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Rocco Filippini (Foto Cosimo Filippini/Wikimedia)
Spettacoli
14.04.2021 - 20:240

È morto Rocco Filippini, aristocratico del violoncello

Il violoncellista, figlio del pittore e scrittore Felice, è scomparso ieri per Covid. Aveva 77 anni. Il ricordo del musicologo Carlo Piccardi

Con Rocco Filippini scompare un rappresentante significativo dei musicisti che si sono imposti all’attenzione a partire dai tardi anni 60. In Ticino ha rappresentato una figura di spicco della generazione che ha portato al professionismo personalità quali Chiara Banchini, Gioconda e Graziella Beroggi, Romana, Luciano e Ruggero Pezzani, Francesco Hoch, Fabio Schaub, a cui anch’io come musicologo (insieme con Lorenzo Bianconi) appartengo. La sua dipartita mi tocca quindi profondamente.

Come interprete possedeva la dote rara di sfruttare al massimo le risorse espressive di cui era dotato, e nello stesso tempo di saperle dominare in base alla distanza critica tracciata tra sé e l’opera. Il cipiglio e l’essenzialità della postura rivelavano immediatamente il coefficiente di energia razionale dispiegata per incanalare lo slancio lirico che in lui non mancava mai, ma che si librava in forma governata dal rigore di un’interpretazione posta direttamente al servizio dell’opera. La facilità con cui egli si muoveva attraverso il repertorio di tutti i tempi, fino all’esecuzione di musica del 900 (comprese le composizioni a lui dedicate) non era un semplice indice di apertura, ma la manifestazione di uno spirito di servizio reso a espressioni che meritavano di essere conosciute nella loro ricchezza e molteplicità.

Lo rivela soprattutto l’impegno dispiegato nella pratica cameristica, in quella gamma di relazioni complesse dove il fatto di gestire il rapporto di primus inter pares è un esercizio di disciplina straordinaria nel giusto dosaggio dell’impegno individuale. Rocco Filippini era un concertista abbondantemente arricchito dall’esperienza del camerismo, dalle raffinatezze, dalle delicatezze del suono trattenuto, che allargavano il suo ventaglio interpretativo in una profondità di campo non comune.

Era un modo di sottrarsi al passaggio scontato e quasi obbligato della spettacolarità e del divismo, della ritualità e della ripetitività del concertismo, di cui egli aveva chiara coscienza. In altre parole Filippini era dentro e fuori nel contempo rispetto all’opera da interpretare. L’aristocrazia del suo gesto, per cui – nella laudatio pronunciata a Cremona il 4 marzo 1998 in occasione del conferimento del premio conferitogli dalla Fondazione del Centenario della BSI – Paolo Petazzi parlò di “sprezzatura” (riandando alla stagione del “recitar cantando”) non aveva valore discriminante, ma attestava un atteggiamento che metteva a frutto le acquisizioni culturali nel rapporto storico con l’opera, che non valgono solo per i musicologi ma anche per i “musici” pratici.

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