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16.01.2022 - 20:49
Aggiornamento : 23:08

È morto Monsieur Pigeon, clochard dal grande cuore

Il senzatetto Giuseppe Belvedere, protagonsita del bel documentario di Antonio Prata, è stato trovato senza vita a Parigi

Monsieur Pigeon è morto: Giuseppe Belvedere aveva 76 e nei giorni scorsi il suo corpo è stato trovato nel furgone bianco che gli faceva da casa, nel quartiere di Beaubourg di Parigi.
Secondo alcuni, un senzatetto che con la sua mania di prendersi cura dei piccioni comprometteva il “decoro” del quartiere, un concetto che mostra sempre più spesso connotazioni fasciste e di esclusione sociale: Giuseppe era trattato male da alcuni commercianti, ha parlato di decine di aggressioni. Ma per chi lo ha conosciuto, Giuseppe Belvedere era una persona dalla grande sensibilità e dignità. Di informazioni sulla sua vita, su cosa lo abbia portato dal lavoro di commercialista, pare in una banca, al nutrire e curare i piccioni, perdendo per loro anche la casa popolare che il Comune di Parigi gli aveva assegnato e in cui i volatili venivano ospitati e accuditi nonostante i regolamenti. Per incrociarlo bastava aggirarsi nel centralissimo quartiere di Beaubourg: Giuseppe, capelli bianchi e radi, curvo e con l’inseparabile carretto pieno di buste, borse e recipienti per i suoi amici piccioni, era lì, sempre presente ma in fondo un po’ sfuggente.
Tra chi era riuscito ad avvicinarlo, il regista Antonio Prata che a Giuseppe aveva dedicato un documentario, ‘Monsieur Pigeon’, presentato alle Giornate cinematografica di Soletta alcuni anni fa e oggi disponibile sulla piattaforma Play Suisse (www.playsuisse.ch/it/show/947678). Questo film non è l’unica iniziativa artistica che ha Giuseppe come avuto protagonista: lo stesso Prata ha scoperto Monsieur Pigeon grazie al lavoro di una fotografa luganese, Nevia Elezovic, che a Giuseppe aveva dedicato una mostra con delle istantanee in bianco e nero. Ma la vita di Giuseppe stava a cuore a molte altre persone: sui social media era protagonista continuo di iniziative, in suo favore, sono state lanciate tante petizioni, una alla “première dame” di Francia, Brigitte Macron, per chiedere sostegno e un tetto per l’inverno al malandato clochard ed era attiva un’associazione, “Gli amici di Giuseppe”.
In un’intervista per l’uscita nelle sale di ‘Monsieur Pigeon’, Antonio Prata lo ha ricordato come «una persona certamente spigolosa, e non credo sia stata la strada ad averlo reso così, anche se certamente hanno avuto il loro peso, gli anni trascorsi in questa maniera, oltretutto nel centro in una città come Parigi dove le cose non sono affatto semplici come si potrebbe pensare». Come accennato, la sua vita di senzatetto è stata segnata anche dalla spigolosità verbale e fisica. «Ma credo che fosse severo e spigoloso anche prima di arrivare nella strada… oppure, come ho voluto pensare io e come ho cercato di raccontare nel film, semplicemente era una persona troppo buona, con un cuore troppo grande per sopportare i tradimenti subiti». Ma su questi tradimenti Antonio Prata, nei suoi incontri con Giuseppe e nel documentario, ha preferito non indagare perché alla fine il vero tradimento non è quello della famiglia o degli amici, ma dell’umanità, della vita. «Non ho mai chiesto direttamente, so che non viveva più con la moglie, so che ha due figli ormai adulti con cui non ha più contatti – e del resto non è semplice, per un figlio, accettare che il proprio padre finisca in quel modo – ma non mi sono voluto addentrare in queste vicende, è un modo di guardare, di raccontare le persone che non mi convince».
Giuseppe Belvedere era un senzatetto, ma soprattutto era un essere umano e come tale bisogna innanzitutto considerarlo: «Non posso credere sia semplicemente una malattia, un problema causato da un trauma» aveva spiegato Antonio Prata, aggiungendo che «quella di Giuseppe è una storia di solitudine, se vuoi anche di amore – amore verso i piccioni, perché non riesce più ad amare gli esseri umani. E la domanda, per noi, diventa: come si fa a non prendersi cura di una persona che dona così tanto amore a degli esseri viventi?». Domanda che rimane, soprattutto adesso che Giuseppe non c’è più.

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