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Osi alla foce (foto di Kaupo Kikkas)
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laR
 
08.06.2021 - 19:37

L’inaspettata Orchestra della Svizzera italiana

Presentata la stagione 2021-22 dell'Osi. Il direttore Christian Weidmann racconta il suo progetto di rinnovamento non solo musicale

 


“Inaspettato” non è certo il primo aggettivo che viene in mente, per la tradizionale conferenza stampa di presentazione della stagione dell’Orchestra della Svizzera italiana e l’inizio della prevendita (il 25 giugno per i vecchi abbonati mentre i nuovi dovranno attendere l’estate e il chiarimento delle restrizioni sanitarie). Ma quella che si è appena conclusa è stata una stagione straordinaria: lo doveva essere per la «staffetta ideale» dalla direzione di Denise Fedeli (più volte ringraziata durante la conferenza stampa) a quella di Christian Weidmann, con l’inizio dell’attività «in continuità, ma senza essere una fotocopia» del nuovo direttore artistico (parole di Mario Postizzi, presidente della Fondazione per l’Osi). Poi la pandemia ha scombinato tutto e se da una parte ha fatto capire quanto importanti siano l’arte e la cultura e l’incontro, dall’altra ci lascia in una situazione di forte incertezza. Ma non è questo, l’inaspettato al quale ha fatto riferimento Weidmann nel suo intervento: «Oggi ho la sensazione molto ottimistica che inizia il futuro dell’Osi, che riusciremo a realizzare la mia visione di aprire spazi inaspettati».

Questa idea la vediamo nelle nuove immagini dell’orchestra, realizzate da Kaupo Kikkas, che riprendendo un concetto iniziato alcuni anni fa vedono i professori dell’orchestra in luoghi appunto inaspettati, dal portale nord della galleria ferroviaria del Ceneri alle foci della Maggia e del Cassarate. 

Nella conferenza stampa si è parlato di concerti speciali alle Officine di Bellinzona e al Vanilla di Riazzino, oltre che al Festival di Locarno, alle Settimane musicali di Ascona e alla stagione estiva del Lac che sarà annunciata settimana prossima. Qualche anticipazione sul Concerto di San Silvestro, che sarà diretto da Rune Bergmann, e su quella che – dopo l’annullamenteo l’anno scorso e il debutto senza pubblico di quest’anno, sarà la prima edizione del festival di Pentecoste con la violoncellista Sol Gabetta; abbiamo poi la ripresa delle tournée, con l’importante tappa, a febbraio dell’anno prossimo, nella Sala dorata del Musikverein di Vienna. 

E ovviamente le stagioni Osi al Lac e Osi in Auditorio, con l’orchestra diretta oltre che dal direttore principale Markus Poschner anche da François Leleux, Robert Trevino, Krzysztof Urbański e, per i quattro concerti in Auditorio a gennaio e febbraio, Robert Kowalski, Riccardo Minasi, Bejun Mehta e Ilya Gringolts.

Il programma completo dei concerti è disponibile sul sito www.osi.swiss. Da segnalare il ciclo ‘Tracce → Čajkovskij’, una rilettura non solo musicale dell’opera del compositore russo, con particolare attenzione alle composizioni scritte in Svizzera (tra cui il concerto per violino e la sinfonia ‘Manfred’) ma non solo, visto che l’esordio sarà con la Sinfonia n.5, eseguita basandosi su una partitura originale ricostruita da documenti di Čajkovskij. Il progetto Tracce avrà anche una parte non musicale, coordinata da Andrea Molino – che ha già curato il Ludwig van Festival – insieme al Conservatorio della Svizzera italiana e al Cisa.

Infine, due parole sulla comunicazione che si arricchisce di due iniziative: da una parte la rivista ‘OSI.swiss’, dall’altra una nuova piattaforma digitale che verrà lanciata in autunno 2021 con il sostegno della Corsi.

L’intervista

‘Superare i confini della tradizione’


Durante la conferenza stampa ha parlato, per il futuro dell’Osi, dell’apertura di nuovi spazi. A cosa si riferiva?

