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La recensione
02.10.2022 - 21:28

Alla fine, per salvarci non c’è altro che l’immaginazione

Parte della trilogia dedicata all’amore, la performance di Treppenwitz ‘Amor fugge restando’ è andata in scena nel fine settimana nell’ambito del Fit

di Giovanni Medolago
alla-fine-per-salvarci-non-c-e-altro-che-l-immaginazione
Anahì Traversi e Simon Waldvogel

Nell’ambito della 31esima edizione del Fit (Festival internazionale del teatro, a Lugano sino al prossimo 11 ottobre), il Lac ha ospitato la "prima" di "Amor fugge restando". È l’ultimo tassello della trilogia dedicata al tema dell’amore dal Collettivo Treppenwitz. Come le due performance che l’hanno preceduto ("L’amore ist nicht une chose for everyboy" e "KISS") ha quale significativo sottotitolo "Loving kills".

In effetti, nella prima scena Anahì Traversi – che accoglie il pubblico passeggiando serenamente sul palco – è travolta da una serie di ondate immaginarie che la sballottolano di qua e di là. Una metafora dello sconquasso che coglie tutti gli spasimanti in odore d’innamoramento, un’esca narrativa o addirittura una mîse en abîme anticipata? C’è un lui (Simon Waldvogel) che la osserva fischiettando, apparentemente indifferente. Poi però deve darsi da fare per metterla al riparo dai flutti sempre più minacciosi e i due si trovano così nella prima posizione paraerotica dello spettacolo: saltando da un tiglio anch’esso immaginario, lei finisce sovrastata da quel corpo virile dal quale si ritrae subito, dando l’idea di una Robinson naufraga sulla spiaggia con un partner non voluto. È l’inizio di una sarabanda di situazioni con cui la coppia ci trasmette le emozioni vissute da chi si trova a passare dall’innamoramento all’amore vero e proprio sino alla fine di tutto il bailamme e l’inevitabile separazione.

Ci si ritrova allora con un vuoto da riempire, si riecheggia il mito di Telemaco (costretto ad aspettare per ben vent’anni il ritorno del padre Ulisse), e alla fine per salvarci sembra non esserci altro che l’immaginazione. Si sogna di ritrovare una realtà dorata, ma si finisce pure in balìa di un amore non voluto: si sa che Cupido non guarda in faccia a nessuno! La coppia di attori (che firma lo spettacolo) ironizza sui comportamenti bizzarri dei piccioncini che vogliono – e temono – di toccare l’altro, di assaggiarlo con baci travolgenti. Lui che dapprima svolazza dinnanzi alla "sua" lei ricordando le goffe mosse quasi animalesche dello spasimante (sembra di sentire la voce off dei documentari del National Geographic: "Giunta l’epoca degli amori, i maschi sogliono danzare attorno alla femmina…"). Poi cerca d’attaccar bottone col classico approccio d’antan: "Sigaretta?", offerta con tono di voce e sguardo ammiccante. Si denuncia l’amor fou che spinge ad annullare la propria personalità – votandosi totalmente all’altro sino a sfociare nel catasterismo –, fenomeno che ha nelle "Metamorfosi" di Ovidio il suo archetipo. C’è pure un accenno al tragico fenomeno del femminicidio, quando i due litigano – bardati anni 50 – e lui le spara, come faceva James Cagney nei suoi gangstermovie. Altro giro, altra corsa ed ecco Waldvogel en travesti (e bravissimo a sostenere lo scomodo tacco 12!) che parla tedesco quand’è Helga e in francese quando diventa Marion, con diretto richiamo al precedente e già citato "L’amore ist nicht…".

In una scenografia semplice quanto funzionale (un’enorme tela bianca che scende sul palco squarciando il drappo nero del fondale, pensata da Marianna Peruzzo, cui si devono anche i costumi), Anahì Traversi e Simon Waldvogel sono accompagnati da una colonna sonora techno dai toni talvolta pinkfloydiani, ma contraddistinta pure da ripetute sventagliate di mitra sparate a tutto volume: l’amore è anche una battaglia, o no?

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