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03.02.2022 - 17:51

Sanremo: for those about to rock, Dario Salvatori

Stones e Måneskin, il codice Dumas, i rapper che non sanno ballare e quelli che ‘Sanremo fa schifo’ ma hanno il trolley pronto. L’intervista

Sciarpa multicolore, borsa vintage griffata ‘50,000,000 Elvis Fans Can’t Be Wrong: Elvis’ Gold Records - Volume 2’, stivale nero a punta e capello rosso; giornalista, critico musicale, insegnante, conduttore radiofonico e scrittore italiano, responsabile artistico del patrimonio sonoro della Rai. La lista è finita. Salvatori è uno che le ha viste e sentite tutte o quasi, uno al quale porre domande sull’identità di genere. Rock, in questo caso. Partendo da Sanremo. «L’altr’anno – ci racconta davanti all’Ariston vestito a festa – eravamo in due gatti in una situazione pazzesca, salvati dal mestiere di Fiorello e Amadeus davanti alla platea vuota, a ricostruire il narrativo sull’assenza. Quest’anno si è forzata un po’ la mano, perché forse non lo dicono, ma questa Regione è rossa. È vero che forse non si muore più, ma non fa piacere a nessuno risultare positivo. L’orchestra ha otto membri sostituiti, Pippo Balestrieri, veterano del palcoscenico, non riesce a uscire dall’ospedale, del Maestro Vessicchio già si sa”.

Anche questo è stato il Festival dei Måneskin…

Più che il Festival, l’anno dei Måneskin, e considerato tutto quel che hanno messo insieme, ci sta. Solo la ballad (‘Coraline’, ndr) mi ha lasciato un po’ perplesso, non mi sembra il loro mood. Ci sono fior di rocker che sanno fare anche quelle. Pensa agli Stones e a tutto il casino che fanno, se suonano ‘Wild Horses’ o ‘Angie’, non sono da meno da quando ci danno dentro, pensa a Rod Stewart e a quella generazione.

Quindi nemmeno per te i Måneskin sono rock…

In ambiti rock, i Måneskin sono un gruppo non innovativo ma derivativo, che ha studiato frame per frame la storia del rock e questo è senza dubbio interessante: pur facendo parte di una generazione che cerca il salto immediato schivando la gavetta, loro si sono messi a lavorare a testa a bassa. Tanto di cappello.

A parte suonare bene, che non è più obbligatorio, ed essere trasgressivi, uno cosa deve fare per essere veramente rock?

Nei Måneskin c’è un aspetto scolarizzato rispetto agli artisti che sono stati le guide e i riferimenti dei loro genitori se non dei nonni. Victoria abita nel mio quartiere, il nonno Torio faceva il fruttivendolo, lei ne porta il nome in suo onore. Quindi Victoria è working class assoluta. È la sfrontatezza che li fa rock, anche i nudi e i seminudi che girano, che in un mondo come l’Eurovision Song Contest, regno del kitsch quello vero, i Måneskin sono per forza rock e questo mi piace. Ma ogni postura assunta, ogni movimento fatto, è qualcosa che hanno visto nelle clip o nelle foto…

D’altra parte, anche a disegnare s’impara cominciando dal copiare…

Certamente. Giorgio Manganelli, grande scrittore, diceva che i mediocri copiano, ma quelli bravi rubano.

E dunque se suoni il rock and roll in un quartiere di Roma e l’America ti chiama, qualcosa significherà. Penso al britannico Mark Knopfler dei Dire Straits, adottato dal country statunitense, dove se non sei un virtuoso non entri…

Io su questo ho un’altra opinione, più cinica. Non sono uno storico dei Måneskin, per quanto li abbia incrociati tante volte in Via del Corso con gli strumenti in mano. Alla vigilia dell’Eurovision li ho visti licenziare la loro impresaria, produttrice, punto di riferimento, per mettersi con un’altra persona che ha creato loro una filiera di occasioni americane. Anche Stevie Wonder ha aperto gli show degli Stones, ma era già Stevie Wonder, e così tanti altri. Mettiamoci anche che gli Stones non hanno più un manager e ora fa tutto Mick Jagger, uomo della London School of Economics, un cervellone che manteneva il gruppo con le sue borse di studio e che deve averci visto giusto in questi ventenni. Altra cosa è, invece, andare negli show americani.

Io credo che i Måneskin abbiano investito non nella tecnologia, essendo di base un trio chitarra-basso-batteria che fa una buona cagnara, suonata bene, ma in immagine. Il loro pubblico, quando sente la parola rock, non sa nemmeno cosa possa significare e, d’altra parte, non possiamo pretendere che un ventenne s’appenda i poster di Keith Richards nella cameretta se non perché è un’icona del Novecento. Perché intanto siamo al 2022…

Ha fatto di più Sanremo per loro o loro per Sanremo?

Direi che il ritorno per Sanremo è stato molto grande. La loro commozione era evidente, è passato soltanto un anno. Ci sta tutto. La ballata, però, può essere uno scivolone sulla buccia di banana.

Prima di ‘Zitti e buoni’ ci si accapigliava sulla trap, che sembrava ci avrebbe spazzati via come il punk. La grande paura è rientrata?

