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L'APPROFONDIMENTO
18.02.2019 - 06:300

Quando gli ignoranti vanno al potere!

Stiamo correndo, fra l’indifferenza generale, verso la politica senza umanità!

Diceva preoccupato José Saramago, premio Nobel per la letteratura nel 1998, che “l’ignoranza si sta espandendo in modo terrificante”. E non risparmia la politica. Basta osservare chi regge le sorti di alcuni grandi paesi: l’ignoranza domina incontrastata, ed esce malconcia la fiducia tutta liberale nelle scelte razionali degli elettori. I fatti ci indicano che molte decisioni sono frutto di reazioni emotive, o di adesioni fideistiche a un leader carismatico.

Il regime del leader forte

C’è l’imbarazzo della scelta: Salvini, Erdogan, Orbán sono i rappresentanti del populismo di estrema destra, quello che non educa e non fa appello alla ragione, ma raccoglie ed esaspera le pulsioni istintive, dilata le paure e l’insicurezza delle persone e promette di provvedere con muri e frontiere: in questi casi il voto di tanti cittadini non scaturisce da una ponderazione razionale, ma è un atto di fede nel capo.

E c’è tanta disinformazione: troppi elettori si comportano come tifosi politici e votano chi grida più forte e le conseguenze delle scelte fideistiche pesano sulla vita di tutti i cittadini.

Il politologo Ilvo Diamanti ci informa che 6 italiani su 10 vogliono il leader forte. Legittimano con il voto chi, in nome del popolo sovrano e degli immancabili supremi interessi della nazione (in realtà in nome di sé stesso), si arroga il diritto di porsi al di sopra delle leggi e della costituzione: in questo modo si spalancano le porte alla tirannia della maggioranza. Quindi l’ignoranza può portare alla demolizione inopportuna dello Stato di diritto.

Quel grande uomo di Stefano Franscini l’aveva già segnalato ai suoi concittadini: la democrazia per funzionare a dovere ha bisogno di cittadini avveduti, informati e istruiti: sono passati quasi due secoli e siamo ancora lì, a ripetere le solite cose.

L’ignoranza come virtù

Oggi dilaga un’ignoranza diffusa e orgogliosa, addirittura ostentata con arroganza, esibita come una virtù e la domanda fatidica arriva inesorabile: siamo davanti alla classe politica peggiore di sempre? Con disinvolto eufemismo direi che si è già visto di molto meglio.

Già, ma qual è il criterio – mi chiederete – che ti consente di distinguere il buono dal cattivo politico? Non ho dubbi: cultura politica e pensiero critico, ossia piena consapevolezza della complessità dei problemi e capacità di discernere, analizzare, proporre soluzioni a problemi complessi. Se così è, ebbene siamo messi proprio male, perché imperversa la politica ignorante, quella delle scorciatoie e delle semplificazioni: un vero oltraggio al pensiero critico.

A scanso di equivoci, ignoranza significa mancanza di conoscenza, di esperienza, di competenza, di consapevolezza, di un’adeguata preparazione, di metodo. Oggi questa ignoranza è sulla cresta dell’onda: è promossa a espressione di spontanea genuinità del pensiero popolare, a virtù del popolo, e viene esibita attraverso un’eloquenza rozza, grossolana, aggressiva, irridente, sprezzante, ossessivamente ripetitiva. Il bersaglio della “volgare eloquenza” sono i nemici del popolo: fra di loro pure gli intellettuali, i radical chic di sinistra che sono parte dell’odiata élite. Da annientare.

La politica del ‘forgotten man’

Anche Obama, commentando le imprese del suo successore, dichiarò che in politica come nella vita l’ignoranza non è una virtù, ma poi dovette arrendersi all’evidenza: l’ignoranza in politica ha pagato e paga, perché provoca un processo di identificazione fra i cittadini arrabbiati e quel leader che offre al popolo ciò che il popolo vuole sentirsi dire e non ciò di cui avrebbe bisogno. Il politico ignorante ha il fascino del bar che raccoglie i risentimenti, gli umori, le rivendicazioni del “forgotten man”, e li porta tali e quali in politica senza alcuna rielaborazione perché la soluzione è quella suggerita dai camerati incontrati al bar. Quindi a calci in culo i migranti che ci invadono e mandiamo al confino chi li difende; altro che libera circolazione, erigiamo i muri e difendiamo la nostra identità culturale; fuori i troppi frontalieri e l’Europa non ci rompa le scatole perché qui comandiamo noi ecc.: è uno scarno florilegio delle amenità che infarciscono il linguaggio populista.

