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Ticino7
22.12.2018 - 17:250

Barcollando per Lower Manhattan con Sinatra e i Ramones

Eleganti locali d'antan - con radici ticinesi - e bar di colletti blu, a due passi. È il bello di NYC, dolcezza

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, disponibile anche nelle cassette di 20 Minuti per tutto il fine settimana.

Saranno pure le due colonne all’ingresso, che una leggenda vuole prelevate dalle rovine di Pompei. Fatto sta che qui lasci la Wall Street del 2018 ed entri nella Downtown del primo Ottocento. Le strade intorno hanno ancora i sanpietrini, i palazzi d’epoca inframmezzati a grattacieli di vetro che svettano sul mare scandiscono in uno sguardo tutte le epoche di New York: porto olandese, città inglese, poi capoluogo americano, e infine metropoli globale che catalizza il meglio e il peggio dei nostri giorni. «Diminuzione dei cavalli, aumento dell’ottimismo», canterebbe De Gregori.

Alla ticinese

Nel tardo pomeriggio, da Delmonico’s si presenta una clientela fatta di bancari a fine giornata e vecchie coppie, signori incravattati e dame imperlettate. Quando Giovanni Delmonico, ticinese di Mairengo, aprì il ristorante nel 1837 dopo che il primo fu distrutto in un incendio, questo era un posto all’avanguardia: vini pregiati, menù complessi e inconsueti per una giovane città portuale. Oggi i soffitti alti, i lampadari da salone e il décor ricordano le origini, mentre i camerieri in papillon e grembiuli bianchi cercano di gestire i bancari ormai sbronzi e le signore facilmente spazientite per l’attesa delle pietanze. Il biglietto per la macchina del tempo è caruccio, fra bistecche e vini e liquori pagati a peso d’oro: ma di posti simili ne sono rimasti pochi.

In sottofondo la musica è jazz anonimo, oppure si sente Sinatra decantare l’America del Dopoguerra. Tendendo l’orecchio si intercettano discorsi sull’andazzo della Borsa o sugli ultimi piani di ricostruzione di qualche quartiere: ci sarà da fare bei soldi. I più anziani grazie al cielo sono meno volgari, parlano di vecchie conoscenze o della New York d’antan, che per loro vuol dire anni ’70 o ’80, quando avevano paura di prendere la metro (ma nemmeno oggi la prendono). Eppure erano i tempi del punk a Manhattan, o del rap e hip-hop nel Queens e a Brooklyn. Bowie, Lou Reed, i Ramones da una parte del’East River; Biggy Smalls, i Public Enemy e i Run DMC da quell’altra. Non era facile trovare bar puliti, la metropolitana era piena di graffiti e non era molto consigliabile aggirarsi da soli per la città dopo una certa ora.

Dove sei, Mela mia…?

Ecco, quel che ora manca di tutto ciò sono gli ambienti che stonavano con l’ottimismo generale, con il progresso e il Morning Again in America di Reagan. Il CBGB, tempio punk, ha chiuso bottega sotto il peso degli affitti. Si intravedono ancora spiragli di quella New York ribelle e menefreghista, il jazz sopravvive in vari scantinati di Manhattan, ma ovviamente quelli più popolari sono i posti ripuliti, con musiche orecchiabili, poco sperimentali e per una clientela che può pagare l’ingresso dieci, venti dollari e più. La città è più pulita e organizzata, certamente meno pericolosa, ma insomma.

Per rivivere quei tempi lì, usciti da Delmonico’s prendete a sinistra e poi a destra su Broad Street. Incrociando Wall Street la Broad diventa Nassau, e lì il biglietto per la macchina del tempo è meno caro, appena qualche dollaro di birra. Mentre da Delmonico’s sono ancora agli antipasti o al martini, il Nassau Bar si è riempito di colletti bianchi e blu, che finita la giornata spendono qualche soldo in alcol prima di prendere la metro o l’autobus che li porterà alla morte dell’anima. Le bariste servono i clienti in bikini, e sopra al bar c’è un cartello che proibisce di fare foto: avvertenza rispettata da tutti, anche perché la clientela del Nassau Bar dei selfie non saprebbe cosa farsene. Gli avventori abituali hanno i posti praticamente assegnati. Si siedono lì girando fra le mani una pinta brinata di birra o un bicchiere di whiskey. A volte pagano, altre vanno a credito, oppure se lo lasciano offrire. Qui cambiano anche i discorsi: lamentele sui prezzi degli affitti e degli affetti, sul lavoro che non finisce mai o proprio non c’è, sulle ultime battute dei politici. Qua e là qualche discussione sportiva, baseball o football a seconda della stagione.

La gente ha nomignoli che promettono storie interessanti. Uno degli operai, uscendo, dice a un avventore abituale: «Se arriva Bazooka Joe digli che i suoi 50 dollari ce li ho io». Hemingway ci avrebbe ricamato su una storia epica. Ogni tanto qualcuno chiede alla barista dove sia finito Bo, Jimmy o Jack. E tutti a cercare di ricordare quando sia stato visto l’ultima volta, augurandosi segretamente che non sia finito a concimare la loro personale Spoon River. Ogni tanto qualcuno la butta lì: sarebbe ora di prendere il traghetto per tornare a casa. Ma poi c’è un altro che chiama la barista per nome e ordina un altro giro. Qui nessuno canta Sinatra, prima della mezzanotte; il tardo pomeriggio è perlopiù segnato da Springsteen o i Ramones, inframmezzati con il rock degli anni ’80, e ogni tanto ci finisce in mezzo qualche canzone country, come per caso

Sovrapposizioni sociali

Uscendo dal bar e seguendo Nassau Street, riecco il formicaio multiforme e variegato che ti ricorda dove stai: gente che corre verso il traghetto o la metro, turisti smarriti in città e impiegati smarriti nella vita. Dopo gli attacchi dell’11 Settembre tutta la zona finanziaria era una città fantasma: ci rimase chi non poteva muoversi, e la ricostruzione durò anni. Qualcosa di spettrale è rimasto. Arrivando verso la fine di Broad Street e prendendo a sinistra su Beaver si ritorna da Delmonico’s, ormai prossimo alla chiusura. Chi vuol tirare mattino va verso i bar, mentre alcuni camerieri si fanno una sigaretta in strada. Un po’ più in là si sente il casino di Stone Street, via pedonale piena di bar: nei mesi caldi puzza di birra e piscio e forse, fra il ristorante che chiude e i bar che iniziano il turno notturno, un marinaio del Settecento sarebbe a casa per qualche minuto, prima che gli sia impedito di entrare in un bar con la pipa accesa. Ma non è detto che gli aumenti l’ottimismo, nel notare la diminuzione dei cavalli: dopo tutto, sono sostituiti da umani che lavorano in carrozze di metallo, per meno di dieci dollari l’ora.

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