Si tratta dei nuovi orizzonti dell’orchestra. Sono convinto che si possa e si debba sperimentare con le strutture fisse che abbiamo nell’ambito dei concerti classici, aprendo un discorso che va oltre la musica. Pensiamo al progetto Tracce: Čajkovskij era un compositore, ma anche una persona, un essere umano con i suoi problemi e possiamo partire da qui per discutere i problemi della nostra società. Perché la musica è dappertutto, nella nostra vita quotidiana. Io sono cresciuto con la musica classica, per me è la cosa più naturale, ma capisco che non sia così per tutti. Però la musica è musica per tutti, tocca i cuori delle persone e sono sicuro che con l’Osi si potranno superare i confini che troviamo tra gli stili, all’interno della società, nei livelli di formazione e trovare un discorso con cui entrare nella vita quotidiana.

Non temete di disorientare il pubblico tradizionale dell’Osi, affezionato ai concerti tradizionali?

Chiaramente non è nostra intenzione distruggere tutto quanto fatto finora: restiamo e vogliamo restare un’orchestra sinfonica e ci sarà sempre l’occasione di avere l’esperienza tradizionale del concerto di musica classica. Per me è importante conservare tutto questo: i conservatori si chiamano così perché devono conservare le cose e se non le conserviamo spariscono. Non si tratta di affrontare, e far affrontare al nostro pubblico, una nuova realtà completamente staccata da quello che finora abbiamo fatto, ma trovare un equilibrio che ci permetta di sperimentare. Perché sono sicuro che anche il nostro pubblico è aperto a un po’ di sperimentazione, senza mai dimenticare che la musica classica ha una certa struttura.

In concreto come sarà portata avanti questa sperimentazione?

Prendo ad esempio il progetto Tracce. L’esperienza del concerto inizierà già nella Hall con un contenuto appositamente pensato, ci stiamo lavorando con Andrea Molino, per parlare di quello che poi si sentirà in Sala in maniera tradizionale. Quando Christian Tetzlaff suonerà il concerto per violino e orchestra di Čajkovskij, suonerà il concerto per violino e orchestra di Čajkovskij con la qualità di sempre; sarà diversa l’esperienza di avvicinamento.

C’è poi un concerto alla discoteca Vanilla di Riazzino.


Quello sarà un progetto molto diverso, ci vorrà un Think tank per capire come sperimentare. Ma sempre mantenendo il discorso della qualità: non vogliamo essere la band che si limita ad accompagnare una performance, ma trovare un artista che voglia creare con noi qualcosa per cui ha senso la presenza dell’Osi.

È un’esperienza che ho già fatto in club in Argovia: un concerto con un artista di musica elettronica con un brano scritto per l’occasione, pensando alla presenza dell’orchestra. Il pubblico è arrivato perché conosceva questo artista di musica elettronica, ma non sapeva che la serata sarebbe iniziata con un pianoforte a coda e le musiche di Chopin. I giovani si sono seduti, per terra, con una birra in mano e hanno ascoltato, in silenzio, quindici minuti di Chopin. Sono queste esperienze che ci aiutano a portare qualcosa di positivo alla società.

In questo progetto di rinnovamento troviamo una rivista e un nuovo sito internet, disponibile in autunno. Come sarà strutturato? Mi sembra che siamo tutti un po’ stanchi di proposte online…


Con il magazine e la nuova piattaforma iniziamo un processo per portare a più persone i contenuti che attualmente realizziamo per una minoranza della popolazione, i mille spettatori al Lac. Senza dimenticare l’archivio storico di cui disponiamo è che molto importante.

La piattaforma di cui parliamo probabilmente si chiamerà “digital experience” perché si tratta di un’esperienza digitale con un contenuto diverso: sappiamo che non basta non metteremo online i concerti. Abbiamo delle idee, ma anche qui sarà necessario sperimentare, capire che cosa funziona e che cosa non funziona.

Qual è l’obiettivo di questa trasformazione? Come spera che sarà l’Osi nel 2025?

Immagino voglia una risposta concreta, non so se riuscirò ad accontentarla… Io vedo un’Osi aperta, un’Osi per cui è normale proporre Beethoven al Lac e un concerto al Vanilla e a nessuno verrebbe in mente di chiedere se non rischiamo di disorientare il nostro pubblico, perché avremo un pubblico che avrà superato le barriere che ancora esistono. Il mio sogno è togliere i muri tra persone, perché se non andiamo avanti tutti insieme sarà solo energia sprecata.

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