La memoria cancellata

Tutto il contrario del pensiero critico: la razionalità in politica vorrebbe che si neutralizzassero attraverso il dialogo della ragione sentimenti e comportamenti che dilatano paure e insicurezze, rabbia e tanti pregiudizi. Invece no. I nuovi barbari della politica fomentano caos e disordine, esaltano pregiudizi, fanno delle frontiere, dei fili spinati, della separatezza, dell’esclusione il baluardo della sicurezza.

Ritornano così di moda sentimenti che si credeva tramontanti: il nazionalismo sciovinista confuso con il sano patriottismo, l’esasperazione xenofoba e il razzismo celati nello slogan “ognuno a casa propria”, e l’atteggiamento fascistissimo degli hooligan dello Stato illiberale. E qui si cela l’effetto devastante dell’ignoranza che si traduce in un atto di devozione indefessa verso il leader: cancella d’un sol colpo la memoria del passato, la deforma, la stravolge e la riscrive in funzione di una narrazione apocalittica del presente che giustifica discriminazioni, violazioni dei diritti umani in nome della sovranità popolare.

L’effetto ‘Dunning-Kruger’

Ecco il paradosso a cui ci porta la grande ignoranza: si prospetta il mondo di rose e fiori fomentando i sentimenti di odio che hanno precipitato l’umanità nelle barbarie. Di fronte al triste spettacolo ha reagito recentemente Andrea Camilleri denunciando la “prepotenza oscena”, la “nazista volgarità”, la ferocia e la disumanità della politica e ha invitato i cittadini a gridare forte “non in nome mio”. E mentre il 27 gennaio scorrevano alla televisione le immagini della Shoah e Liliana Segre spiegava l’orrore dei lager, il leader populista di turno, su un altro canale, spiegava, soddisfatto e trionfante, che un buon numero di migranti sono stati ricacciati nei lager libici, le navi delle Ong espulse dai mari italiani e se annegano per mancato soccorso se la sono cercata loro: “Buon appetito ai pesci” ha chiosato qualcuno.

Con il beneplacito delle massa plagiata i Grandi Ignoranti si sono eretti a grandi “spiegatori” della realtà. Tanto più pericolosi in quanto secondo il noto effetto Dunning-Kruger (dal nome dei ricercatori che hanno documentato il fenomeno) più si è ignoranti più si è convinti di non esserlo. Forse sarebbe ora che qualcuno li aiutasse a coltivare qualche dubbio. Per chi volesse saperne di più il volume fresco di stampa di Irene Tinagli, ‘La Grande Ignoranza’: un affresco non incoraggiante della classe politica.

Le colpe di troppa indifferenza

Ma lo vogliamo dire una buona volta che stiamo correndo, fra l’indifferenza generale, verso la politica senza umanità, alla disumanizzazione della politica? Lo vogliamo dire che con la nostra indifferenza stiamo facendo scempio della dignità dell’uomo e della carta dei diritti umani del 1948 che rappresenta l’atto politico più importante del Novecento (che noi abbiamo riassunto nell’art. 7 della Costituzione federale)?

Lo vogliamo dire che non basta supplire alla disumanità della politica attraverso la generosità di una parte cospicua della società civile, ma che bisogna reagire, ribellarsi al cinismo volgare dell’ignoranza populista?

Lo vogliamo dire che non basta essere democraticamente eletti per legittimare qualsiasi azione politica? Chi agisce in nome del popolo sovrano contro i diritti umani, contro la dignità delle persone dovrebbe risultare automaticamente delegittimato. Chi opera per realizzare uno Stato democratico illiberale esce dalla legalità dello Stato di diritto e dovrebbe immediatamente decadere. Certo, non possiamo espellere l’ignoranza dalla politica, ma possiamo farlo con chi, attraverso l’ignoranza, viola i precetti costituzionali.

Come neutralizzare il contagio che ha fatto dell’ignoranza un formidabile strumento del consenso? Se lo chiedono in molti. Le soluzioni forse ci sarebbero, e l’esito finale dovrebbe essere il voto razionale e informato. Intanto annoto che un grande statista, Luigi Einaudi, scrive, già nel 1955, che bisogna conoscere per deliberare: si rivolge ai politici, ma vale anche per chi li elegge. Ma poi ammette che il percorso è arduo perché “nulla, tuttavia, repugna più della conoscenza”. Profetico, appena si osserva la caratura dei politici che oggi vanno per la maggiore.

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