Estero

Fukushima, cinque anni dopo: ecco cosa resta

La montagna di sacchi neri contenenti terra contaminata
11 marzo 2016
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L'essenziale in breve:

    • 58 mila persone vivono ancora da sfollati, alloggiati prefabbricati che avrebbero dovuto accoglierli per "soli" 2 anni.
    • Il governo punta a farne rientrare la maggior parte a domicilio nel 2017, ma la radiazione nelle prefetture toccate è ancora fuori norma.
    • Per facilitare la decontaminazione delle aree abitabili si procede alla rimozione degli strati superiori del terreno. Terra che viene poi posta in enormi sacchi di plastica nera in attesa di sapere come venir smaltita.
    • La messa in sicurezza alla centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi è solo all'inizio: vi lavorano quotidianamente 800 persone e l'intero processo richiederà ancora 30/40 anni.
    • 400 tonnellate di acqua sono usate giornalmente per raffreddare i reattori parzialmente fusi. Parte di quest'acqua, accumulata in grossi contenitori esterni alla centrale, starebbe però fuoriuscendo in mare.
    • Le barre di combustibile nel reattore 4 sono state rimosse mentre gli altri reattori sono stati messi in sicurezza all'interno di sarcofagi di cemento.
    • I nuclei parzialmente fusi dei reattori 1, 2 e 3 sarebbero caduti sul fondo dei contenitori in cemento. La posizione di questo magma radioattivo non è però nota con precisione.
    • La pesca è ancora proibita in una fascia costiera di 50 chilometri attorno la centrale a causa della contaminazione.
    • Le conseguenze a lungo termine sulla salute delle persone è ancora difficile da valutare.

Cinque anni dopo il terremoto e lo tsunami che colpì il Giappone l'11 marzo 2011, la nazione asiatica si ferma per ricordare le oltre 15 mila vittime. Nel frattempo la situazione nei pressi della centrale nucleare di Fukushima, duramente colpita dall'onda di 10 metri d'altezza, è tutt'altro che risolta: oltre 800 persone stanno cercando di gestire la situazione e oltre 400 tonnellate d'acqua al giorno devono essere pompate nei reattori fermi per tenere sotto controllo la temperatura dei noccioli. I reattori 1, 2 e 3 (dei sei di cui era dotata la centrale) sono parzialmente fusi e la posizione del magma radioattivo derivante dalla liquefazione parziale delle barre di uranio non è nota con precisione. A ciò si aggiunge il fatto che le radiazioni nei pressi dell'impianto sarebbero di decine di volte superiore ai valori massimi ammessi. E, come se non bastasse, parte dell'acqua di raffreddamento usata per tenere i reattori sotto la temperatura di 100 gradi – oltre la quale vi è il rischio di una fusione – starebbe, stando a Greenpeace, riversandosi in mare nonostante lo sforzo del gestore dell'impianto, la Tepco, per contenerla nei pozzi di ritensione.

Degli oltre 180 mila abitati evacuati nel 2011 dalle prefetture di Fukushima, Miyagi a Iwate, quasi 58 mila vivono tutt'oggi in complessi di prefabbricati adibiti a centri di accoglienza. Stando all'associazione ecologista, il governo pianificherebbe di far rientrare a domicilio la maggior parte di loro entro il 2017, nonostante esista ancora della contaminazione. La revoca dell'obbligo di sgombero coinciderebbe pure con il blocco dei risarcimenti dovuti dalla Tepco agli sfollati, cosa che potrebbe costringere le persone a dover per forza ritornare là dove vivevano prima dell'incidente e dove le radiazioni, pur diminuite, sembrano essere ancora alte.

Intanto, per cercare di decontaminare l'area, intanto, il governo sta rimuovendo strati superficiali di suolo. La terra viene pressata e posta in enormi sacchi di plastica nera che si accumulano nei campi circostanti. 

Nel paese, invece, imperversa il dibattito tra l’opinione pubblica, divisa sulle opportunità di una dipendenza dal nucleare, e l’esecutivo del premier Shinzo Abe, deciso ad un riavvio delle centrali con maggiore sollecitudine nel rispetto di standard di sicurezza più elevati. In un sondaggio a livello nazionale dell’agenzia Kyodo, due terzi dei governatori, sindaci e amministratori locali domandano una riduzione dell’impiego del nucleare, mentre alcuni auspicano una chiusura definitiva dei reattori.

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