Quel che accade fuori da questa bolla ci fa chiedere, a ogni giro di giostra, se valga ancora la pena di venire a scrivere di canzoni. La risposta è sì

L’ultimo ricordo che abbiamo di Sanremo è un piccolo dramma olimpico: Giorgia in lacrime senza medaglia sul palco dell’Ariston, come Ilia Malinin sbigottito e fuori dal podio al Forum di Milano. La cantante e il pattinatore, due modi di disegnare traiettorie uniche, con la differenza che Malinin ci ha messo del suo e Giorgia molto meno. Perché se alle Olimpiadi valesse il televoto e non quello di una giuria tecnica, il pattinaggio artistico diventerebbe il Festival del pattinaggio artistico.
Era il febbraio del 2025 e ‘La cura per me’, cantata dalla voce italiana più bella, aveva appena iniziato a volteggiare. Oggi nei teatri e negli stadi la gente la canta a memoria. Un anno dopo, non è cambiato molto a Sanremo. La Rai, qui da settimane, l’ha già trasformata in una provincia romana e un ligure non lo trovi nemmeno se lo paghi (in verità, se lo paghi, un ligure lo trovi sempre, ma questo è un luogo comune). Come a Locarno per via del cinema o a Bellinzona per via del Carnevale, c’è chi ha scelto di scappare (l’hair stylist in una traversa di via Matteotti è chiuso per ferie), ma c’è chi non scapperebbe mai (gli albergatori, che raddoppiano i prezzi, proprio come a Locarno). Fatta eccezione per lo stand di Radio Rai, che è diventato un edificio a due piani, la rinnovata concessione del Comune fa sì che il Festival rimanga lì dove stava prima, così come il teatro Ariston, che è lì dove è sempre stato. Come il mare, che sta lì, in riva al mare, per convenzione. Sanremo ha al massimo una pietra d’inciampo in più, quella di Olly, il vincitore dello scorso anno, una specie di stella sulla Walk of Fame della città. Vale per tutti dal 1951 in poi, da Nilla Pizzi in avanti, in direzione del Casinò.
Parafrasando Ron, Sanremo è sempre ‘Al centro della musica’ (1981, di Dalla e Cellamare, Ron all’anagrafe). Davanti ci sono i nomi e le voci, vere o artificiali che siano, al centro tutto il resto: l’autore di canzoni (sempre un po’ frustrato, come lo sceneggiatore di Hollywood), l’orchestrale che attacca la mattina e finisce all’alba, l’arrangiatore senza il quale l’orchestra farebbe scena muta e l’intera filiera della musica, dal fattorino della ‘discografica’ agli uffici stampa, dai quali dipende anche la simpatia dei cantanti. Forte della sua immutabilità, questo però non è un Sanremo come gli altri. Nell’ultimo anno quel che accade fuori da questa bolla ci ha induriti e ci fa chiedere, a ogni giro di giostra, se valga ancora la pena di venire a scrivere di canzoni. Ci è venuto in soccorso Achille Barosi, sedici anni, morto al Constellation per salvare un’amica. Al suo funerale, per volere della madre che la cantava sempre insieme al figlio, gli amici hanno cantato ‘Perdutamente’ di Achille Lauro. Perché la musica non ha solo accompagnato le battaglie, pagata dal guerrafondaio di turno, ma ha anche lenito dolori, dal menestrello un po’ stonato con la chitarra e l’armonica a bocca fino al Boss, incartapecorito sì, ma col fuoco sempre dentro. Dylan, Springsteen e tutti quelli, più o meno colti poco importa, che nella vita degli altri sono contati almeno per il tempo di una strofa o di un ritornello, fosse anche la solita canzone d’amore.
E quindi sì, la musica serve sempre ed è il caso che noi si continui a raccontarla. Parafrasando Ron, dicevamo: in mezzo a questa “città che russa” (nel senso che Sanremo d’inverno dorme, non nel senso di Chiesa ortodossa russa di via Nuvoloni 2), anche noi come Lucio Dalla, che quel testo lo scrisse, “camminiamo, ci fermiamo” e “senza accorgerci arriviamo al centro esatto della musica”. Questa musica “che colpisce”, che “guarisce”, anche se ancora abbiamo “il cuore a pezzi e i suoi pezzi nella mano”.