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Natalino Balasso (© Tommaso Le Pera)
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laR
 
13.01.2022 - 16:29
Aggiornamento: 18:26

E nella confusione, Balasso fa Ruzante

Due parole (anche tre) sul caos mediatico e un balzo nella campagna pavana del Cinquecento di Angelo Beolco, domani a Chiasso, sabato e domenica a Locarno

“Ma vi rendete conto che ogni volta che aprite bocca, dieci persone decidono di curarsi col bicarbonato?”. Parafrasando Cremonini, da quando Grillo non gioca più, da quando non fa più il discorso dell’ultimo dell’anno, in Italia sono rimasti il Presidente della Repubblica e, più di recente, Natalino Balasso, che per la precisione fa il discorso di Capodanno. L’estratto viene da lì, da quando – prima di evocare lo spirito di Enzo Jannacci e Beppe Viola – il ‘commediante nella rete’ (dalla sua homepage) si produce in una versione di ‘Quelli che…’ aggiornata (anche) al trio Crisanti-Bassetti-Pregliasco in ‘Sì, sì, vax’, orrore a 33 giri che, scevro dall’invito a vaccinarsi, ci ha ammorbato le ultime artistiche festività.

Non è di questo che si parla. Era solo per introdurre in comicità, la sua, il ‘Balasso fa Ruzante - Amori disperati in tempo di guerre’, e dunque il Natalino Balasso strettamente e non meno irresistibilmente teatrale che – diretto da Marta Dalla Via, e con Andrea Collavino e Marta Cortellazzo Wiel – porta a Chiasso dapprima (Cinema Teatro, domani alle 20.30) e a Locarno poi (nell’omonimo Teatro, sabato 15 gennaio alle 20.30 e domenica 16 alle 17) una originale rievocazione di Angelo Beolco, detto appunto Ruzante (o Ruzzante), drammaturgo, attore e scrittore padovano la cui vita e arte hanno occupato la prima metà del Cinquecento, lasciando una manciata di opere dal cui personaggio principale l’autore trasse il proprio pseudonimo. Il contadino veneto è ora affare tutto di Balasso, che dal cinema (negli ultimi due film di Salvatores, il secondo dei quali ha visto il primo ciak lo scorso ottobre) è tornato al teatro.

«È uno spettacolo comico, il pubblico ride, è contento. La tipologia, la commedia, non può che chiamare il divertimento». Buon per il pubblico, che il teatro ha riso assai meno: «È un anno che abbiamo ripreso a fare spettacoli – racconta Balasso – e il pubblico, quello che c’è, l’ho ritrovato come prima. Il problema è che nei teatri a volte possono entrare tutti e a volte no, e quando la gente è di meno la festa è una festa a metà. Dopo di che, io credo che un teatro senza pubblico non sia un teatro, perché se vogliamo parlare di ritorno alla normalità, parola che non ha un grosso senso, bisogna attendere ancora. C’è da capire se il pubblico ha voglia di tornare, perché gli anziani ne hanno timore. Al di là di questo, per quanto io abbia un pubblico abbastanza giovane, mi piacerebbe che a teatro ci andassero i giovani». Con messaggio ai teatri: «Magari abbassando i prezzi».

Quand’è che Balasso decide di fare Ruzante?

È tanti anni che volevo metterlo in scena ed è arrivata l’occasione. Il mio è un progetto di riscrittura, ho realizzato una drammaturgia originale. Non è un testo di Ruzante, ma un testo che definirei ruzantiano, costruito sui vari plot delle sue commedie, e anche sui suoi dialoghi.

Dario Fo, per il suo ‘Mistero buffo’, dichiarò di avere ‘saccheggiato’ Ruzante. Lei ne ha fatta un’operazione diversa…

Ho tradotto varie sue cose in italiano, poi le ho riscritte in italiano, e ulteriormente riscritte utilizzando una terminologia che ricordasse il fiorentino antico. Ci si ritrova di fronte a una lingua non contemporanea che include, ovviamente, anche molti venetismi. È un modo per rendere comprensibile una lingua, quella di Ruzante, che oggi risulterebbe totalmente incomprensibile. In ogni caso, il substrato linguistico è quello veneto. A volte sono anche semplici strafalcioni, funzionali alla percezione, da parte del pubblico, che ci troviamo nella campagna pavana del Cinquecento.

