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01.05.2022 - 21:42

Osi al LAC, l’emozione rappresa in tranquillità

Visti di giovedì, nella Sala Teatro: Piemontesi grande pianista, Poschner grande direttore, orchestra non sempre impeccabile (ma c’entra l’Inferno...)

di Enrico Colombo
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Giovedì scorso nella Sala Teatro

Robert Schumann (1810-1856) termina la Sinfonia n. 2 nel 1846, Johannes Brahms (1833-1897) il suo Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 nel 1858. Nella storia della musica sinfonica tedesca, sono due opere che dovrebbero essere significative della transizione dal pieno meriggio verso il crepuscolo romantico, del sodalizio fra Schumann e Brahms, che la generosa Clara Wieck, consorte di Schumann poi amica di Brahms, ha reso il meno virtuale possibile. Sono due opere complesse, difficili da confinare nella temperie culturale di metà Ottocento senza tener conto del "male di vivere di Schumann" e della "fatica del comporre di Brahms". Tolgo le due espressioni dal programma di sala del concerto di giovedì, con l’Orchestra della Svizzera italiana diretta da Markus Poschner e Francesco Piemontesi solista di pianoforte, in una Sala Teatro completa, ancora qualche mascherina tra il pubblico, ma sul palco un’orchestra finalmente libera da ogni prescrizione antipandemica.

Piemontesi è un grande pianista, Poschner un grande direttore: la loro interpretazione ha prevaricato i miei ricordi di pochi ascolti dal vivo, ma di tante registrazioni. La nostra piccola-grande Orchestra, ho contato 52 strumentisti, nel Maestoso iniziale e anche nel Rondò finale non è stata sempre impeccabile, travolta forse dall’impeto di una musica, come "la bufera infernal, che mai non resta" dell’Inferno dantesco, nel quale invece il pianoforte s’è mosso sicuro in ogni cambiamento ritmico, in ogni sfumatura dinamica, si è concesso anche la libertà di alcune deliziose appoggiature. Solista e direttore hanno voluto il culmine espressivo del Concerto nell’Adagio centrale e l’hanno cercato con sobrietà, senza smancerie liturgiche, dando risalto a una peculiarità della poesia di Brahms: "l’emozione rappresa in tranquillità".

Grandi applausi (che sono partiti troppo in fretta e hanno cancellato l’alone sonoro dell’ultimo accordo) ricambiati da Piemontesi con un bis: il più noto Impromptu di Schubert, quello in la bemolle maggiore op. 142.

Non è bastato un quarto d’ora di pausa per ricaricare le batterie degli ascoltatori. La Sinfonia di Schumann è stata seguita con cortese attenzione. La sua esecuzione, impeccabile, alla fine è stata applaudita con rinnovata cortesia e un paio di richiami, ma con l’evidente desiderio di andarsene presto. Considerata l’età media del pubblico di giovedì, è innegabile il prevalere della necessità d’andare a letto presto.

Ma guardiamo i prossimi impegni dell’OSI: dal 2 al 6 maggio concerti per le scuole; l’8 maggio concerto per la festa della mamma. "Son tutte belle le mamme del mondo", ma questa è roba per il Festival di San Remo. Abbiamo la fortuna economica di poterci permettere un’orchestra di alta qualità, con strumentisti provenienti da quattro continenti. Non è forse il caso di ripensare come impiegarla?

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