Arte

Addio a George Baselitz, ‘artista furioso’

Scomodo e anticonformista, celebre per le immagini capovolte, se n'è andato all'età di 88 anni

Aveva 88 anni
(Keystone)
1 maggio 2026
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Provocare, opporsi, alzare la voce: il pittore Georg Baselitz è sempre stato un contemporaneo scomodo. Quando si lanciava nella critica sociale, lo faceva senza mezzi termini: dando dei conformisti ai giornalisti, degli allineati agli artisti, annunciando che la democrazia in Germania sarebbe degenerata in autocrazia, così tuonò poco prima del suo 80esimo compleanno, nel 2018, durante una mostra alla Fondation Beyeler di Riehen, vicino Basilea. Il suo motto di vita era: contraddizione. Baselitz veniva spesso definito un “artista furioso”. Ora è morto all’età di 88 anni, come ha comunicato la sua galleria Thaddaeus Ropac a Salisburgo.

Musei e pubblico amavano questo spirito non allineato. Nel 2023, anno del suo 85esimo compleanno, gli sono state dedicate diverse grandi mostre, tra cui ‘Nackte Meister’ al Kunsthistorisches Museum (Khm) di Vienna. Le opere selezionate da Baselitz stesso, frutto di cinquant'anni di lavoro, trattavano la nudità del pittore e di sua moglie, e venivano esposte in dialogo con dipinti a olio di maestri antichi che affrontavano lo stesso tema. Il messaggio era chiaro: Baselitz rifiutava la bellezza idealizzata come un patetismo vuoto.

Ha sempre dipinto controcorrente: figurativo quando l’arte prediligeva l’astrazione, in grande formato quando il piccolo si vendeva meglio. Ha sperimentato vari stili, ora impressionista, ora cubista. Chiamava ‘Fraktur-Bilder’ le opere con cui, a suo dire, aveva “sbertucciato” il cubismo.

Accuse di pornografia

La sua prima mostra nel 1963 fu annunciata e accompagnata da uno scandalo. La ‘buon costume’ tedesca vide pornografia nei suoi oli ‘Uomo nudo’ (Der nackte Mann, con un pene sproporzionato) e ‘La grande notte nel secchio’ (Große Nacht im Eimer, con un ragazzo che si masturba) e li sequestrò. Aveva cercato deliberatamente lo scandalo, come ammise apertamente, per attirare attenzione nonostante il rifiuto che incontrava ovunque.

Che Baselitz arrivasse poi a capovolgere le leggi della natura era quasi inevitabile. Dipingeva al contrario: piedi e radici in alto, testa e chioma in basso. Divenne il suo marchio di fabbrica. Nel 1969 nacque ‘La foresta a testa in giù’ (Der Wald auf dem Kopf), il primo ‘quadro invertito’. Baselitz lo spiegò come una “terza via” tra astrazione e figurazione. Voleva liberare il quadro dalla “fatale dipendenza dalla realtà”.

Gli eroi come figure ferite

Nei suoi quadri degli eroi dal 1965, Baselitz si riferiva alla guerra. I presunti eroi avanzano come figure spezzate, in uniformi lacere, con proporzioni distorte, mani e piedi enormi e teste piccole. “Sono nato in un ordine distrutto, in un paesaggio distrutto, in un popolo distrutto, in una società distrutta”, disse alla Deutsche Presse-Agentur prima del suo 85esimo compleanno. Già allora dipendeva in gran parte da una sedia a rotelle, ma ciò non frenava la sua creatività: “I miei mezzi di locomozione in atelier ora vengono dal negozio ortopedico”, disse. Baselitz amava dipingere sul pavimento. Sua moglie Elke, con cui è stato sposato per oltre sessant'anni, gli aveva costruito appositamente un podio.

Le sue opere di Baselitz sono esposte nei musei più importanti del mondo. Nel 2004 ricevette il Praemium Imperiale giapponese, uno dei premi artistici più prestigiosi al mondo. Nel 2019 fu eletto all’illustre Académie des Beaux-Arts di Parigi. Nel suo discorso di insediamento nel 2021 disse che la società ha bisogno degli artisti, “altrimenti sarebbe solo una gabbia di scimmie (...). Con l’arte si può arricchire il mondo, ma non scacciarne la malvagità”.

‘Immaturità sociale’

George Baselitz nacque in Sassonia, con il nome di Hans-Georg Kern. Il nome d’arte è un omaggio al suo paese natale, Deutschbaselitz. Cominciò a dipingere da adolescente. “Dipingevo quadri e sentivo di avere qualcosa che si chiama talento”, disse nel 2018 alla Beyeler. Con la sua opposizione a tutto ciò che era convenzionale, irritò presto i suoi insegnanti e negli anni ’50 fu espulso dall’Accademia d’arte di Berlino per “immaturità sociale”. Preferiva dipingere Picasso piuttosto che andare a lavorare in fabbrica durante le vacanze semestrali. Alla fine si trasferì nella parte occidentale della città.

Alla fine degli anni ’70 iniziò a realizzare sculture in legno segato, dalle forme spigolose, che ricordavano l’arte africana. Ancora una volta, uno scandalo: la sua scultura per il padiglione tedesco alla Biennale di Venezia del 1980 teneva il braccio alzato. Non era sua intenzione evocare un saluto hitleriano, disse poi. Il suo rapporto con la Germania non era privo di ombre. In reazione alla legge sulla protezione dei beni culturali del 2016, ritirò i suoi prestiti permanenti dai musei tedeschi, temendo di non poter più disporre liberamente delle sue opere.

I quadri giganteschi che lo resero famoso nel mondo erano anche un’espressione di desiderio di affermazione, disse Baselitz al curatore della retrospettiva del 2018 alla Fondation Beyeler, Martin Schwander. “Con i piccoli formati non puoi diventare nessuno” – così aveva pensato a lungo. E aggiunse: “Il grande formato distrugge anche il rapporto accomodante tra divano e borghesia, perché i quadri non passano dalla porta”.

Anche quando le sue opere erano già nei musei più prestigiosi e raggiungevano prezzi milionari sul mercato, Baselitz era ancora mosso dalla paura: “L’insicurezza e la paura del fallimento sono un problema quotidiano”, disse.

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