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10.11.2021 - 11:27
Aggiornamento: 16:08

L’acqua, l’insegna la sete, un film tra scuola e vita

Intervista al professor Lopez, protagonista del bel documentario di Valerio Jalongo su una classe di un istituto professionale quindici anni dopo

di Ivo Silvestro
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La scuola e la vita: in fondo sono questi i due temi del bel documentario di Valerio Jalongo ‘L’acqua, l’insegna la sete’ che, dopo la selezione a vari festival, arriva nelle sale ticinesi. Riprendendo il materiale realizzato per un progetto di videodiario collettivo degli studenti di una scuola per tecnici cinetelevisivi di Roma dove Jalongo insegnava all’inizio degli anni Duemila. Il documentario va a vedere che cosa è successo quindici anni dopo, per scoprire che adulti sono diventati quei ragazzi anche grazie a quella scuola. Ad affiancare Jalongo in questo viaggio tra passato e presente il professor Lopez che adesso accompagna le prime proiezioni in sala del film: oggi alle 20.30 al Cinema Teatro Blenio, giovedì al Forum di Bellinzona e venerdì all’Otello di Ascona.

«C’è una domanda universale: che cosa deve dare la scuola? L’idea di una scuola che semplicemente insegni un mestiere è riduttiva e pericolosa» ci aveva spiegato Jalongo in occasione della presentazione del film alle Giornate di Soletta (vedi ‘laRegione’ del 25 gennaio 2021). Ma ora è il momento di sentire, dopo il regista, il protagonista di quel documentario. «Uno dei protagonisti» corregge subito Lopez, lasciando spazio ai ragazzi «in un’età straordinaria e insieme impegnativissima».

È comunque a lei, e a Emily Dickinson che ha scritto l’omonima poesia, che si deve il titolo.

Il titolo nasce da una fortunata combinazione, perché il titolo provvisorio – che poi è diventato il sottotitolo, ‘Storia di classe’ – era un po’ troppo sociologico. In quel periodo Valerio stava cercando se dalla prima selezione era rimasta fuori qualche scena iniziale e trovò quella lezione un po’ bizzarra, credo ripresa proprio dai ragazzi sulla poesia. “Manca un particolare, il tuo braccio si vede tagliato male, riusciremmo a completare solo quel pezzetto per dare un’unità alla scena?” mi dice, chiedendomi poi il titolo della poesia. “L’acqua, l’insegna la sete” gli ho risposto e siamo stati un attimo a guardarci l’uno l’altro. Era perfetto perché in fin dei conti il film stava diventando proprio questo: il valore delle cose ce lo dà, oltre alla scuola, la vita. O se vogliamo questo strano misto, per ognuno diverso, tra gli anni in cui si è giovani e gli anni della vita adulta. Il titolo ci è sbocciato in mano: non poteva che essere quello. Oltretutto dà al film quella valenza poetico-artistica, togliendo quella patina puramente sociologica di ricerca su un’età.

Che cosa ci può dire della scuola in cui è stato realizzato questo progetto di videodiario?

Io già insegnavo lì da una decina d’anni: tutti la chiamano “cinetv” ma in realtà il nome ufficiale è ‘Istituto Rossellini per la cinematografia e la televisione’. Non è una scuola “di borgata” e neanche di periferia: vi confluiscono ragazzi dai quartieri più disparati e anche da fuori Roma. All’epoca la scuola aveva un biennio di formazione comune prevalentemente teorica, cosa che ci infastidiva: vedere ragazzi che si iscrivono a una scuola di cinema e di pratico nei primi due anni facevano poco o nulla. La specializzazione come operatori, montatori, fonici eccetera avveniva dopo, dal terzo anno.

Il progetto di videodiario voleva rimediare a questa situazione?

L’idea di Valerio, che mi trovò subito consenziente, era di applicare uno dei principi fondamentali della didattica progressista: la partecipazione attiva dei ragazzi. Toglierli dal libro per mettere loro in mano delle telecamere, ovviamente sotto la supervisione degli insegnanti. L’idea era renderli attivi con un progetto di videodiario che documentasse il bene e il male della scuola, senza alcuna censura. Dando loro la responsabilità di essere liberi di riprendersi, anche fuori dalla scuola.

Il documentario ci mostra cosa è accaduto dopo la scuola. E praticamente nessuno lavora nel cinema o nella televisione…

A voler essere statisticamente obiettivi, in quella classe due allievi – che non sono tra i protagonisti del documentario – sono andati avanti: uno lavora come fonico, anche se ancora senza un contratto fisso, mentre un’altra ragazza ha seguito la linea teorica laureandosi al Dams di Roma. Ma, e alcuni all’interno della scuola ce lo hanno fatto notare, in altre classi non c’è stato questo arresto, ma è stato un caso, perché quella classe venne estratta a sorte. Se dal punto di vista del curriculum professionale questo può sembrare un fallimento della scuola, ma il film mostra che questi ragazzi hanno comunque maturato una loro vitalità, una capacità di reagire alle sfide della vita, a impegnarsi nel sociale, nella cura dei deboli… non dico che sia merito di quegli anni, ma la scuola non è passata invano.

Nel film vediamo cosa ha significato per i ragazzi rivedere sé stessi quindici anni dopo. Per lei?

La cosa mi ha chiaramente coinvolto ed emozionato. Altrettanto chiaramente quarantadue anni di vita di professore non stanno in quei minuti in cui compaio nel film, però quel tanto che Valerio ci ha messo mi corrisponde: i momenti di gioia, i momenti di delusione, i momenti in cui devi rimproverare e quelli in cui diventi creativo…

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