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25.03.2022 - 11:12
Aggiornamento: 17:09

Lugano applaude un Panariello da favola

‘La favola mia’, due ore del migliore intrattenimento alla fine del quale ogni regola della comicità è rispettata: anche la standing ovation.

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Ti-Press
L’artista (‘Come mi chiamava Franchino’)

«Bellissimo, bellissimo. Mi sono trovato qualche volta in difficoltà dovendo parlare dell’Italia, tirando fuori argomenti che forse per gli svizzeri sono meno importanti, ma ho visto che c’è un bel cordone ombelicale tra voi e quel accade da noi». Questo dice il Panariello che emerge dai camerini quando è finita ‘La favola mia’, autobiografia con personaggi andata in scena al Palacongressi in un giovedì calcistico che italiani e italofili non dimenticheranno, vuoi per gli sfottò del giorno dopo, questo è certo, vuoi (soprattutto) per due ore del migliore intrattenimento alla fine del quale ogni regola della comicità è rispettata: anche la standing ovation a luci accese.

‘La favola mia’, dall’omonima canzone di Renato Zero, è one man show confidenziale che si apre e si chiude davanti a un fondale che è Cinquale, paesino della Toscana dove il comico crebbe coi nonni a far le veci di una madre inesistente e di un padre mai conosciuto, e con gli zii creduti fratelli. Un borgo che potrebbe essere quello di ogni valle ticinese: «Anche i personaggi, in fondo, sono quelli che potreste trovare qui da voi fuori da un bar – ci dice ancora Panariello – e la gente da queste parti, a proposito, mi ha accolto sempre bene». Dopo Lugano, lo attendono Brescia, Bergamo e Mantova, poi ‘la favola sua’ riprenderà in estate, quando il toscano tornerà a essere lingua nazionale: «Ci sono zone in cui certi personaggi riescono meglio e altri meno. In Sicilia, per esempio, Mario il bagnino riesce meno, credo per una questione d’indole, di umorismo, che cambia di posto in posto. Ma in questo tour, alla fine, sono sempre stati applausi, forse perché se anche il personaggio non è immediatamente identificabile col territorio, quando racconti una favola non ci sono mai né barriere né confini».

Da Cinquale al successo e ritorno

Un passo indietro alle 20.30 di ieri sera. Raperino, il vecchietto sopra la panchina del paese, si chiede: "Me lo ricordo bene quel ragazzo, come si chiamava? Ah sì, Giorgino! Ma è ancora vivo?". Giorgino è vivo e vegeto e in forma; introdotto (poi congedato) dal Sinatra di ‘That’s life’, inizia a raccontare di sé lungo quel filo di aneddoti di vita e di palcoscenico che attraversano ‘Io sono mio fratello’, autobiografia da lockdown, breve ma intensa storia di chi si è sudato il successo («Il boom economico ci aveva presi di striscio», dice in scena di una condizione iniziale tutt’altro che agiata) e, insieme, racconto di un fratello che non c’è più, spina nel fianco e rimorso al tempo stesso per un destino ben diverso dal suo. In ‘La favola mia’, aggiornati all’era Covid – tempo in cui «parlare con le mascherine è come fare l’amore con le mutande» – sfilano personaggi attualizzati come Merigo, l’ubriacone che ora si è fatto il drink-pass, o il suddetto Mario il bagnino che le spara grosse, «quelle che in Versilia chiamiamo ‘le bombe’». Le bombe che non fanno male: da Salvini che nel suo Bagno Maria respingeva i pattìni a Putin che «da piccino andava sempre a giocare nei bagni altrui. Pensa te che una volta lui stava a fa’ il bagno, e stava per affoga’ e io gli ho salvato la vita. Ma se quel giorno m’ero fatto i c**** miei…».

Tra genesi e gratitudine

In due ore volate via come le risate ce n’è per la politica italiana all’estero – Matteo Renzi è per tutto il tempo "Shock because", Luigi Di Maio non va oltre "The pen is on the table" («E non spostategli i mobili che poi non capisce più niente») – ce n’è per il mondo dei social e per quello televisivo, dove tutti si chiamano per nome («Ci sono Federico di Amici, Giovanna di Uomini e Donne, ma il primo fu Gesù di Nazareth»); ce n’è per la musica, in un monologo sulle canzoni da falò che non sono più quelle di una volta, con parodia di Tiziano Ferro e il ritratto del giovane Umberto Tozzi nell’immaginaria genesi di ‘Ti amo’. Ce n’è, con affetto e gratitudine, per un Renato Zero che canta ‘Più su’ e poi si perde dietro le quinte. Quanto a genesi, c’è il racconto di come sono nati Lello Splendor, la signora Italia (scoperta proprio da una parrucchiera) e Naomo, che prima di Briatore fu un più generico sedicente facoltoso imprenditore pratese incontrato in un ristorante, fino a Sirvano, sputasentenze ‘immortalato’ in un bar. Ce n’è anche per il futuro, per noi che non sappiamo accogliere gli extracomunitari e, dunque, come potremmo mai accogliere gli extraterrestri.

La favola di Panariello, che inizia col racconto di Giorgino nel bagno di casa a farsi l’intervista da solo, e la spazzola di mamma/nonna a far da microfono, termina – così come nel libro – con la consacrazione televisiva data da ‘Torno sabato’, show Rai del sabato sera per tre edizioni dall’anno Duemila in avanti, punto temporaneamente più alto di un salire di scalini che ha un corrispettivo scendere nel ricordo del fratello Franchino. Quella dei due fratelli adolescenti abbracciati l’uno all’altro è l’ultima delle poche ma decisive istantanee proiettate durante lo spettacolo. Poi, ‘La favola mia’ termina là dov’era cominciata, a Cinquale, in un toccante ricongiungimento tra uomo e personaggio che è il senso della vita d’artista. «‘L’artista’, come mi chiamava Franchino».


Ti-Press
Giorgio e Giorgino

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