Cinquecento che nell’opera si divide in tre momenti distinti: eros, guerra e ‘cinismo’, quello legato alla città e alle sue dinamiche, tre elementi cardine non così diversi da quelli che segnano la nostra vita di uomini moderni…

Sì ed è anche il motivo per il quale ho scelto Ruzante, in uno schema che spesso ritorna, e cioè questa sua vita campestre stravolta da qualche particolare accadimento. Da quando parte per la guerra, per esempio, e poi torna, ammesso che in guerra ci sia stato davvero, e si trova di fronte a una civiltà stravolta, un cambiamento al quale non è in grado di adeguarsi. Il tutto è abbastanza simbolico: Ruzante e l’amico Menato lottano per la stessa donna e alla fine chi ottiene questa sorta di premio, la Gnua, la donna di Ruzante, è anche colui che meglio riesce ad adeguarsi ai cambiamenti della società. All’inizio i tre personaggi sono molto simili e poi cambiano, avvicinandosi a un tipo di civiltà più metropolitana e complessa, venendo da mondi decisamente più infantili, dove l’eros era un po’ primitivo.

‘Balasso fa Ruzante’: “Questo titolo – scrive la regista nelle note di regia – è un inganno: è Ruzante che fa Balasso”…

Bisognerebbe chiedere a Marta Dalla Via cosa intendesse. Il motivo per il quale mi sono deciso a fare Ruzante è semplicemente che è tanto tempo che dico che lo farò e finalmente è in scena. Più di vent’anni fa, Marco Paolini mi disse “Tu devi fare Ruzante”, e Gabriele Vacis anche. Molto probabilmente l’affinità sta nell’energia teatrale legata ai testi; anche con Dario Fo, credo, esista un’affinità, che può stare nel racconto di esseri stravolti da una specie di macchina che è quest’umanità che progredisce e lascia indietro elementi che faticano ad adeguarsi a ciò che l’umanità stessa chiama ‘progresso’, parola impegnativa per quel che sta accadendo. Molti studiosi di storia ci direbbero che non esiste una linea evolutiva, ma solo dei cambiamenti…

Questa umanità che ancora si aggrappa al suo “ormai classico, inutile discorso di Capodanno”, parole sue…

I miei sono sempre stati discorsi di Capodanno e non di fine anno, dunque non dei consuntivi, ma un’analisi di quel che è successo prima in funzione di quel accadrà dopo. Oggi mi pare vi sia molta incertezza e nemmeno mi sembra abbia un gran senso fare discorsi di Capodanno. Quest’anno mi sono, in fondo, limitato a riscrivere ‘Quelli che…’ di Jannacci, basandomi sulla confusione regnante in questo momento.

“L’artista non dà mai risposte, può solo raccontare la grande confusione che c’è”, dice a un certo punto del discorso…

Infatti. Questo perché, purtroppo, il social pone di fronte alla visione dell’arte tutto un pubblico che con l’arte non ha mai avuto nulla a che fare, e dunque l’arte viene consumata come si consuma una qualsiasi merce, da cui la confusione di cui dico. Quello che ho sempre sostenuto è che l’artista non è un sacerdote, che l’arte non è una religione, semmai s’avvicina più alla filosofia. La religione riesce addirittura a dirti cosa c’è dopo la morte, e come fanno a saperlo lo sanno solo loro. L’arte, come la filosofia, pone interrogativi: noi ci chiediamo cosa ci sia dopo la morte quando, in verità, dovremmo chiederci cosa c’è prima. E non l’abbiamo ancora capito.

C’è un modo per mettere ordine alla confusione? Esiste una specie di ‘Come riorganizzare l’armadio’?

È difficile fare luce sulla confusione una volta detto che c’è confusione. Credo che in questo momento ci sia soprattutto una confusione mentale, nel senso che il ‘racconto’ è diventato un polpettone. Non c’è più chi è in grado di filtrare e non ci sono i filtri; tutto ciò viene scambiato con la libertà data dalla democrazia, ma davanti a una tal mole d’informazioni dobbiamo essere capaci di filtrare, d’interpretare; non serve a nulla avere dei dati se non si sa come interpretarli, e questo ce lo dimostrano le mille tabelline (su ‘tabelline’ parte la tipica, infastidita inflessione balassiana, ndr) che tutti continuano a postare sui social, cose prese non si sa da dove e non si sa come, dati di cui qualcuno ha realizzato un grafico carino a vedersi e quindi bello da condividere.

