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laR
 
02.08.2021 - 19:33
Aggiornamento: 19:55

Timanovskaja, l'atleta boicottata dal suo Paese

La velocista bielorussa, critica con Lukashenko, costretta a rinunciare alle sue gare, minacciata e condotta in aeroporto per il rimpatrio. Troverà rifugio in Polonia

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Kristina Timanovskaja (Keystone)

Alle Olimpiadi di Melbourne ’56 arrivarono 83 atleti ungheresi, solamente 38 tornarono a casa. Pochi giorni prima dell’apertura dei Giochi, i carri armati dell’Unione Sovietica erano entrati a Budapest per porre fine alla Rivoluzione ungherese. La maggior parte degli atleti e degli allenatori scelse gli Stati Uniti, qualcuno l’Australia, dove già si trovavano. In mezzo, una partita di pallanuoto tra ungheresi e sovietici virata presto in pugilato e rimasta storica, con la piscina che si colorava di rosso per via del sangue.

Sessantacinque anni e sedici Olimpiadi dopo, gli atleti continuano a disertare, cercare un futuro migliore, scappare dalla bandiera sotto cui hanno sfilato all cerimonia inaugurale, come Julius Ssekitoleko, sollevatore di pesi ugandese semplicemente in cerca di un lavoro qualunque in Giappone e in fuga dalla povertà. Per lui, che non scappa da una guerra né da una minaccia specifica c’è stato poco da fare. Ritrovato dalla polizia a Nagoya, dove c’è una nutrita comunità ugandese, sarà rimpatriato.

Per chi è scappato da guerre, boia e carestie, da Rio 2016 c’è la nazionale olimpica dei rifugiati: atleti che, non avendo un’altra bandiera, competono per quella a cinque cerchi. A Tokyo sono in 29 (19 uomini e 10 donne): vengono da Sud Sudan, Eritrea, Camerun, Congo, Afghanistan, Siria, Iran, Iraq e Venezuela e hanno storie alle spalle che sembrano film e invece è vita vera, fatta di barconi, aguzzini, paura e fame.

Ora a tenere banco c’è un caso diverso, più politico, che riposiziona i riflettori su uno dei Paesi dallo spirito meno olimpico del pianeta, la Bielorussia di Aleksandr Lukashenko, il dittatore che non sopporta il dissenso nelle piazze, nei giornali e - a quanto pare - nemmeno alle Olimpiadi.


Il leader bielorusso Aleksandr Lukashenko (Keystone)

La velocista Krystina Timanovskaja ha denunciato di essere stata costretta a sospendere la sua partecipazione a Tokyo 2020 dall'allenatore della squadra prima di essere accompagnata all'aeroporto dai funzionari del Comitato olimpico nazionale bielorusso per tornare in patria. L’atleta ha dichiarato al sito by.tribuna.com di aver "paura" di finire in prigione in caso di rientro in patria e ha infine ottenuto un visto umanitario dalla Polonia (si erano fatte avanti anche Repubblica Ceca e Slovenia). “Faremo tutto il necessario per aiutarla a continuare la sua carriera sportiva”, ha scritto su Twitter il viceministro degli Esteri polacco, Marcin Przydacz, il cui Paese ospita già molti dissidenti bielorussi, aumentati con l’aumento della repressione nel Paese. La venticinquenne non ha trovato invece sponda nel Tribunale arbitrale dello sport (Tas), che ha respinto il suo ricorso urgente presentato ieri prima delle batterie di qualificazione contro la decisione di non farla partecipare ai 200 metri. Qualche giorno fa Timanovskaja aveva criticato la Federazione bielorussa di atletica leggera, sostenendo di essere stata costretta a partecipare alla staffetta 4x400 quando inizialmente avrebbe dovuto correre i 100 e i 200 metri.

Media legati all'opposizione bielorussa hanno rilanciato un audio in cui l'allenatore spiega alla donna che la decisione di escluderla viene "dall'alto". Non sembra un caso, visto che Timanovskaja in passato ha preso posizione contro il regime di Lukashenko. Dopo la sesta elezione consecutiva del leader, nell'agosto 2020, la velocista, insieme ad altri atleti, si schierò sui social per la "libertà di parola" e contro le "illegali e inaccettabili azioni delle agenzie di sicurezza". Inoltre ha paragonato la situazione paradossale di questi giorni, con il tentativo di imbarcarla sull’aereo che l’avrebbe riportata a Minsk, a "un tentativo di sequestro”. Alla fine, grazie all’aiuto della polizia giapponese è riuscita a passare la notte in un hotel dell’aeroporto di Haneda ed è considerata ormai "al sicuro". Mentre il fidanzato è riuscito ad arrivare a Kiev, in Ucraina, dove spera di riabbracciarla al più presto.

A Tokyo gareggia anche Saied Mollaei, judoka iraniano che ha vinto una medaglia per l’esotica Mongolia. Il cambio di bandiera è figlio di un’imposizione dall’alto non dissimile da quella subita da Timanovskaja: nel 2019, ai mondiali, la Federazione, dietro insistenze governative, gli chiese di perdere o ritirarsi per non correre il rischio di arrivare a scontrarsi in finale con l’israeliano Muki, che poi infatti vincerà il torneo. Lui inizialmente si rifiutò, arrivando sino in semifinale, poi gli fecero sapere che i militari si trovavano in casa dei genitori e lui si arrese. Scappato in Germania, ha trovato infine la sua America in Mongolia - Paese per cui ha gareggiato a Tokyo - vincendo l’argento e ringraziando, in ebraico, Israele e il suo ex rivale, ormai amico, che si è complimentato con lui. “Se lo merita perché è un bravo atleta, una brava persona. E se lo merita per tutto quello che ha passato”. In due anni Mollaei ha ribaltato il proprio destino.

Timanovskaja ha 25 anni. Le prossime Olimpiadi saranno fra tre. Ha tutto il tempo di riprendersi quel che le hanno tolto la politica e i burocrati che l’hanno accompagnata alle Olimpiadi senza capirle.


L'iraniano Saied Mollaei, argento a Tokyo per la Mongolia (Keystone)

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