diario di uno spettacolo
17.04.2022 - 09:05

Prima di ‘Dopo la prova’, il testo prende vita

Siamo tornati in sala per seguire le prove dello spettacolo di Bergman prodotto dal Sociale di Bellinzona

di Ivo Silvestro
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Sul palcoscenico del Teatro Sociale non troviamo più i tavoli intorno ai quali, il primo giorno di prove, tutti si erano riuniti per la prima lettura comune di ‘Dopo la prova’ di Ingmar Bergman. Al loro posto un abbozzo di scenografia: un tappeto mezzo arrotolato, alcuni mobili dalla foggia antica e polverosa, appoggiati su una specie di scrittoio alcuni libri che incuriositi sfogliamo. Volumi di scena, in uno le pagine sono rilegate al contrario, in un altro troviamo incollato un brandello di un copione di chissà quale spettacolo, ausilio mnemonico per qualche monologo particolarmente ostico. «È tutto finto» ci sorride il regista Andrea Chiodi prima di spostare in un angolo della scena poltrona e scrittoio e rimettere al centro il tavolo e le sedie alle quali, in queste prime fasi delle prove, gli attori sono ancora legati.

Si riparte quindi con la lettura del testo di Bergman da parte degli interpreti: Antonio Ballerio, Mariangela Granelli e Margherita Saltamacchia. Ma non è più la lettura statica del primo giorno, col capo chino sui fogli: gli attori sollevano lo sguardo, la testa e le mani si muovono e percepiamo, in alcuni momenti, il desiderio del corpo di alzarsi, colmando il divario tra parole e azione. E intanto guardiamo uno dei bozzetti dei costumi realizzati da Ilaria Ariemme: quello di Vogler, l’anziano e venerabile regista al centro di ‘Dopo la prova’.

I copioni adesso sono pieni di cancellature, sottolineature, note a margine. Segni che danno spessore e sostanza al testo, trampolini dai quali saltare in uno spazio teatrale che lentamente prende forma. Certo, è ancora una lettura: a volte le parole prendono vita, altre volte rimangono morte. Chiodi annota sulla sua copia del testo, limitando gli interventi – «attenzione che state perdendo il pensiero», «non è incazzata mentre lo dice», «un po’ meno il nonno buono» – poi dopo un’oretta si interrompe la lettura e dopo una breve pausa si torna a scavare nel testo. La metafora non è casuale: è un lavoro di scavo, quello che il regista fa con i suoi attori, per arrivare strato dopo strato a quello che c’è sotto le parole di Bergman, per portare alla luce il significato di frasi e dialoghi, per capire cosa provano i vari personaggi.

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