La cosa si deve a Baglioni, uno che nella sua carriera di cantante non è stato particolarmente innovativo se non a Sanremo, aprendo a persone che non conosceva, persone che, per contro, sono state disposte a rivedere la proprie impostazioni: prendi Lo Stato Sociale, il cui codice era il turpiloquio, che hanno fatto sparire una volta su Rai Uno. Io dico che quando sei giovane c’è tutto il tempo per fare il pompiere, quando sei giovane devi fare l’incendiario. È un po’ quel che hanno fatto i Måneskin, che quando si è trattato di togliere le parolacce all’Eurovision, Victoria ha detto “non siamo mica dei co******…”.

Quest’anno a Sanremo c’è poco cantautorato...

E meno male, dal mio punto di vista. C’è Giovanni Truppi, che si vede tra De André e Pasolini, e magari riuscirà pure a dimostrarcelo. Al Festival sono passati molti cantautori ‘sociali’, quasi politici, che davanti a Sanremo bestemmiavano per poi, dopo, andarci. Un tempo i cantanti politici c’erano davvero, avevano un proprio percorso e di Sanremo se ne fregavano: Paolo Pietrangeli, per esempio, colui che scrisse ‘Contessa’, l’inno delle occupazioni sessantottine, sapeva che il concorso canoro non era il mondo suo e viveva ugualmente sereno al di fuori di esso. Pino Masi, un toscano dalla voce forte, Ernesto Bassignano, che faceva duecento Festival dell’Unità all’anno, Ivan Della Mea, che faceva sempre il Folkstudio. Erano in tanti, inseriti in un comparto che ora non esiste più. Ora, come Sanremo chiama, sono tutti là col trolley. Oggi si inizia con il centro sociale e si diventa mainstream il giorno dopo.

Le canzoni?

Le ho ascoltate, anche in anteprima. Penso che sarebbe fantastico fare un Festival con le trecento che sono state scartate, impazzirei di gioia. Un tempo, quelli rifiutati dal direttore artistico chiamavano il giornalista di riferimento per raccontargli di essere stati scartati. Ora non più, perché è diventata un’umiliazione. Oggi tutti rimangono abbottonati.

Gli unici che continuano a sbottonarsi sono i Jalisse…

Ieri li hanno nominati ancora, e questo è il modo perché la stampa ne parli. Nel 1997, la domenica dopo la vittoria al Bagaglino Pippo Franco e Leo Gullotta già ne facevano l’imitazione.

Chi vince?

Io ho un codice Dumas padre, quello de ‘I tre moschettieri, uomo di figli illegittimi, viveur che amò spassarsela, ma che scriveva come un forsennato per coprire le spese, una specie di D’Annunzio più brillante. Dumas, dovendo pagare i debitori, faceva i remake di sé stesso. De ‘I tre moschettieri’ fece un ‘vent’anni dopo’, e possiamo applicare la cosa, se non avesse sbagliato canzone, a Massimo Ranieri, che debuttò a Sanremo nel 1968 con ‘Da bambino’, canzone trascurabile resa interessante dalla compresenza dei Giganti, gruppo di punta di allora. Vent’anni dopo gli rimbalzò tra le mani ‘Perdere l’amore’, precedentemente affidata a Gianni Nazzaro e scartata, e vinse. Successe anche ai Matia Bazar nel 1978. A mio parere, il codice Dumas è applicabile soprattutto a Elisa, che non sarebbe tornata dopo vent’anni se non avesse avuto una canzone potente.

Dopo tutti questi anni, a Sanremo ti diverti ancora?

Ho i miei gusti come tutti. Magari non li troverò a Sanremo, e qualche volta è accaduto, ma il mio genere preferito resta la musica afroamericana, jazz e blues, fino al soul, all’r’n’b, alle cose piìu recenti e al rap, ma il rap degli afroamericani. I rapper afroamericani sono ballerini fantastici e si mettono a capo di un gruppo di ballo, come del resto faceva Michael Jackson. Da noi i rapper invitano a ballare, ad andare in spiaggia, a spogliarsi nudi, ma ce ne fosse uno di rapper in grado di mettere in fila due passi di ballo…

Per finire: un tuo ricordo di Monica Vitti?

L’ho conosciuta alle feste di Arbore, dove apprezzava tutto il casino, il ballare e il cantare insieme. Veniva anche Lina Wertmüller. Era molto bella e spiritosa, alta, con questi occhi verdi, le lentiggini. Da Antonioni, dai film della non comunicazione dove se ne usciva sempre come una nevrotica, venne adottata dai registi romani, a partire da Gigi Magni, poi Wertmüller e Proietti, e Sordi naturalmente, grazie al quale conobbe le canzoni dell’avanspettacolo con cui Albertone, che aveva undici anni più di lei, fece la gavetta, le canzoni col doppio senso, e se ne innamorò. Poi arrivò la malattia e l’unica persona a vederla fu Lina Wertmüller, perché abitavano entrambe in Piazza del Popolo, una in via Brunetti e l’altra in Via dell’Oca. Se ne vanno a distanza di pochissimo, ed è curioso.

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