Vaiolo delle scimmie, un terzo dei test in Congo potrebbe indicare falsi positivi
Scienze

Vaiolo delle scimmie, un terzo dei test in Congo potrebbe indicare falsi positivi

Uno studio dell'Università di Ginevra su oltre 2700 test in Congo rivela che il 35% dei positivi potrebbe derivare da contaminazione ambientale, con impatto su diagnosi e dati epidemiologici.

23 settembre 2026
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Un terzo dei test PCR svolti nella Repubblica Democratica del Congo per rilevare il vaiolo delle scimmie potrebbe essere un falso positivo. È quanto porta a galla uno studio internazionale guidato dall'Università di Ginevra, secondo cui delle persone sarebbero quindi state ricoverate in ospedale o isolate in centri appositi malgrado non avessero effettivamente contratto il virus.

La ricerca, pubblicata sulla rivista specializzata "The Lancet Infectious Diseases", ha analizzato oltre 2700 test. I campioni provenivano da quattro città congolesi.

Lo studio evidenzia che i test positivi si dividono chiaramente in due gruppi. Il primo presenta un'elevata carica virale, indice indiscutibile di infezione. Il secondo - il 35% del totale - invece contiene solo una minima quantità di DNA del virus: secondo gli esperti, ciò suggerisce che i campioni potrebbero essere stati contaminati da tracce presenti nell'ambiente.

Le indagini condotte in due centri di trattamento hanno fornito una possibile spiegazione. I ricercatori hanno trovato DNA del virus, noto come Mpox o vaiolo delle scimmie, su numerose superfici. Questo potrebbe essere stato trasferito inavvertitamente al campione.

Prove a sostegno di questa tesi sono emerse dagli esami del sangue. Non è infatti stato possibile rilevare anticorpi contro il virus nell'89% degli individui per i quali il modello sospettava una diagnosi falsamente positiva. Come spiegare allora le eruzioni cutanee che hanno indotto a pensare che queste persone fossero affette da Mpox? La causa potrebbero essere altre malattie più frequenti, vedasi il morbillo o la varicella, illustrano gli scienziati in uno studio complementare.

I falsi positivi potrebbero peraltro avere avuto conseguenze significative, con le persone interessate curate inutilmente, ricoverate in ospedale o isolate nei centri di trattamento per Mpox. Il tutto con il rischio, questa volta per davvero, di rimanere infettati.

Evidenti anche le ripercussioni a livello scientifico. I test ingannevoli possono in effetti distorcere la valutazione della situazione epidemiologica, in particolare durante il monitoraggio della diffusione della malattia e la pianificazione delle vaccinazioni.

Gli autori dello studio propongono dunque che in futuro vengano considerati positivi solo i campioni con una carica virale più elevata. A lungo termine, consigliano una migliore formazione per il personale di laboratorio, così che sia in grado di identificare tempestivamente i modelli di test anomali.

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Questo articolo è stato pubblicato con l'ausilio dell'IA. Maggiori informazioni