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29.07.2019 - 07:010

Italians do it better: su le guglie per Raf e Tozzi

Se si tratta di canzoni, non c’è trippa per gatti. Con un numero impressionante di hit, chiudono 'Castle On Air': e la ‘Gente di mare’ va (e anche quella di montagna)

Dicono che le canzoni di una volta erano più belle solo perché si era più giovani, teoria in base alla quale ‘Gloria’ di Umberto Tozzi, regina dell’estate 1979, dovrebbe essere bella come ‘Ostia Lido’ di J-Ax, regina dell’estate 2019. Insomma, come chiedere se sia più forte Maradona o Pelé (ma questa è materia per i Thegiornalisti). Comunque sia, il Castle On Air di GC Events ha chiuso di domenica con Mister Ottantamilionididischi Umberto Tozzi e Mister Qualchemilioneinmeno (ma gliene si trovi una brutta) Raf.

Il pubblico è folto, il vento (la serata è pop) è quello “caldo dell’estate”; con elettronica ridotta al minimo, sul palco suonano dodici musicisti fantastici, inclusi i due frontman. Sessant’anni a settembre, con ‘Il battito animale’, il Raf-Tozzi a Castelgrande lo apre poco prima delle 21 Raffaele Riefoli – blu di sopra e bordeaux di sotto – che sul palco salta come un pischello, tanto da far sembrare atletico l’Umberto di nero vestito, che di anni ne ha sette in più. L’Umberto, uno che a stento alza l’indice per ringraziare perché ha sempre lasciato la scena alla voce e alle canzoni (quando si dice «Se non hai un buon pezzo, non vai da nessuna parte».

Andando per ordine, sparso per abbondanza, ‘Ti amo’, ‘Due’, ‘Notte rosa’, ‘Sei la più bella del mondo’ come apripista. Ma è ‘Gente di mare’ che li ha portati qui, canzone che non perde forza nemmeno cantata da gente di montagna. Come ‘Si può dare di più’, che da tempo ha assunto una forma vagamente gospel, sulla quale, a un terzo di concerto, tutti danno abbastanza per meritarsi ‘Come una danza’, il singolo di questa collaborazione.

Onomatopea del buonumore

A metà strada, Raf recupera ‘Come una favola’, uscita malconcia dal suo ultimo Sanremo, qui restituita alla sua (allora) inespressa bellezza. Non mancano ‘Cosa resterà degli anni 80’ – «Abbiamo avuto la fortuna di viverlo, quel decennio» – e ‘Inevitabile follia’, dove lo scambiarsi strofe e riff che dura sin dall’inizio del concerto ha qui, e nella splendida ‘Non è mai un errore’ di poco prima, il suo picco sentimental-emotivo.

Poi il crescendo, che s’intitola ‘Io muoio di te’, ‘Self control’, ‘Stella stai’, ‘Ti pretendo’, una sequenza che è un piccolo monumento alle classifiche (e ai rendiconti Siae, che a un autore, per garantirsi la pensione, gliene basterebbe una a caso). A due dalla fine, quando il castello è una discoteca medievale pulsante, arrivano l’“amore a cena”, lo “stiamo qui, stiamo là”, la “saponetta che scivolando non c’è” (immagine che apre sempre al pettegolezzo) e l’onomatopeico “Dan dabadan dabadan” di ‘Tu’: non sarà letteratura, ma nemmeno ‘I feel good’, che dice tutto il tempo “mi sento bene”, è proprio da Premio Pulitzer.

Di arene, di castelli e terrazzini

L’Umberto, che è stato per tutta la sera vittima consapevole dell’ironia del collega, tira dritto («Lui è il presidente dell’Associazione no-bis, così ci risparmiamo la fatica di uscire e di rientrare. Fosse per me, farei anche il tris»). Archiviate ‘Infinito’ e ‘Gloria’, dopo due ore che sono volate via come gli amori estivi, si scopre che non c’era nemmeno un reggaeton, una specie di conquista dell’umanità in un posto, Castelgrande, che dell’umanità è patrimonio.

Raf e Tozzi, una scaletta che in pochi si possono permettere anche presi singolarmente, si erano ritrovati nel 2017 all’Arena di Verona, pensando che sarebbe stata una buona idea fare un tour insieme. L’idea era ottima. Così, come gli artisti se ne vanno ringraziando il castello («Ziéeee», per la precisione, come il tozzismo impone), noi diciamo grazie agli artisti, e anche al castello. Anzi, presi da entusiasmo adolescenziale per tanta buona musica, diciamo grazie anche all’Arena, alla città di Verona e, se del caso, pure al suo pandoro. E un pensiero va a Romeo e a Giulietta, che se all’epoca ci fossero stati l’Umberto e il Raf a cantar d’amore sotto il terrazzino, chissà, magari le famiglie avrebbero preso le cose meno di petto (William, perdonaci).

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