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In laboratorio (foto: Comundo)
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30.04.2018 - 09:000

Coltivare prospettive

Incontro con Mirko Pichierri, da 4 anni cooperante Comundo in Nicaragua

In un caffè ai bordi del Parque Central, aspetto Mirko. L’atmosfera sorniona è disturbata solo dal chiacchiericcio e dallo scampanellio delle biciclette “gelatare” che, come arcangeli, annunciano con adesivi sgargianti “Cristo viene!” nella terra di Sandino. Nel frattempo, un sole Mida infonde una tonalità dorata a tutto ciò che tocca; i muri della massiccia Catedral dal crema si colorano di paglierino.
Sono nella rivoluzionaria León, nel nordovest del Nicaragua, la sua parte più appassionata. Della guerriglia i muri delle case portano ancora memoria: proiettili hanno scolpito un bassorilievo di lotta e liberazione, raccontate anche da vivaci murales che istoriano i palazzi. Nonostante non sia molto popolosa, León è il centro intellettuale della nazione, grazie all’università fondata nel 1813, e importante centro industriale e commerciale. Il Nicaragua è un Paese, come molti altri, contraddittorio. Contraddizione che si rivela emblematicamente nella piazza del Parque Central, dove convivono rivoluzione e fede. Sul lato ovest sta il Museo Histórico de la Revolución, «trofeo della guerriglia armata della fine degli anni Settanta», racconta una guida ex combattente del Frente Sandinista de Liberación Nacional. Sul lato opposto, la possente cattedrale.
Poche righe non sono sufficienti a descrivere la complessità di un Paese e di certo questa penna non ne ha la presunzione. Una leggera infarinatura però pare opportuna.
In pillole, il Nicaragua – capitale Managua – è lo Stato più vasto del Centroamerica (130’373 km2), confina a sud con il Costa Rica, a nord con El Salvador e Honduras. A est è lambito dal Mar dei Caraibi e a ovest è sferzato dall’Oceano Pacifico. La travagliata storia nicaraguense – dall’indipendenza dal Messico nei primi decenni del XIX secolo, alla dittatura quarantennale della dinastia Somoza e alla rivoluzione sandinista – ha portato il Paese allo statuto di República, il suo presidente è Daniel Ortega, confrontato nelle scorse settimane con manifestazioni e scontri, scoppiati in seguito alla proposta di riforma del sistema previdenziale.


(cs)


República e Confederazione

Il Paese è grande tre volte la Svizzera, con cui ha intessuto relazioni diplomatiche sin dal 1957. Secondo i dati 2017 fornitici dalla Segreteria di Stato della migrazione, gli svizzeri in Nicaragua sono 303 e i nicaraguensi in Svizzera 322. Il sito dell’Amministrazione elvetica informa inoltre che la República esporta in Svizzera beni per un valore di circa 11 milioni di franchi (principalmente beni agricoli, come caffè e banane). Viceversa, la Svizzera importa in Nicaragua prodotti per circa 9 milioni di franchi (macchinari, prodotti farmaceutici e agricoli). I rapporti bilaterali si ampliano nel 1993 con l’attività della Direzione dello sviluppo e della cooperazione, soprattutto nei settori sviluppo economico, buongoverno, infrastruttura di base, mutamento climatico e riduzione dell’esposizione a rischi naturali. Un lavoro di cooperazione e aiuto umanitario accresciuto anche da diverse organizzazioni non governative svizzere che collaborano con le locali.


