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19.09.2020 - 11:200

L'Italia nello specchio rotto del referendum

Il voto sul "taglio" dei parlamentari tradisce la sua origine demagogica e mantiene l'inutile e dannoso bicameralismo perfetto

Un taglio del numero di parlamentari, oggetto del prossimo referendum confermativo in Italia, non sarebbe la fine del mondo. Anche Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale ha scritto di “scarsa rilevanza del tema in sé ai fini del buon funzionamento delle istituzioni". Né sarebbe necessariamente un attentato alla Costituzione, come molti temono. È semmai vero che l'argomento è tornato ricorrentemente negli ultimi decenni, sostenuto in tempi e con ragioni diverse anche da posizioni opposte e da figure di tutto rispetto, tra le quali Nilde Iotti e Stefano Rodotà, oltre ad essere considerato positivo anche da costituzionalisti non sospetti di simpatie per l’autoritarismo populista. Ma è la prima volta che si arriva alla definitiva decisione se accettarlo o rifiutarlo. Dunque?

Dunque, come spesso avviene, la scelta tra il sì e il no è una semplificazione forzata di una materia complessa. Di più, in questo caso si tratta di una rappresentazione manipolata della realtà, secondo la quale per rimediare alla corruzione generata dall’esistenza di una “casta”, si riduce di consistenza quest’ultima e il problema è risolto.

Fa molto Cinque Stelle. Era successo con l’introduzione del reddito di cittadinanza: abbiamo abolito la povertà. E basterebbe guardarsi in giro. O con il mito della “trasparenza”: dal supplizio in diretta streaming imposto al povero Bersani all’opacità (a voler essere gentili) degli e-referendum sulla piattaforma Rousseau, il cui esito è sempre quello deciso da Casaleggio. 

Il problema, tuttavia, non sono i Cinque Stelle, che passeranno, ma ciò che resterà del loro passaggio. Al di là, infatti dell’esito referendario (previsto favorevole al taglio da 630 a 400 di seggi alla Camera, da 315 a 200 di seggi elettivi al Senato), sostenere che questa riforma migliorerà la qualità degli eletti, l’efficienza del Parlamento, e consentirà un significativo risparmio per le casse pubbliche è una fola. Seducente, forse, ma fola.

Circa la qualità degli eletti, se la si deve misurare sui criteri di selezione adottati dall’attuale partito di maggioranza (e alfiere del taglio) il giudizio non può che essere severo o pietoso: in parlamento siede oggi una delle peggiori classi politiche mai viste. Anche questo è un problema che viene da lontano, almeno dall’avvento di Berlusconi, quando le liste di Forza Italia venivano stilate in base all’avvenenza, al tasso di servilismo, o al rango occupato nelle aziende del Padrone. Ma più in generale, favorito anche dalla rivoluzione di internet, il problema è la fine dei partiti e del sistema di rappresentanza che su di essi si basava. Oggi, svaporato il Pd e risoltasi l’eccezione territoriale della Lega con l’avvento di Salvini, siamo piuttosto in presenza di liste intestate a un leader, che riproducono in scala il modello plebiscitario, spacciato talvolta per democrazia diretta, ma autoritario per propria natura. Meno sono gli eletti, più sono controllabili. Non dagli elettori, ma da chi li ha messi lì.

Quanto all’efficienza, è sin troppo facile rilevare che la sola riforma adeguata sarebbe l'abolizione del bicameralismo perfetto, all’origine di una farraginosità del processo legislativo senza confronti. E, naturalmente, non ce n’è traccia nell’iniziativa dei Cinque Stelle. In realtà, solo assegnando a Camera e Senato compiti distinti (mutandone anche la composizione ei criteri di elezione) si ovvierebbe a tale lacuna. In questo senso, aveva avuto più (mal riposto) coraggio Matteo Renzi, la cui riforma rivoluzionava forma e ruolo del Senato, ma che finì impallinata da un referendum il cui bersaglio, per la verità, era divenuta l’arroganza del Renzi medesimo più del testo legislativo in sé.

Del risparmio per le casse pubbliche è presto detto: la stima è che l’economia sarà di poco più di ottanta milioni di euro all’anno. Non briciole, certo, ma nemmeno una cifra tale da incidere sul colossale deficit dello stato italiano. Uno specchio per le allodole, piuttosto, dato che la riduzione di spesa deriverebbe dalla riduzione del numero di parlamentari, non dei privilegi, di cui godono e che resterebbero immutati: dai portaborse alle indennità, a certi rimborsi spese. Perché è vero che fare politica ha dei costi, ma in troppi casi è servito solo a giustificarli.

Qui toccherebbe alla politica spiegare. Ma non è tempo di illusioni. Il sì plebiscitario che meno di un anno fa concluse alla Camera l’iter legislativo della riforma si è infatti trasformato in una imbarazzante rassegna di distinguo o di deciso passaggio al fronte opposto. 

È facile indicare quanto determinante fosse allora uno spirito del tempo dominato dalla demagogia grillina (ben raffigurata dall’immagine di Gigino Di Maio con il forbicione in mano a festeggiare la vittoria fuori da Montecitorio) a cui si erano volentieri assoggettati tutti, ma proprio tutti. Quasi che opporsi a un disegno tanto sgangherato richiedesse chissà quale coraggio. No, a prevalere furono il timore di venire additati come difensori della “casta”, e il calcolo (nel caso di Salvini e Meloni) del beneficio che sarebbe derivato dall’intestarsi la paternità del colpo di mannaia dato al parlamento. Se nel 1987 Leonardo Sciascia fustigò i “professionisti dell’antimafia”, chissà che cosa avrebbe detto dei professionisti dell’antipolitica...

È finita che le sole indicazioni di voto chiare sono state quella scontata dei grillini e quella, con un groppo in gola e la promessa che questo è solo il “primo passo di una riforma complessiva”, di un Pd che soprattutto teme la caduta del governo. Tra gli altri è prevalsa l’infingardaggine (Renzi e Salvini campioni in materia), la “libertà di voto” accordata ai propri elettori, quasi che il voto non sia libero di suo, perché lo dice la Costituzione, ma solo se concesso dai leader. Bella concezione di democrazia.

Cosicché le argomentazioni favorevoli o contrarie di storici, politologi e costituzionalisti, i soli sinora ad avere usato argomenti onesti e plausibili, sono rimaste ai margini di un confronto nato zoppo, falsato dalle ragioni fasulle di chi nemmeno ne è all'altezza.

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