Noi pensiamo di poter interpretare i dati che abbiamo a disposizione senza avere gli strumenti; il problema è che chi avrebbe gli strumenti, e cioè il mondo del giornalismo, dell’informazione, è latitante, piegato alla filosofia del social che nulla ha a che vedere con le informazioni ma con le emozioni; e siccome l’informazione è diventata sempre più emozione, è chiaro che la gente sarà sempre più confusa. D’altra parte, qualsiasi programma televisivo è basato sulla necessità di creare emozioni immediate per poter poi vendere prodotti. Mettiamoci di mezzo anche il fatto che, parlando dell’Italia, siamo tra gli ultimi per quanto riguarda la scuola, ma terzi al mondo per consumo di cocaina, io credo che questo paese debba farsi grosse domande sull’analfabetismo di ritorno, così diffuso nei social, nel quale si ritrovano in molti e dal quale traspare una sorta d’inconsapevolezza che fa quasi spavento. Il tipo di fallacia logica che imperversa nei social è dato da chi è convinto di avere capito la realtà senza avere il minimo strumento per capire la propria realtà personale. Dunque l’artista può soltanto dare delle suggestioni.

Per allentare la pressione che giunge dal suo j’accuse alla stampa, cito un passaggio dalla sua versione di ‘Quelli che…’, per un tema tornato attuale: “Quelli che propongono Berlusconi al Quirinale e non gli scappa nemmeno da ridere… oh yeah”.

Non è il caso di porci troppe domande. Abbiamo visto il tipo di sentimento che ha accompagnato Donald Trump negli Stati Uniti per capire la direzione verso la quale sta andando la società occidentale. Credo che ci troviamo nel mezzo di un nuovo sistema di tipo feudale in cui non ci sono più i nobili ma i famosi, e non puoi fare politica se non sei prima famoso, in qualunque campo. Se Fedez scendesse in politica, per esempio, avrebbe sicuramente ottimi risultati. Poi succede che per questo tipo di sensazionalismo, per il nome sentito così spesso che fa diventare importanti, noi, come nel caso di Berlusconi, non abbiamo gli anticorpi democratici per opporci. Non dimentichiamoci che Berlusconi è stato condannato per aver truffato lo Stato, e se noi pensiamo di fare Presidente della Repubblica chi ha truffato lo Stato diamo una dimostrazione scientifica di quella che è la nostra percezione dello Stato. È chiaro che si ride per non piangere, ma queste sono cose che fanno davvero ridere.

Chiudiamo ‘in allegria’: a un suo collega regista, transitato su queste pagine, hanno contestato il voler rimettere in scena una commedia per il fatto che la gente, oggi, avrebbe meno voglia di ridere di prima…

Il fatto che esisterebbero periodi nei quali si può ridere e altri no è pura retorica. Una volta c’era la Chiesa, che imponeva lo stop agli spettacoli durante la Quaresima e le compagnie ne approfittavano per provare tutto quel che avrebbero portato in scena durante l’anno. Ora che siamo un po’ meno religiosi, non credo che si tratti di una questione legata al periodo. Quando non c’era il Covid esistevano mille altre disgrazie nel mondo e dunque, in teoria, non si dovrebbe ridere mai. Oppure, forse, si potrebbe prendere la vita con più leggerezza, nel senso che non è scritto da nessuna parte che le cose debbano andare sempre bene per tutti e purtroppo le cose per molti vanno male. E non solo perché c’è il Covid. Se invece vogliamo piegarci al racconto del momento, questo dipende, di nuovo, solo dal fatto che l’informazione è diventata emozione.

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Biglietti su www.ticketcorner.ch. A Locarno, domani alle 17.30 al Palexpo Fevi (sala 1, primo piano), è in programma una conferenza tenuta dal professor Bruno Beffa sul tema ‘Angelo Beolco, detto il Ruzante, tra genio e sregolatezza’ (ingresso libero, disciplinato dalle norme anti Covid).

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