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20.07.2018 - 06:000

Si arriva e poi si riparte

In aumento le persone che si stabiliscono all’estero o fuori cantone

Il Ticino è terra di immigrazione da tempo. Da qualche anno è diventato anche terra di emigrazione anche se il saldo migratorio rimane pur sempre positivo. Negli ultimi dieci anni, stando a un recente studio pubblicato dall’Ufficio cantonale di statistica (Ustat) e curato da Francesco Giudici, Matteo Borioli e Danilo Bruno, sono sopratutto i giovani residenti (svizzeri e stranieri) di età compresa tra i 20 e i 39 anni a partire dal Ticino per andare prevalentemente all’estero. Un dato che a prima vista potrebbe sorprendere: siamo tornati ad essere terra di emigrazione come al temp dei nostri nonni?

Guardando i dati più da vicino, la realtà è ben diversa anche se ci sono indizi di spostamenti – sempre più numerosi – di giovani ticinesi che decidono di lasciare il cantone natìo per stabilirsi prevalentemente all’interno dei confini nazionali. È quella che un po’ enfaticamente viene definita ‘la fuga dei cervelli’. Generalmente si tratta di ragazzi e ragazze che, partiti oltre San Gottardo per compiere gli studi universitari, colgono occasioni di lavoro, per esempio, a Berna, Basilea o Zurigo una volta terminati con successo tali studi.

Per rimanere all’emigrazione verso l’estero, i dati dell’Ustat indicano che i partenti, oltre alla giovane età, si distinguono soprattutto per essere primo-migranti con permessi di dimora (B), essere celibi o nubili e per dirigersi quasi esclusivamente verso l’Italia: dal 2012 al 2016 vi sono state in media 2’047 persone partite ogni anno verso la vicina Penisola (circa 6mila le partenze totali dal Ticino verso l’estero), con valori che indicano una forte tendenza alla crescita (in media 306 in più ogni anno). Si tratta – specifica lo studio Ustat – quasi esclusivamente di ritorni in patria anche se la quota di cittadini svizzeri in età lavorativa, senza passato migratorio (non naturalizzati, per intenderci), che si sposta in Italia è in crescita. I ricercatori dell’Ustat ipotizzano (ci vorrebbe però uno studio specifico per far emergere il fenomeno) che si tratti di coppie e di famiglie transfrontaliere, magari formatesi in Ticino e che poi decidono di risiedere in Italia, magari mantenendo il lavoro in Ticino e diventando, di fatto, frontalieri.

I ticinesi vanno oltre S. Gottardo

Le partenze intercantonali sono ben più contenute di quelle internazionali (circa 2’700 l’anno) e sono generate per tre quarti da persone con cittadinanza svizzera di età compresa tra i 15 e i 64 anni. La destinazione principale delle persone partite, nonché quella che vede arrivare un numero crescente di ex residenti in Ticino tra il 2012 e il 2016, è il canton Zurigo (+36 persone l’anno in media), seguita dai cantoni Grigioni, Vaud e Berna.
L’incremento delle partenze verso Zurigo nei cinque anni d’osservazione – sottolineano i ricercatori dell’Ustat – è da attribuire quasi esclusivamente agli svizzeri nati in Svizzera, vale a dire a persone senza un passato migratorio o con un legame indiretto alla migrazione (seconde generazioni o più). Come per le partenze internazionali, anche chi rimane in Svizzera è giovane (tra i 20 e i 39 anni) e non sposato.

L’identikit: giovane, laureato e senza vincoli familiari

Dal Ticino verso la Svizzera interna parte chi ha concluso una formazione terziaria, lavora in professioni scientifiche e intellettuali ed è prevalentemente occupato nel mercato del lavoro. Secondo i ricercatori dell’Ustat, la partenza di giovani, indipendentemente dalla nazionalità, dal permesso e dalla durata della loro residenza in Ticino, potrebbe indicare una mancanza di corrispondenza tra le aspettative e gli ideali professionali e le reali opportunità professionali presenti sul nostro territorio.

Innanzitutto, si può ipotizzare che non tutti gli studenti che seguono una formazione universitaria oltre San Gottardo o all’estero possano trovare sbocchi professionali direttamente in Ticino (per mancanza o numero ridotto di opportunità concrete); è quindi possibile – scrivono i ricercatori – che chi ha studiato altrove trovi un impiego nello stesso posto, o in ogni caso non in Ticino. Al di là di questo, bisogna anche aggiungere che l’offerta formativa universitaria in Ticino è pure aumentata, attirando studenti dall’estero e anche da altri Cantoni. Ci si chiede dunque in che misura chi si è formato in Ticino in ambito terziario resti poi in Ticino a lavorare o cerchi opportunità professionali altrove. In entrambi i casi – sottolinea lo studio dell’Ustat – chi si è formato in Ticino e parte, ma anche chi si è formato altrove e decide di trasferirsi definitivamente, può essere assimilato al fenomeno della ‘fuga dei cervelli’ (in inglese ‘brain drain’). Tra i motivi di tale fuga ci sono le ridotte opportunità sul mercato del lavoro per chi termina una formazione terziaria ed è attivo nella ricerca scientifica.

Ma le partenze – sottolinea l’Ustat – non riguardano solo gli ‘accademici’. Per quali motivi si parte, allora? Una chiave di lettura dei ricercatori è quella della peculiarità del mercato del lavoro ticinese rispetto al resto del Paese: quota di sottoccupati più elevata; salari più bassi e disoccupazione più alta. Inoltre – si aggiunge – tra i disoccupati ticinesi la quota parte di persone che si dicono disponibili a trasferirsi per motivi professionali è nettamente aumentata rispetto al resto della Svizzera. Segnali, quest’ultimi, che qualcosa è cambiato.

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