvolte. Secondo l'Ufficio Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc), la produzione era arrivata a sfiorare nel 2017 le 10mila tonnellate, per un valore stimato di 1,4 miliardi di dollari. E se i raccolti variano di anno in anno, in base alla siccità ma anche alla scarsità (e quindi alla rendita) delle altre coltivazioni, grano in testa, il giro d'affari complessivo dell'economia illegale dell'oppio è arrivato a superare i 6,5 miliardi all'anno. Dal papavero deriva oggi almeno al 60% degli introiti dei talebani tramite le tasse imposte ai produttori locali e il traffico illegale di stupefacenti: il 'petrolio' degli studenti coranici. Ma i raccolti finanziano da sempre anche signori della guerra e clan locali e garantiscono la sussistenza a decine di migliaia di agricoltori. Un tesoro di cui non sarà certo semplice disfarsi.
I talebani ricordano però che, quando decisero di farlo, furono proprio loro a infliggere il colpo più duro alle coltivazioni. Era il luglio del 2000 e il mullah Mohammad Omar, allora capo carismatico del movimento, che guidava l'Afghanistan, spinto dall'urgenza di superare l'isolamento internazionale, lanciò una fatwa contro la produzione di oppio, che nel lustro precedente sotto il dominio degli stessi 'studenti coranici' aveva invece prosperato. Il capillare controllo del territorio e le punizioni spietate ai trasgressori fecero crollare nel giro di pochi mesi la produzione, passando da oltre 3 mila a circa 180 tonnellate. Anche se molti sospettano che la condanna religiosa fosse una copertura per strategie di mercato volte all'aumento dei prezzi, tenendo conto della possibilità di stoccare a lungo l'oppio essiccato. Non è stata certo più efficace la campagna antidroga degli americani, che nei 15 anni seguiti all'intervento militare, secondo l'Ispettorato generale speciale Usa per la ricostruzione in Afghanistan (Sigar), è costata 8 miliardi e mezzo di dollari, arrivando a distruggere al massimo alcune centinaia di ettari all'anno, spesso senza toccare le zone nevralgiche della produzione. Enormi risorse che, come quelle investite sul piano militare, non hanno prodotto i risultati sperati.