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06.05.2021 - 06:09
Aggiornamento: 16:13

Biancaneve non ha bisogno del #metoo. Noi però sì

Come i media di destra si sono inventati il “caso Biancaneve” e tutti gli altri gli sono andati dietro. In nome di una tradizione che non è mai esistita

È molto interessante, la storia della “polemica”, “bufera”, “furore” – virgolettati dai titoli di alcune testate di lingua italiana – per il bacio non consensuale del principe azzurro a Biancaneve da censurare nel nome del politicamente corretto e della cancel culture.

Interessante perché si potrebbe aprire un serio dibattito sugli stereotipi contenuti in buona parte della cultura popolare, riflettere su come l’immaginario collettivo influisce sui nostri comportamenti, discutere su come certi modelli di comportamento possano opprimere e alla fine ridurre lo spazio dei diritti di alcune persone. E anche ragionare su come gestire le divergenze di opinioni e cosa fare con le opere e gli autori per vari motivi oggi problematici.

Ovviamente niente di tutto questo sta avendo luogo, ma questa storia è ugualmente interessante.

Innanzitutto perché tutto in realtà è nato dalla recensione di una rinnovata attrazione del parco divertimenti di Disneyland, finalmente riaperto, apparsa su una testata online di San Francisco, l’SFGate (un tempo emanazione del quotidiano ‘San Francisco Chronicle’ ma oggi indipendente). Recensione decisamente positiva; giusto nel finale dell’articolo si accenna a quello che potrebbe essere un problema: l’apice narrativo non è più la morte della regina cattiva, bensì – avete indovinato – il bacio del principe “mentre lei dorme” e “non può essere vero amore se solo una delle due persone sa cosa sta succedendo”. Poi, di nuovo, si conclude sottolineando quanto ben realizzata sia quella scena, “finché la guardiamo come una fiaba e non una lezione di vita”.
Ora, parlare di “attacco” e “bufera” per questa recensione denota una suscettibilità al limite del patologico oppure malafede. Dal momento che a dare notorietà globale a quel pezzullo è stata Fox News – la controversa emittente ultraconservatrice preferita da Trump ma evidentemente anche da molti media europei –, si tratta probabilmente della seconda.
Insomma, abbiamo alcuni mezzi di informazione che danno notizie in maniera strumentalmente distorta e altri che si accodano riprendendo e dando risalto senza verificare: poi si dice che il problema delle fake news è rappresentato dai social media…

Ma non è solo questione di organi di (mala)informazione. I toni con cui è stata riportata questa presunta polemica porta ancora una volta allo scoperto quelli che sono dei nervi scoperti della nostra società, con rivendicazioni di parità che si scontrano con anchilosati schemi mentali e il timore di cambiamenti.
Quella di Biancaneve è una fiaba, e dalle fiabe tutto ci si aspetta tranne situazioni e comportamenti normali. Perché certo, se mettiamo da parte la secolare storia della fiaba, ci troviamo di fronte a un uomo che trova una donna addormentata – anzi, presumibilmente morta: e qui il discorso passa dal consenso alla necrofilia – e la bacia. Credo che nessuno, nella vita reale, sarebbe disposto a difendere un simile comportamento e spero che nessuno mi vorrà accusare di cancel culture se ammetto che mi sentirei a disagio a bere un caffè con qualcuno che considerasse normale baciare sconosciute incoscienti.
Del resto, guardando con lo stesso spirito altri racconti della tradizione troviamo un elenco di reati che include omicidi, rapimenti e abbandono di minori. Il punto, come accennato all’inizio, non è giudicare le fiabe con un metro doppiamente inadeguato – perché riservato a fatti reali e non di finzione e perché successivo di qualche decennio o secolo alla cosificazine –, ma riflettere sul senso di certe narrazioni per la società di oggi.

Cosa peraltro non nuova. E non mi riferisco a pensatrici e attiviste femministe, ma al buon Walt Disney che nel 1937 prese la fiaba dei fratelli Grimm e la adattò all’estetica e alla sensibilità del tempo, togliendo ad esempio la tortura finale della regina cattiva costretta a indossare delle scarpe di ferro incandescenti. In maniera non dissimile da quel che fecero i fratelli Grimm stessi, la cui raccolta di fiabe popolari venne più volte rimaneggiata, senza parlare delle innumerevoli versioni della fiaba diffuse in Europa e non solo.
Non c’è una storia originale di Biancaneve; e anche se ci fosse – come è il caso, ad esempio, di buona parte della letteratura –, nulla ci impedisce di adattarla nel ri-raccontarla oggi: tema di discussione dovrebbe essere la qualità di questa riscrittura, non la sua legittimità. In fondo è quello che è successo a Disneyland: hanno rivisto un’attrazione del parco divertimenti – che è una forma narrativa come tante altre – e qualcuno ha osservato che forse era il caso di farlo diversamente, con argomenti più o meno convincenti.
Tutto normale, quindi, tranne per chi preferisce aggrapparsi a un’immutabile tradizione tanto pura quanto inventata. SI dice che vi siano due definizioni di tradizione: la prima è “un’innovazione che ha avuto successo”; la seconda “la giustificazione di chi non trova più giustificazioni”.

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