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laR
 
31.03.2021 - 05:30
Aggiornamento: 16:03

Quei 300mila morti nel Brasile fuori controllo

Rimpasto di governo, lockdown e appelli delle autorità locali: anche così si prova ad arginare il virus che Bolsonaro ha continuato a sottovalutare

di di Emiliano Guanella
quei-300mila-morti-nel-brasile-fuori-controllo
Protesta contro la gestione della pandemia di Bolsonaro (Keystone)

San Paolo – La notizia riportata dalla Folha di Sao Paulo fa capire in poche righe l’entità della tragedia che sta attraversando il Brasile. Dalla prossima settimana gli autobus usati normalmente per portare i bimbi a scuola verranno adibiti al trasporto dei corpi dei defunti Covid dagli ospedali ai cimiteri municipali. La più grande città del Brasile è la più colpita dalla pandemia, con più di 300 morti al giorno, mentre sono quasi 3.000 a livello nazionale.

Il Brasile non è solo il posto al mondo dove si muore di più, ma anche quello dove il virus sta attaccando maggiormente i più giovani; il 60% dei ricoverati ha meno di 50 anni e arrivano spesso in condizioni già molto gravi, una novità rispetto al 2020. Tre le possibili ragioni secondo gli esperti; la variante locale del virus, nome tecnico P1, che è più contagiosa e colpisce due casi su tre, la loro resistenza alle misure di isolamento sociale (ogni sera si scoprono centinaia di feste clandestine), gli anziani oltre i 70 anni sono stati in gran parte vaccinati. Per molti il principale responsabile della catastrofe sanitaria è il presidente Jair Bolsonaro, l’ultimo dei grandi leader negazionisti, che fino a due settimane fa continuava a parlare di "gripezinha" (raffreddore), dei media che esagerano e del rischio di trasformarsi, col vaccino, in un alligatore. Se all’inizio lo muoveva la volontà di compiacere, imitandolo, Donald Trump, col passare del tempo è diventata davvero incomprensibile questa sua ostinazione a minimizzare i pericoli del virus. Nel 2020 il Brasile ha impiegato cinque mesi per arrivare a 100.000 morti e altri cinque per superare i 200.000 decessi; quest’anno sono bastate dieci settimane per sfondare la soglia dei 300.000 morti.

Risveglio dal torpore

Qualcosa, però, sembra iniziare a cambiare o almeno questa è la speranza generalizzata. Il rimpasto governativo di questa settimana, con la sostituzione di ministri in dicasteri chiave come gli Esteri, la Difesa e la Giustizia è frutto delle pressioni che da più parti stanno arrivando sull’ex capitano dell’esercito. Il peso politico del Congresso è decisivo, basta ricordare l’impeachment a Dilma Rousseff del 2016, che mise fine a 14 anni di governo del Partito dei lavoratori. Bolsonaro gode dell’appoggio in Parlamento di una dozzina di partiti di centro ai quali sa di dover concedere ancora più spazio se vuole sopravvivere.

Anche i militari, che lui ha coinvolto nel governo come non era mai successo dalla fine della dittatura, iniziano a dimostrare un certo disagio. Nella sua lettera di dimissioni il generale Fernando Azevedo e Silva (Difesa) ha scritto di aver lavorato per “assicurare la fedeltà delle Forze allo Stato”; un messaggio per filtrare il fastidio dei vertici castrensi alle continue richieste interventiste del presidente. Contrario alle misure di lockdown imposte dai governatori statali per frenare i contagi, Bolsonaro avrebbe voluto imporre lo stato d’emergenza, ma i militari non sono stati disposti a uscire dalle caserme in piena democrazia. Infine, ieri, si sono dimessi i comandanti delle Forze armate. E preoccupa anche il ritorno sulla scena politica dell’ex presidente Lula da Silva, le cui condanne per corruzione sono state annullate dalla Corte Suprema. Lula sarà l’avversario più temibile per la corsa alla rielezione di Bolsonaro.

C’è poi la questione economica; nel 2020 il governo è riuscito a contenere la recessione grazie ad un sussidio speciale di 100 franchi al mese per 69 milione di persone. Il sussidio torna ad aprile, ma sarà più modesto e per meno famiglie. Con 14 milioni di disoccupati e una forte inflazione sui beni di prima necessità, il consenso popolare intorno al governo diminuisce. Bolsonaro ha iniziato a correggere il tiro. Adesso usa la mascherina in eventi pubblici e ha finalmente siglato l’accordo per l’acquisto di vaccini della Pfizer e Johnson&Johnson, mentre continua la produzione in loco del preparato cinese Coronavac e di quello di AstraZeneca. La campagna di vaccinazione ora sta accelerando, con un milione di dosi somministrate al giorno. Nelle grandi città si stanno vaccinando le persone di 68 e 69 anni, ma è una corsa contro il tempo complicata anche perché in un paese demograficamente molto giovane più si scende e più cresce esponenzialmente la fila.

Appelli e cattivi esempi

Un gruppo di sindaci tra cui quello di Rio de Janeiro ha lanciato in rete un appello internazionale, descrivendo uno scenario praticamente bellico. “I nostri ospedali sono al collasso, ci sono migliaia di persone in attesa di un letto o un respiratore, i nostri medici esausti; se continua così fra poco finiremo anche le scorte di ossigeno e le medicine per curare i casi più gravi. Abbiamo bisogno di aiuto, dobbiamo distribuire più vaccini per salvare più vite possibili”. Ogni misura, anche la più eccezionale, sembra poco di fronte allo sforzo di frenare un virus che sembra incontenibile. La popolazione, spesso, non aiuta. A San Paolo, una volta e mezza gli abitanti della Svizzera, sono state accorpate cinque festività di quest’anno e del prossimo per creare un maxi ponte di dieci giorni e paralizzare di fatto la città, ma hanno dovuto mettere posti di blocco sulle tangenziali per impedire l’esodo di massa verso il mare. Nelle località balneari i sindaci mandano i trattori in spiaggia per convincere i bagnanti a rispettare il divieto di permanenza.

Non tutte le autorità, però, danno il buon esempio. Due giorni dopo aver decretato la zona rossa in tutto lo stato il governatore di Rio de Janeiro ha festeggiato il suo compleanno con un centinaio di invitati a casa. Il video della festa, postato da una delle impiegate domestiche, ha fatto infuriare la popolazione. Mentre in diversi paesi si cerca di guardare al post pandemia il Brasile è oggi una minaccia su scala globale. “Siamo una nave alla deriva nella peggior tormenta – scrivono gli analisti sui giornali - e senza un capitano; solo un miracolo può salvarci”. Bolsonaro può e deve cambiare rotta, ma il conto finale da pagare sarà comunque pesantissimo per il più grande Paese dell’America Latina.

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