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‘Un altro giro’ (foto Henrik Ohsten)
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13.05.2021 - 18:39

‘Un altro giro’, al cinema arriva un po’ di alcol

Il film del danese Thomas Vinterberg, vincitore dell'Oscar per la miglior opera in lingua straniera, è nelle sale

E se per l’essere umano la normalità fosse un livello alcolemico dello 0,5 per mille, limite al di sotto del quale non saremmo sobri ma, al contrario, avremmo un deficit di alcol con sgradevoli conseguenze a livello sociale e psicologico? Questa teoria, avanzata dallo psichiatra norvegese Finn Skårderud, è alla base di ‘Un altro giro’ (Druk) del regista danese Thomas Vinterberg, vincitore agli ultimi Oscar quale miglior film in lingua straniera e adesso nelle sale ticinesi.

In realtà Skårderud non ha mai sostenuto, almeno seriamente, questa tesi, ma visto che non parliamo di un documentario rimandiamo a dopo la verifica dei fatti e torniamo al film di Vinterberg. Protagonista di ‘Un altro giro’ è Martin – interpretato da un fantastico Mads Mikkelsen –, professore di storia in un liceo, marito e padre di una noia mortale. Ovviamente non è sempre stato così apatico, come gli ricordano i tre amici e colleghi Tommy, Nicolaj e Peter (i bravi Thomas Bo Larsen, Magnus Millang e Lars Ranthe) durante una cena di compleanno, occasione per impietosi bilanci della propria vita. Così, elencando fallimenti vari e pensando a come essere più brillanti al lavoro e in famiglia, salta fuori la teoria di Skårderud. Martin decide di provarci: un bicchiere di vodka prima della lezione: pronunciare al primo colpo “industrializzazione” diventa un’impresa, ma gli studenti apprezzano il nuovo stile di insegnamento e i timori di arrivare impreparati all’esame di stato che li attenderà di lì a pochi mesi svaniscono. Così i quattro amici iniziano quello che concepiscono come un vero esperimento scientifico, una verifica sul campo della teoria di Skårderud mantenendo durante il giorno un livello di alcol dello 0,5‰ e annotando quel che accade e ottenendo, nell’immediato, netti miglioramenti nella propria vita sociale.

La prima metà del film scorre che è un piacere, catturati dalla bravura con cui Vinterberg e lo sceneggiatore Tobias Lindholm costruiscono le varie scene, riflettendo in maniera originale e per certi versi controcorrente su come il singolo può affrontare le difficoltà e le pressioni sociali, il tutto senza mai perdere la leggerezza. Lo spettatore smaliziato vede tuttavia addensarsi delle nubi all’orizzonte: come concludere la vicenda? Impossibile pensare a un lieto fine tipo “e vissero tutti felici e brilli”, ma come portare a fallimento l’esperimento evitando di ritrovarsi a fare la morale sui pericoli dell’alcolismo quasi si stesse girando una pubblicità progresso? E non sembrerebbe troppo assolutorio un finale in cui i protagonisti conquistano una nuova consapevolezza sul consumo di alcol?

Per non rovinare la sorpresa, ci limitiamo a dire che Vinterberg e Lindholm sfruttano bene il fatto di avere una storia corale – anche se incentrata sui quattro amici che purtroppo offuscano gli altri personaggi –, percorrendo tutte le strade prima accennate, riuscendo a non deludere lo spettatore.

Don’t try this at home

Come detto, un po’ di ‘fact checking’ sulla storia dello 0,5‰ come livello normale di alcol, ma più che altro perché la storia dietro questa pseudoteoria è divertente. Prima si è detto che Skårderud non ha mai sostenuto questa teoria: sarebbe più corretto dire che non la ha mai sostenuta seriamente, perché in realtà un suo testo in cui troviamo questa tesi c’è, ed è la prefazione alla traduzione norvegese di ‘Gli effetti psicologici del vino’, libretto pubblicato alla fine dell’Ottocento da Edmondo de Amicis (sì, quello di ‘Cuore’). Un testo non scientifico ma letterario, dove l’idea di un livello fisiologico corrispondente a un paio di bicchieri di vino è più che altro un espediente per raccontare lo stato di benessere e leggera euforia indotto dall’alcol, un divertissement che ha ispirato Vinterberg ma che  qualcuno la sta prendendo come un’autentica raccomandazione medica. Quindi, anche se ‘Un altro giro’ è tutto tranne un’apologia dell’ubriachezza, meglio fare come certi show televisivi e avvisare: “Don’t try this at home”.

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