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Peter Greenaway tra Parigi e Airolo

Sabato scorso al Cinema Leventina, il regista gallese ha presentato ‘Walking to Paris’, la cui post produzione si deve anche ai Comuni dell’Alta Valle

Peter Greenaway
(Keystone)
28 agosto 2022
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Serata d’eccezione quella vissuta sabato scorso al Cinema Leventina di Airolo! La prima mondiale del film ‘Walking to Paris’, in presenza dell’ospite probabilmente più illustre della sua storia quasi centenaria. Il regista britannico Peter Greenaway ha infatti voluto presenziare all’evento, anche per ringraziare i Comuni dell’Alta Valle che hanno contribuito finanziariamente alla post produzione di questo suo ultimo lavoro. Presentato da una raggiante Alis Rizzato – Signora deus ex machina della sala airolese – Greenaway ha anticipato la trama del suo film: il viaggio compiuto a piedi da un giovane Costantin Brancusi. "Quasi due anni e mezzo camminando dal centro della Romania sino a Parigi, circa duemila miglia. La sua famiglia, molto povera, non poteva certo pagargli il biglietto del treno! Brancusi non aveva fretta e lo affascinavano i paesaggi che andava man mano incontrando, evidentemente diversi da quelli odierni. Niente autostrade, poche linee ferroviarie, ma in compenso molti piccoli centri nei quali amò soffermarsi. È chiaro perché Parigi: c’era già Modigliani (pronunciato Maudichiliani dal regista, ndr!), raggiunto poco dopo da Picasso e Dalí." Riferendosi a Airolo&dintorni, Greenaway ha aggiunto di "essere molto contento di ritrovarmi in questi meravigliosi paesaggi, che avevo scoperto durante un sopralluogo. Mancava però la neve, che ho dovuto ricercare altrove". In Ticino, tuttavia, Greenaway ha trovato Carla Yuri, attrice che nel ruolo di Lucia ("Tu porti la luce!") accompagna l’aitante Costantin per un lungo tratto, piazzando anche qualche battuta in dialetto ticinese; Margherita Schoch, che ha una piccola quanto significativa parte (presente in sala ci ha confessato che "è stata un’emozione rivedere le mie scene, anche perché le abbiamo girate ormai quattro anni or sono") e Ariel Salati, il quale ha curato le scene dell’agognato arrivo nella Ville Lumière.

Da sempre interessato alle arti plastiche e figurative (ha del resto ammonito anni orsono: «Penso che nessun giovane cineasta agli inizi dovrebbe avere il permesso di usare una macchina da presa o una videocamera senza avere prima frequentato tre anni di una scuola d’arte»), Greenaway ci propone un Brancusi che lascia sul suo cammino tracce in nuce della sua arte, soprattutto dei "mini menhir" realizzati coi ciottoli che raccoglie sui fiumi che guada senza paura, ripetendo(si) altresì un motto impegnativo: "Crea come Dio, comanda come un re, lavora come uno schiavo". Nel ruolo di Brancusi, Emut Elliot dal canto suo ci presenta un giovane scavezzacollo che non esita a rubare una bicicletta quando i suoi piedi lamentano qualche vescica o il cappello di uno spaventapasseri quando il sole gli piomba a picco sulla crapa. E che però si fa dolce e tenero quando entra in intimità con qualche bellezza muliebre: prima di portarsele a letto, sistema tre prostitute per raffigurarle come Tre Grazie, armato di un carboncino e della sua giovanile virilità. Il regista fa abbondante uso dello split screen, dividendo in più parti l’inquadratura, oppure mostrandocela con l’irruzione di una finestrella che mette in risalto un dettaglio dell’inquadratura stessa.

Da notare infine l’eccellente lavoro del direttore della fotografia. L’olandese Reiner Van Brummelen ci impartisce una (breve) lezione di Storia dell’Arte: gioca quasi in casa riecheggiando i Maestri Fiamminghi, spaziando poi dagli immancabili Impressionisti ai paesaggi cari al Segantini e ai Giacometti, sino al Cristo ligneo e ignudo di Donatello, custodito nell’ex convento di Borgo ai Frati (provincia di Firenze).

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