Il primo film ‘americano’ della regista svizzera, dopo il successo di Piazza Grande a Locarno, arriva nelle sale della Svizzera italiana

La libertà condizionale è l'unica possibilità, per Frank, di uscire di prigione: condannato all'ergastolo per omicidio, sa che tutto dipenderà dall'udienza con la commissione che potrebbe farlo tornare da sua sorella. Per fare buona impressione, decide di diventare uno Yellow Coat, partecipando al programma in cui i detenuti assistono i compagni malati di Alzheimer o di altre forme di demenza. Gli viene affidato Louis, un uomo che in carcere aveva potere ed era temuto da tutti. Oggi è confuso, sospettoso e deciso a negare la propria malattia.
Da qui parte ‘Frank & Louis’, primo film in inglese della regista svizzera Petra Volpe (‘L'ordine divino’, ‘Heldin’). Dopo Piazza Grande al Festival di Locarno, dove ha vinto il Prix du public, il film arriva domani nei cinema della Svizzera italiana. Come andrà a finire, tra Frank e Louis, è facile immaginarlo e infatti la storia ha qualcosa di già visto, al cinema. Il prison movie, con il detenuto che conquista un più o meno insperato riscatto tra le mura del carcere, è praticamente un genere a sé; lo stesso vale per i film sul rapporto tra chi si prende cura e chi viene accudito, dentro la malattia e la perdita della memoria. ‘Frank & Louis’ percorre entrambe le strade rispettandone le regole, ma da questo incrocio nasce qualcosa di nuovo. Il prendersi cura dell'altro rispettandone la dignità trasforma un luogo costruito per punire in uno spazio in cui due uomini possono smettere di difendersi. La sceneggiatura arriva così a raccontare qualcosa di poco visto, al cinema: la fragilità maschile che non diventa una debolezza da riscattare. Molto del merito va ai due protagonisti: Kingsley Ben-Adir è un Frank duro che si incrina poco a poco; Rob Morgan dà un volto allo smarrimento senza mai scivolare nella caricatura.
Gli Yellow Coats, anche se con un nome leggermente diverso, esistono davvero in alcune carceri degli Stati Uniti. A scoprire il programma, nella California Men's Colony di San Luis Obispo, era stata la sceneggiatrice Esther Bernstorff, coautrice del film. Poi, ci ha raccontato Volpe a Locarno, «il momento più importante è stata la ricerca»: nel 2014 è entrata in quel carcere con la direttrice della fotografia Judith Kaufmann per intervistare quegli uomini, tornandoci nel 2017 per leggere loro la sceneggiatura e raccoglierne i consigli. Ai detenuti si sono aggiunti un ex carcerato di New York, che l'ha aiutata con i dialoghi, e una specialista di demenza: «Tutto un villaggio di gente», ha spiegato la regista. Dalla prima visita all'uscita in sala sono passati dodici anni, perché lo studio americano che doveva produrre il film non riusciva a trovare i soldi. La soluzione è arrivata dall'Europa: «Facciamo il film con i soldi svizzeri e inglesi, in una prigione inglese, con gli americani!», ha ricordato Volpe.
A differenza di molti film carcerari, in ‘Frank & Louis’ non ci sono innocenti condannati per errore. «Sarebbe troppo facile, no?», ha osservato Volpe. «Gli esseri umani possono essere molto violenti, però hanno anche la capacità di cambiare, di essere teneri, di essere pieni d'amore, di avere compassione». Il problema, per la regista, è il modo in cui la società guarda chi è in prigione: «Ti vede soltanto come la persona che ha fatto quella cosa, quella cosa unica, uccidere. Però una persona è molto di più di quel momento isolato». La demenza spinge la questione al limite: è giusto tenere in carcere per sempre chi non sa più nemmeno dove si trova? Per Volpe era importante che la storia fosse ambientata negli Stati Uniti, perché tenere le persone in prigione «fino alla morte, anche oltre la morte» è, ha detto, «molto americano».
Ai consigli dei detenuti Volpe deve soprattutto la normalità della vita dietro le sbarre. «Per noi è un mondo esotico, no? Per loro è casa», ha spiegato: hanno dei rituali, una quotidianità che «non è una crisi costante». Da qui la scelta di non mostrare «la violenza che si vede sempre in ogni film», ma quella sistemica, che prende forma nel controllo e nella cancellazione dell'altro. Questa attenzione è evidente fin dall'apertura del film, quando Frank arriva in un nuovo carcere e per prima cosa pulisce meticolosamente la sua cella. «È sempre sporco, e arrivare in un posto e farne una casa vuol dire pulire», ha raccontato la regista. «Dà ancora un senso di controllo, di dignità: controllare lo spazio in una situazione in cui non hanno controllo su niente». Una scena violenta, comunque, nel film c’è e, ci ha confermato Volpe, è stata la più difficile da girare, «per gli attori e per me».
Nonostante le difficoltà nella produzione, ’Frank & Louis‘ è "il film americano" di Petra Volpe, presentato in prima mondiale al Sundance. «Il film è stato ricevuto molto bene dalla critica, ma anche dalla gente», ha ricordato la regista, citando le reazioni su Letterboxd e quelle della comunità nera: «L'hanno davvero accettato». È anche un film maschile, dopo che in ’L'ordine divino‘ Volpe aveva raccontato la conquista del voto femminile in Svizzera e, in ’Heldin‘, le difficoltà del personale di cura, prevalentemente femminile. ’Frank & Louis', ha spiegato Volpe, prosegue questa serie: è «un film femminista sugli uomini». Perché mostra «uomini che hanno una relazione tenera, ma non omosessuale», e «questa umanità, questa tenerezza, questa capacità di compassione negli uomini» che, ha aggiunto, al cinema «non si vede molto spesso». E che oggi le sembra necessaria: «Siamo in mezzo a un momento di mascolinità tossica», e ai ragazzi servono modelli diversi dai fratelli Tate. Merito, anche qui, dei due interpreti: guardare Kingsley Ben-Adir e Rob Morgan sul set, ha raccontato, «era come un ballo tra i due».
Cosa funziona: una storia ben costruita e i due protagonisti, Kingsley Ben-Adir e Rob Morgan.
Cosa non funziona: la prevedibilità della trama.
Perché vederlo: per come racconta la fragilità maschile, senza farne una debolezza.
Perché non vederlo: se non si amano i prison movie, ai quali il film resta molto fedele.