Estero
22.10.2018 - 23:110

Un sosia per far credere che Khashoggi fosse vivo

Sembra stringersi il cerchio attorno ai sauditi e al principe bin Salman, accusati del brutale omicidio del giornalista Jamal Khashoggi ad Ankara. “Niente resterà segreto”, dicono i turchi, “anche se l'Arabia”...

Un “sosia” di Jamal Khashoggi che esce dal consolato saudita di Istanbul poco dopo l'omicidio del reporter. Almeno quattro chiamate dalla sede diplomatica all'ufficio del principe ereditario Mohammed bin Salman e una a quello del fratello minore, ambasciatore a Washington, nelle ore in cui il giornalista veniva ucciso.

E ancora, tre uomini inquadrati da telecamere di sorveglianza mentre bruciano documenti nel giardino sul retro del consolato, all'indomani del delitto. A poche ore dalla diffusione pubblica della “verità nuda e cruda” promessa da Recep Tayyip Erdogan, il cerchio delle indagini in Turchia si stringe sempre di più intorno a bin Salman e ai depistaggi degli 007 sauditi per coprirne il possibile coinvolgimento.

“Nessun segreto, ma l'Arabia Saudita è importante”...

Sulla vicenda “deve essere fatta luce in tutti i suoi aspetti”, hanno concordato in una telefonata Erdogan e Trump. In serata il presidente americano – che lunedì ha sentito anche bin Salman – ha detto chiaramente di “non essere soddisfatto” dalle risposte ricevute da Riad sulla vicenda, e si è opposto alla richiesta saudita di avere un altro mese a disposizione per completare le indagini sulla morte di Khashoggi. “È già passato molto tempo”, ha tagliato corto Trump.

E non pare casuale la coincidenza della diffusione domani dei risultati dell'inchiesta turca con l'inizio della “Davos del deserto”, la conferenza che fino a giovedì punta a promuovere gli investimenti a Riad, verso cui continuano però i boicottaggi di giganti della finanza. L'ultimo è giunto oggi dall'ad di Siemens, Joe Kaeser. Ankara sembra però voler evitare la rottura: “Niente che riguardi questo incidente resterà segreto”, ha assicurato il portavoce di Erdogan, ma l'Arabia Saudita è “un Paese importante per noi” e “ovviamente non vorremmo che queste relazioni venissero danneggiate”.

I killer e il principe

Pur fermamente negati dai sauditi, continuano a emergere legami tra i killer e bin Salman. A chiamarlo dal consolato sarebbe stato Maher Abdulaziz Mutreb, il suo agente più fidato tra i membri del presunto “squadrone della morte” dei quindici 007. “Abbiamo di fronte una situazione in cui c'è stato un omicidio brutalmente pianificato e ci sono stati tentativi di nasconderlo”, accusa la Turchia.

Il riferimento è alle immagini diffuse sui media in cui si vede uscire dalla sede diplomatica un uomo che sembra Khashoggi e ne indossa gli abiti. Per gli inquirenti si tratta dell'agente saudita Mustafa al Madani, travestitosi con barba finta e occhiali per far credere che il reporter avesse lasciato l'edificio. Lo stesso uomo viene poi visto alla Moschea Blu, monumento simbolo di Istanbul. Lì entra in un bagno pubblico per togliersi il travestimento. Per gli inquirenti, l'ennesima prova di una premeditazione del delitto.

A una quindicina di chilometri dal consolato, in un parcheggio sotterraneo dove è rimasto per due settimane, è stato anche trovato un minivan nero Mercedes Vito con targa diplomatica saudita. Forse il veicolo con cui il corpo di Khashoggi è stato fatto uscire. Secondo Haberturk, a occultare poi i resti del giornalista sarebbe stato un “collaboratore” turco, che li avrebbe sepolti in una zona isolata – forse la Foresta di Belgrado – o dispersi in mare.

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