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Audrey Diwan (Keystone)
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12.09.2021 - 14:15
Aggiornamento: 15:20
di Ugo Brusaporco

Venezia, un Leone d'Oro in nome delle donne

Si cercava un film vero, nato per dire e non per piacere, scritto per comunicare e non per accontentare: tutto questo è ‘L’événement’ di Audrey Diwan

La Giuria di Venezia 78 presieduta da Bong Joon Ho (regista) e composta da Saverio Costanzo (regista), Virginie Efira (attrice), Cynthia Erivo (attrice), Sarah Gadon (attrice), Alexander Nanau (regista) e Chloé Zhao (regista), con pazienza certosina è riuscita a partorire un giudizio salomonico senza intaccare un punto fermo: il Leone d’Oro a un film vero, nato per dire e non per piacere, scritto per comunicare e non per accontentare, un film che regali emozioni non confezionate, che incida socialmente e non solo economicamente, che sia fonte di civiltà e discussione non di voglia di pizza e parliamo d’altro.

Ed ecco il Leone d’Oro a ‘L’événement’ di Audrey Diwan è tutto questo, un film vero, che la regista francese ha girato con le lacrime. Lacrime di compassione per il personaggio che rappresenta, lei donna e davanti una giovane donna che lotta per sopravvivere come donna, e la regista sa la fatica eroica che serve per essere donna, per non piegarsi a essere moglie, madre, massaia, donna di casa, serva, muta, oppressa. Per essere solo donna. Audrey Diwan ci mostra una brava studentessa, che nella Francia del 1963 si ritrova incinta, con i genitori che la pensano bambina e pura, con le compagne che la pensano puttana, e qualcuna silenziosa ha già fatto la sua scelta, con i maschi che la vedono carne da possedere, con il ragazzo con cui ha fatto all’amore che non vuole essere padre per la scopata di una notte. E lei che decide di abortire per esistere, per non affondare nel nulla. L’aborto come libertà a costo di morire perché le istituzioni non capiscono, minacciano prigione e vendetta, la religione complice dello Stato, e la verità è sconfitta. Gran Leone d’Oro questo, premio necessario per porre un confine tra cinema e mercato, e lei che nel riceverlo ringrazia molti e solo in fondo piange nel ringraziare Anamaria Vartolomei, la giovane attrice che ha dato veramente corpo alle sue idee. È un Leone d’Oro che farà discutere, non per la qualità indiscutibile, ma per il tema, quello dell’aborto, che provocherà discussioni, contrasti, perché è tema fondamentale, ineludibile nel rapporto tra maschi e femmine, è una scelta di possesso tra chi ha il possesso di un corpo, quello di una donna, la donna stessa o quello di antiche tradizioni e religioni che reclamano ancora il mito di un’Eva figlia di Adamo.

Bong Joon Ho, già nel suo ‘Parasite’ aveva sconvolto i benpensanti; qui come presidente di Giuria continua il suo lavoro. Poi ha accontentato anche Netflix con il Leone D’Argento – Gran Premio Della Giuria a ‘È stata la mano di Dio’ di un Paolo Sorrentino che ha pubblicamente ringraziato il suo produttore: Netflix, perché questo film con Maradona nel cuore è un prodotto per quella piattaforma, non disturba, è un vuoto contenitore in cui Sorrentino vende fumo elegante. Per lo stesso film il Premio Marcello Mastroianni, da conferirsi a un giovane attore o attrice emergente, qui dato al ventunenne Filippo Scotti, tra i protagonisti, un attore giovane, interessante, di buona formazione teatrale, che deve maturare. Il Leone d’Argento – Premio per la Migliore Regia è andato a Jane Campion per il film ‘The Power of The Dog’, distribuito da Netflix, un gentile omaggio alla storia del cinema, per lei che fu la prima donna a vincere la Palma d’Oro a Cannes 1993 con ‘The Piano’ e a Venezia aveva vinto il premio stavolta dato a Sorrentino, nel 1990, con ‘An Angel at My Table’.  Questo, pur solido, non è uno dei suoi migliori film, altri avrebbero meritato questo premio. A cominciare da Gabriele Mainetti che con il suo ‘Freaks Out’ ha mostrato di possedere un’idea di regia degna del miglior Fellini.

La Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Penélope Cruz, premio che se da una parte rende giustizia a una delle più grandi attrici oggi in carriera, dall’altra non frena il rimpianto di Pedro Almodóvar che per il suo ‘Madres Paralelas’ sperava in un premio maggiore. Almodóvar era il favorito della vigilia, e ne era sicuro, anche perché è, probabilmente, il suo più bel film, il più emozionante e toccante di una magistrale carriera.  Altro colpo della Giuria di Bong Joon Ho è la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a John Arcilla: nel 2012 era nel cast di ‘The Bourne Legacy’, qui merita un premio per il suo straordinario lavoro nel film ‘On The Job: The Missing 8’ del filippino Erik Matti, un premio che serve anche giustamente a non far dimenticare un film importante, coraggioso nel raccontare una storia di riscatto civile e morale di fronte a un potere politico che sopprime la libertà di opinione. Un film necessario per non chiudere gli occhi al mondo, perché non esistono solo paesaggi urbani dell’Occidente, qui l’estremo Oriente si ritrova luogo cinematografico non contrabbandabile, non esotico, crudo nel suo realismo esagerato, vero nel suo dire e pensare. E John Arcilla è un grande attore.

Non sorprende il premio Per la Migliore Sceneggiatura a Maggie Gyllenhaal per il film ‘The Lost Daughter’, che ha anche diretto. Il problema è che non è una sceneggiatura originale, in quanto tratta dal romanzo ‘La figlia oscura’ di Elena Ferrante. Certo, non si tratta di un errore, ma è dal 1957 che anche agli Oscar esiste una differenza tra la sceneggiatura originale. Pedro Almodóvar ha scritto il suo film, e un film debitore di una fonte, non originale. Forse, per un festival che si fregia dell’altisonante e dannunziano nome di Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, scegliere una sceneggiatura originale sarebbe stato più consono e avrebbe magari permesso un premio a ‘Un autre monde’ di Stéphane Brizé, che l’ha scritto a quattro mani con Olivier Gorce. Il fatto è che, giustamente, il film nell’equilibrio dei premi avrebbe portato peso alla Francia e al cinema di denuncia sociale. Per cui bene il premio a ‘The Lost Daughter’, che permette al film di avere futuro.

E in questo senso si può comprendere anche il Premio Speciale Della Giuria a ‘Il Buco’ di Michelangelo Frammartino, il film più fischiato del festival. Probabilmente una scelta spinta da Saverio Costanzo, il giurato italiano, o dal desiderio di mettere nel palmarès un film in parte documentario, e in questo senso era l’unico tra i 21 film in competizione. Ma questa forse era l’occasione per segnalare un film ben più importante come ‘La caja’ scritto e diretto da Lorenzo Vigas, un film di cruda intensità sul mondo degli scomparsi per mano delinquenziale ritrovati in fosse comuni, una delle piaghe del Messico di oggi vista attraverso gli occhi di un ragazzino, un film che resta scolpito nella mente. Ma ogni Giuria ha i suoi equilibri, e per la 78esima Mostra del Cinema di Venezia ‘Les jeux sont faits. Rien ne va plus’. Al prossimo anno, numero 79 a novant’anni dalla prima edizione, da quel 1932 da un'idea del presidente della Biennale di Venezia, il conte Giuseppe Volpi, sostenuta dallo scultore Antonio Maraini, che divenne il primo segretario generale, e appoggiata da Luciano De Feo, segretario generale de L'Unione Cinematografica Educativa (Luce), una lunga storia. Intanto quest’anno si va agli archivi con un grande Leone d’Oro per ‘L’événement’ di Audrey Diwan: questo è il cinema.

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