Modello promozionale partecipativo

Dal globale torniamo al locale. In linea d’aria, dal bar alla sede del quotidiano a Bellinzona ci sono 9’453 km; distanza – metro più, metro meno – percorsa quattro anni fa da Mirko Pichierri. Mirko è un cooperante di Comundo, Ong attiva in varie regioni del sud del mondo. Mi raggiunge al bar e, ordinato un caffè, con cadenza melodica e carica d’ispanismi mi racconta la sua esperienza. «Il mondo della cooperazione l’ho scoperto tardi. Ho 41 anni e sono un chimico, nato e cresciuto professionalmente fra Ricola e Ambrosoli, mi sono trasferito qui nel 2014», dice laconico. Quando è arrivato nella regione del Madriz, nel nord del Paese, per il suo primo progetto, la situazione era piuttosto estrema: «Le popolazioni erano confrontate con un periodo prolungato di siccità». La situazione ha imposto un cambio di rotta, Mirko è passato dall’originario compito di elaborazione di materie prime agricole al disegno di progetti in generale. Nel Paese la formulazione di progetti è una delle problematiche principali, «perché di solito è nelle mani delle controparti occidentali». Alle associazioni locali, il compito di sviluppare e portare sul campo i progetti. Invece, quando il concepimento di un programma è in mani locali, il grado d’incidenza è molto più alto, poiché costruito con cognizione di causa, partendo da realtà e dinamiche locali. In seguito, «abbiamo sviluppato strategie di adattamento ai cambiamenti climatici, che prevedevano anche un progetto di promozione del turismo rurale comunitario sostenibile. Ha preso così vita la Cotucproma» (Cooperativa de turismo comunitario protectores del Medio Ambiente; ndr).
Il concetto di turismo comunitario è centrale per l’economia di centri rurali in cui le attrattive naturalistiche, culturali, storiche e così via sono una delle principali fonti di guadagno, «che prima finiva nelle tasche di pochi, creando conflitti sociali». Fra i fenomeni della realtà sociale, comune è quello delle madri “solteras”, figlio della mentalità machista, nonché indicatore di povertà. «Le madri, spesso molto giovani, che restano sole sono il 25 per cento della popolazione. Rimanendo incinte abbandonano la scuola e restano in famiglia, non avendo possibilità di lavoro». Le case diventano così sempre più affollate, portando a tensioni familiari e conflitti. «Dove opero, abbiamo cercato di coinvolgere queste madri nel circuito turistico, proponendo loro di lavorare a prodotti di artigianato tessile, per dare impulso alla loro economia». Le donne coinvolte partecipano con orgoglio all’iniziativa, perché hanno la possibilità di lavorare ed essere autosufficienti: «Ci mettono l’anima».


Visioni alternative

Dopo aver rinnovato il suo mandato per altri tre anni, il chimico ha intrapreso un altro progetto che riguarda formazione professionale (ingegneria di processi agroindustriali) e promozione agricola, in stretta collaborazione con le cooperative di contadini delle regioni rurali. Con l’appoggio tecnico della Universidad Tecnológica La Salle (Ulsa, a León), si proverà ad avviare imprese per la produzione alimentare innovatrice. La proposta è la fabbricazione di caramelle dure, per cui c’è necessità degli strumenti tecnici dell’ateneo. «Si parte dalla base della catena di elaborazione, attraversando tutti i processi di raffinazione dell’agroindustria, che in Nicaragua si disconoscono». Il rifiuto di un progresso tecnologico utile all’agroindustria ha principalmente due motivazioni. La prima ragione è macroeconomica (e politica?), per cui il Nicaragua è esportatore di materie non raffinate. La richiesta di prodotti da esportare spesso ha delle agevolazioni, meno tasse se il prodotto è allo stato di materia prima. I mercati europei e nordamericano tutelano questa linea e quindi anche i loro profitti. La seconda ragione, dipendente dalla prima, è la capacità tecnica. «Il Paese ha molte università, ma non dà opportunità agli studenti di praticare, formandosi come tecnici che potrebbero occuparsi della fase di elaborazione». Questo perché manca l’impresa. Mirko nella collaborazione con l’Ulsa ha visto la possibilità di sviluppare la logica dello “startupping”. «Da parte sua, l’ateneo ha compreso l’importanza di andare sul campo, legandosi quindi alle realtà rurali», chiosa il mio interlocutore.

Il sole è tramontato in Parque Central; ringrazio Mirko per l'interessante chiacchierata e lo saluto prima che scappi per Managua.


(cs)

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