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22.11.2022 - 20:07
Aggiornamento: 20:31

Studiare per capire o studiare per eseguire

Un convegno all’Usi rilancia la discussione sulla scuola. Sullo sfondo, il possibile contrasto tra ‘competenze’ e conoscenze

studiare-per-capire-o-studiare-per-eseguire
(Depositphotos)

“Se qualcuno dovesse chiedermi, come filosofa, che cosa si dovrebbe imparare al liceo, risponderei: prima di tutto, solo cose ‘inutili’, greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Tutto quello che è inutile nella vita. Il bello è che così, all’età di diciott’anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose”. Una citazione dell’ungherese Ágnes Heller apre la locandina del prossimo convegno dell’Associazione Essere a Scuola, che si terrà sabato prossimo all’auditorium dell’Usi a partire dalle 9, con tavole rotonde e ospiti quali il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, il pedagogista Roland Reichenbach e lo scrittore Eraldo Affinati. Ma a far da più pratico contrappunto sul tema dell’incontro – ‘La scuola tra conoscenza, persona e lavoro’ – arriva subito un’altra citazione, stavolta dalle raccomandazioni del Consiglio dell’Unione europea: “È necessario che le persone possiedano il giusto corredo di abilità e competenze per mantenere il tenore di vita attuale, sostenere alti tassi di occupazione e promuovere la coesione sociale in previsione della società e del mondo del lavoro di domani”. Il dibattito sulla scuola ‘per il lavoro’ o ‘per la vita’ è annoso e troppo spesso ridotto a superficiali manicheismi, per cui cerchiamo di complicare un po’ le cose con Fabio Camponovo, per una vita insegnante di italiano e formatore di altri colleghi, che è tra i membri dell’associazione.

Anzitutto, perché un convegno su questo tema?

Perché il dibattito pubblico sulla scuola in questo momento è piuttosto asfittico – concentrato su questioni in rapporto a iniziative dipartimentali di riforma – e spesso dominato dalla politica, con poco spazio lasciato anche dai media a docenti e studiosi. Quasi mai l’attenzione si appunta su questioni di senso e di orizzonte culturale dell’istituzione scolastica. La nostra associazione mira ad allargare la riflessione attraverso incontri aperti a tutti e tali da dare voce a chi si occupa di insegnamento.

A volte si direbbe che il dibattito sia ridotto alla domanda: la scuola deve preparare per la biblioteca o per l’officina?

In effetti si tratta di contrasti e di una temperie che investono anche la discussione ticinese. In generale, occorre partire dal presupposto che ben venga una scuola che evolve al mutare delle condizioni socioeconomiche e socioculturali. Proprio questa evoluzione ci costringe però a reinterrogarci costantemente su quale sia il fine ultimo dell’istruzione. Il primo articolo della legge cantonale in materia recita che “la scuola pubblica è un’istituzione educativa al servizio della persona e della società”. Ma se fino a qualche decennio fa questo ‘mandato’ era consensualmente inteso come una concentrazione sulle materie ‘tradizionali’ – italiano, matematica, storia, lingue… – cui tutti riconoscevano implicitamente anche la capacità di trasmettere certi saperi e valori condivisi, oggi questo consenso sta venendo meno. La crisi dei luoghi tradizionali di socializzazione e le pressioni dell’economia spingono a cambiare approccio.

In che modo?

Si sono visti riformulare i piani di studio per la scuola dell’obbligo per passare dalle conoscenze disciplinari – ormai ridotte all’appellativo di ‘risorse’ – alle competenze. Le materie sono subordinate allo sviluppo di tali ‘competenze trasversali’, quelle che in inglese si chiamano anche ‘soft skills’: la comunicazione, la collaborazione, la gestione dello stress, la risoluzione dei problemi, le tecnologie… Se da una parte si tratta di capacità importanti, il rischio che alcuni segnalano è tuttavia quello di subordinare la conoscenza, confondendola col nozionismo e perdendo così anche un orizzonte culturale di riferimento.

Da una parte si potrebbe notare che lo studio di qualsiasi materia comporta già da sempre lo sviluppo di competenze trasversali. Però in passato certi studi si erano forse effettivamente ridotti al nozionismo. A che serve sapere a memoria ‘Il cinque maggio’ – “Ei fu. Siccome immobile…” – se poi non si sanno unire i puntini tra temi, ambiti ed epoche differenti?

In effetti il lavoro dei pedagogisti, a partire in particolare dagli anni ’50 e ’60, si è spesso focalizzato sulla giusta contestazione di un apprendimento acritico, in cui – secondo una celebre immagine dell’epoca – la testa dell’allievo era trattata come un imbuto nel quale versare nozioni. La critica al nozionismo e all’autoritarismo sono state fondamentali per il rinnovamento della scuola e per il suo adeguamento a un mutato contesto sociale. Il timore, però, è che a partire dagli anni ’80/’90 proprio le scienze dell’educazione si siano spesso ridotte a stampelle per legittimare qualsiasi scelta di politica scolastica, in Ticino come altrove.

Scelte politiche, sì, ma che riflettono anche le pressioni e le preoccupazioni del mondo economico.

In effetti, l’ultimo convegno dell’Associazione delle industrie ticinesi chiedeva esplicitamente di focalizzare maggiormente la scuola dell’obbligo secondo tre parole d’ordine: “Più tedesco, più competenze tecniche e digitali, più cultura d’impresa”.

Competenze comunque utili nel mondo. Non si rischia altrimenti di pensare la scuola un po’ troppo ‘da liceali’? È vero che parliamo anzitutto di quella dell’obbligo, ma spesso l’impressione è che il dibattito escluda un po’ i docenti del settore professionale e gli allievi che non intraprenderanno un percorso accademico.

Si tratta di una realtà da tenere sicuramente in maggior conto. Anche perché proprio nel settore professionale stiamo già andando verso un’abolizione pura e semplice delle materie di studio. Dobbiamo perlomeno chiederci – come fanno anche tanti insegnanti al suo interno – quale grado di indipendenza dal contesto valoriale e professionale vada garantita alla scuola, e cosa vogliamo che diventi l’allievo: vogliamo un buon ‘esecutore’ abbastanza flessibile da adeguarsi ai contesti futuri, oppure vogliamo fornirgli gli strumenti, il bagaglio e l’autonomia culturale per essere un buon ‘lettore’ di tali contesti?

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