(archivio Keystone)
Estero
09.08.2019 - 18:470
Aggiornamento : 20:51

La storia degli eritrei 'finti rifugiati' non regge

I giovani del Corno d'Africa fuggono dal servizio militare a vita, e denunciano: 'Ci riducono a schiavi'

Ancora alla fine del mese scorso, il Consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri scriveva sulla sua bacheca di Facebook che "gli eritrei sono tutti finti rifugiati che non scappano da nessuna guerra". Già: peccato che sfuggano dal servizio militare a vita, equivalente a una forma di schiavitù e lavori forzati. Un reportage di Alberto Zanconato per Ansa aiuta a rimettere le cose nella giusta prospettiva.

"Ci caricarono su dei camion e ci fecero viaggiare per 12 ore, fino ad arrivare in uno sterminato campo militare perso nel nulla. Scappare era impossibile. Anche se fossimo sfuggiti alle guardie, saremmo finiti uccisi dagli animali selvatici, o saremmo morti di fame e sete". Così Aida, una eritrea emigrata in Italia, racconta  il suo trasferimento, una quindicina di anni fa, nel campo di Sawa, ad ovest di Asmara verso il confine con il Sudan. È qui che ancora oggi il governo eritreo porta ogni anno migliaia di studenti di entrambi i sessi dell'ultimo anno delle scuole superiori per sottoporli forzatamente ad un addestramento militare, primo passo di un reclutamento nelle forze armate che molti di loro non potranno lasciare per il resto della vita.

Il sistema non è stato smantellato nemmeno dopo l'accordo di pace firmato lo scorso anno dal presidente eritreo Isaias Afwerki e il premier etiopico Abiy Ahmed, leader dei due Paesi arcinemici che si sono combattuti per 30 anni con un bilancio di mezzo milione di morti: prima nella guerra per l'indipendenza dell'Eritrea e poi, a cavallo del millennio, in altri due anni di conflitto.

Anche quest'anno un nuovo scaglione di studenti-soldati viene avviato al campo di Sawa. La struttura, afferma Human Rights Watch (Hrw) in un rapporto pubblicato in questi giorni, "è controllata da ufficiali che sottopongono gli studenti ad una disciplina militare, a maltrattamenti e punizioni fisiche per infrazioni minori, oltre che a lavoro forzato".

'Ci riducono a schiavi'

Un giovane che fu portato nel campo nel 2015 ha descritto così la sua esperienza: "Quando vai a Sawa, usi la loro testa e non la tua. Semplicemente non potevo vedere un futuro quando ero là. Avevo perso tutta la speranza". "Le scuole superiori dell'Eritrea sono al cuore del sistema repressivo di controllo della sua popolazione", afferma Laetitia Bader, ricercatrice di Hrw per l'Africa, commentando i risultati dello studio di 87 pagine, intitolato "Ci riducono a schiavi, non ci danno un'istruzione".

Dopo l'addestramento militare a Sawa e dopo avere conseguito il diploma, gli studenti sono arruolati come soldati per un tempo indefinito o sono inviati all'università, da dove poi sono inquadrati in impieghi governativi, compresi quelli di insegnante in materie e in scuole sulle quali non hanno alcuna possibilità di scelta. Per la maggior parte degli studenti e degli insegnanti una delle poche opzioni che rimangono aperte è quella di fuggire dal Paese, sfidando i rischi di arresto, alimentando così i flussi migratori verso l'Occidente.

Secondo l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr), molti di coloro che dall'Eritrea arrivano in Europa dopo avere affrontato pericolosi viaggi attraverso il mare sono minori non accompagnati. Lo stesso rapporto preparato da Hrw si basa su interviste fatte a 73 studenti di scuole superiori e insegnanti che ora vivono in esilio in Sudan, Etiopia, Svizzera e Italia. Anche per ridurre l'emigrazione Laetitia Bader chiede alle autorità eritree di "mettere fine ad una coscrizione a tempo illimitato, porre un freno agli abusi degli ufficiali militari e permettere agli studenti di scegliere il loro futuro". "Chi potrà avere un futuro migliore nel suo Paese - conclude - avrà probabilmente meno bisogno di fuggire".

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